Bufera sui Democratici americani. Ora Trump può davvero vincere?

Bufera sui Democratici americani. Ora Trump può davvero vincere?

A Philadelphia si è aperta, nella giornata di ieri, la convention dei Democratici, che ha così seguito a ruota la chiusura della kermesse repubblicana di Cleveland, dove Donald Trump è stato ufficialmente nominato candidato Presidente per le elezioni di novembre 2016.

Il Partito repubblicano appare più diviso che mai, con storici esponenti che hanno disertato l’evento (da Mitt Romney a John McCain, passando per la famiglia Bush al gran completo) e un Ted Cruz che, incassata la sconfitta, ha preso le distanze dal candidato ufficiale del partito, rifiutandosi di supportarlo pubblicamente (come hanno invece fatto anche esponenti molto più moderati di lui, come Marco Rubio e Paul Ryan), probabilmente sperando in futuro di poter raccogliere i frutti di un possibile fallimento del tycoon. Ma tra le fila democratiche le cose non vanno di certo meglio.

E’ vero che Hillary Clinton, uscita vincitrice da delle primarie molto più faticose del previsto, ha incassato l’appoggio dell’ormai ex-sfidante Bernie Sanders. Il senatore del Vermont, tra i fischi e le urla di contestazione dei propri stessi sostenitori, ha infatti pubblicamente appoggiato la Clinton, motivando la sua scelta con la necessità di fermare Donald Trump, che ha definito un “pericolo” per l’America e ha accusato di razzismo per le sue passate dichiarazioni nei confronti degli afroamericani e degli ispanici.

Il suo elettorato, però, è apparso tutto fuorché convinto della scelta di campo fatta, infine, da Bernie, che non ha così ceduto alle numerose lusinghe di Trump. Quest’ultimo ha tentato in tutti i modi di strappare quanto meno una neutralità di Sanders, sostenendo a più riprese che i suoi elettori (principalmente giovani), ancorché esponenti di quella che si può tranquillamente definire una nuova Sinistra americana, desiderano prima di tutto il cambiamento e una svolta rivoluzionaria nel modo e nei contenuti della politica americana, e dunque dovrebbero fare fronte comune con i suoi elettori per sconfiggere la  Clinton, candidata dei poteri forti, dell’establishment e della conservazione dello status quo.

Nonostante i proclami di una lotta che continuerà per cambiare l’America, la scelta di Sanders assume ancor più i termini di una resa incondizionata alla Clinton e all’establishment democratico dopo le pesantissime rivelazioni di WikiLeaks relativamente a un carteggio via mail tra il Democratic National Committee e lo staff di Hillary Clinton, in cui sostanzialmente è emerso come i dirigenti nazionali democratici abbiano violato il loro dovere di imparzialità tra i candidati delle primarie e abbiano sostenuto sotto traccia la Clinton per far perdere Sanders.

Le oltre 19mila e-mail pubblicate da Wikileaks che hanno svelato la volontà deliberata dei vertici del Partito Democratico di boicottare la possibile elezione del “socialista” Sanders hanno costretto la presidente del Comitato Nazionale del partito, Deborah Wasserman Schultz, a presentare le proprie dimissioni. 

A ricoprire l’incarico ad interim fino all’elezione di Hillary Clinton sarà la vice presidente, Donna Brazile, ma è difficile pensare che questo scandalo passi senza gravi contraccolpi interni ed esterni al Partito Democratico. Nonostante Sanders si sia piegato, non è detto, infatti, che siano disposti a farlo anche i suoi elettori, i quali, se è difficile che vadano a votare per Trump, potrebbero comunque decidere di disertare le urne. E mentre sul caso delle e-mail hackerate indaga l’FBI, il Washington Post riferisce che un alto funzionario della campagna di Hillary Clinton ha esplicitamente accusato il governo russo di avere organizzato la diffusione di queste mail attraverso Wikileaks per sostenere l’ascesa di Donald Trump, che godrebbe così di un appoggio esterno del tutto particolare e totalmente inimmaginabile prima d’ora.

Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha smentito categoricamente le accuse, ma intanto un sondaggio della CNN per la prima volta assegna a Donald Trump un vantaggio di 5 punti (44% contro 39%) su Hillary Clinton. Alcuni commentatori si sono affrettati a collegare il dato con uno sviluppo fisiologico dovuto alla corrispondenza con la chiusura delle primarie repubblicane, dicendo che si dovrà quanto meno attendere la fine di quelle democratiche per avere dei dati più concreti. Resta che – ci sia o meno dietro lo zampino di Vladimir Putin – i guai per la Clinton iniziano a essere tanti e a sorgere da più fronti e, per la prima volta, il tycoon può intravedere una realistica possibilità di vincere, clamorosamente e contro tutti i pronostici, le elezioni americane.