Xenofobia. Di chi è la colpa?

Xenofobia. Di chi è la colpa?

Che cos’è la “xenofobia”? Letteralmente la parola, derivante dal greco, significa “paura del diverso” ed è oggi utilizzata per indicare atteggiamenti discriminatori e/o violenti nei confronti di individui che hanno etnia, religione, lingua e cultura differenti dalla propria. Il termine viene sovente confuso con il concetto di “razzismo”: tuttavia, mentre quest’ultimo rappresenta un’idea generata da un percorso intellettuale, la xenofobia è un sentimento prettamente viscerale, istintivo. Non ci soffermeremo sulla legittimità o meno dell’idea di razzismo (un discorso storico e filosofico troppo lungo), cercheremo però di scoprire da dove arriva la sua controparte, la xenofobia appunto.

In passato, la xenofobia traeva origine da scontri tra civiltà. E’ però importante ricordare che i contatti tra popolazioni diverse avvenivano sui campi di battaglia o sulle vie commerciali e non esistevano problemi di convivenza tra le etnie, in quanto le sporadiche “mescolanze” che si generavano vedevano gli individui allogeni adeguarsi e fare propria la cultura ospitante, comunque sempre e solo all’interno del medesimo continente. Un’eccezione riguarda la penisola italiana e quella iberica, ponti tra il mondo europeo e arabo, che videro una forte presenza araba, poi cacciata senza eccessive influenze sulle culture locali.

Tornando ai giorni nostri, il fenomeno della xenofobia ha assunto una connotazione più marcata, aggiungendosi allo scontro tra civiltà di cui si è parlato poc’anzi. Pur essendo molto rari i casi di cronaca riguardanti aggressioni di matrice razziale (ed in numero di gran lunga inferiore alle violenze straniere), essi costituiscono un problema sociale reale, utilizzato e ingigantito dalla propaganda cosmopolita e progressista in chiave anti-nazionalista. Alcuni individui più di altri hanno un atteggiamento più incline alla violenza ed all’aggressività, a prescindere dalle cause scatenanti. Il clima di tensione generato dall’immigrazione incontrollata causa in tali persone una rabbia incontrollabile, che si tramuta nei casi di cronaca che ben conosciamo. Specifichiamo che con ciò non si vuole giustificare la violenza gratuita contro gli stranieri (sarebbe controproducente e incivile), ma si vuole analizzare in maniera razionale e senza retorica da cosa nasce il fenomeno.

La rabbia va controllata e trasformata in qualcosa di costruttivo, ma al contempo vanno evitate a monte le cause. I reati commessi dai migranti (spesso puniti con pene irrisorie), la preferenza de facto agli stranieri nell’assegnazione di alloggi popolari e lavori, il mantenimento con le nostre tasse, la prevaricazione culturale straniera e molto altro causano nelle popolazioni ospitanti un sentimento di astio e diffidenza che, nei casi più gravi, sfocia in comportamenti aggressivi. E questo clima di odio non è alimentato dagli “ignoranti razzisti e nazifascisti” come vuole la subcultura progressista, ma dalla politica corrotta, che fa delle migrazioni un business e che ha destabilizzato il terzo mondo per appropriarsi delle sue risorse. Lo spettro del nazismo evocato da costoro è solo il bersaglio fittizio contro cui scagliarsi e a cui assegnare tutte le colpe degli scontri etnici.

E ogni aggressione di carattere xenofobo diventa un piatto succulento, per chi lucra sulle mescolanze forzate.