Militanza e dottrina cattolica, tra Pace e Regno di Dio

Militanza e dottrina cattolica, tra Pace e Regno di Dio

Nell’affrontare il tema, non solo della liceità dell’impiego delle armi per la dottrina cattolica, ma anche quello più generale del combattimento presente nella dottrina cristiana, bisogna prima fare una precisazione doverosa sulle fonti della Divina Rivelazione, da cui ogni insegnamento circa il tema in questione va tratto.

In primo luogo va ricordato che le fonti della Rivelazione sono due ossia la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione (e si badi bene che per Tradizione cattolica non si intende né la consuetudine né l’insegnamento perenne della Chiesa ma gli insegnamenti oralmente dati da Nostro Signore agli apostoli, perciò, con la morte dell’ultimo apostolo, la Tradizione si può dire chiusa e compiuta, non arricchibile di ulteriori elementi e si può dire vivente solo nel senso che vivifica di sé la Chiesa).

In particolare al riguardo vanno precisate alcune chiavi di lettura dell’interpretazioni della Sacra Scrittura.

Classicamente, i Padri e i Dottori della Chiesa hanno identificato tre livelli nella lettura delle Scritture: il primo è quello letterario-reale, il secondo quello allegorico, il terzo quello anagogico.

In particolare il primo è di interesse, infatti è proprio dell’interpretazione modernistica delle Scritture ridurne il significato ad un simbolo morale, così, ad esempio, quando nelle Scritture è citato Satana esso è ridotto a immagine del male, a realtà solo fittizia e non immediatamente concreta, restringendosi quindi a solo il secondo dei tre livelli di significato, ossia quello allegorico o metaforico.

Al tempo stesso, sfumando così le fondamenta della fede, il cui contenuto è quasi ridotto a mitologia o a favolistica morale, diviene chiaramente incomprensibile anche il significato anagogico (termine greco che significa “sollevare”, “andare verso l’alto”) della Scrittura, ossia il suo significato più propriamente mistico.

Questo discorso è di primaria rilevanza se si vuole penetrare a fondo il senso di cosa significhi il concetto e la categoria del combattimento nella dottrina cristiana.

Infatti nella Scrittura non mancano certo riferimenti ad una esplicita mistica delle armi, come chiarissimo in San Palo “armatevi delle armi della luce” (Romani 13 : 13 ) o nel Vangelo tramite il detto stesso di Nostro Signore “non sono venuto a portare la pace ma la spada” (Matteo 10 : 34) o ancora “chi non ha una spada venda il proprio mantello e ne compri una” (Luca 22 : 36).

Ora generalmente nel clima di oblio del significato letterale della Scrittura tutti questi passaggi sono abbandonati ad interpretazioni allegoriche, giuste e legittime eppure, se sole, non complete, ossia ci si limita generalmente ad identificare questi e simili passaggi in immagini della militanza che il cristiano dove avviare contro il male.

Eppure il fatto resta.

La Chiesa ha insegnato, nella sua saggezza, che i contenuti della Rivelazione non possono essere recepiti solo come realtà immaginifiche ma anche come realtà proprie, delle realtà tanto concrete che mistiche.

Va poi fatta un’ulteriore precisazione ossia che mai nella dottrina cattolica si è confusa l’interpretazione letterale con una qualche forma di testualismo (come invece avviene tra gli islamici per la lettura del Corano e come spesso accade per varie sette protestanti).

Per testualismo si intende l’interpretazione secondo la quale quanto attestato della Scrittura non sarebbe solo vero e reale a livello concreto ma vero solo secondo il significato stretto del testo scritto, il che però ovviamente porterebbe a numerose assurdità.

Ad esempio quando si attesta nella Scrittura che “Dio si addolorò dei loro peccati” un’ interpretazione testualistica dovrebbe attribuire a Dio l’emotività e la sensibilità delle passioni, cosa evidentemente assurda, un’ interpretazione meramente allegorica dovrebbe invece restringersi a ritenere che la Scrittura stia significando il guasto generico causato dal male compiuto dagli uomini, conservare invece una lettura letterale significa non ridurre un tale passaggio a immagine astratta delle conseguenze negative del peccato né attribuire le qualità umane della sensibilità al dolore alla natura divina, ma riconoscere l’esistenza di un Dio personale e trascendente attento alle vicende dei suoi figli.

Si capisce che preservando queste linee di lettura della Scrittura il significato e la ricchezza della lettura di un testo si moltiplichi in maniera esponenziale.

Quando infatti allora si parla di “armi della luce” o di “pace non alla maniera di questo mondo” e di spade da impugnare possiamo considerare questi passi veri sia concretamente, sia allegoricamente, sia che misticamente.

La lotta perciò nella dottrina cristiana può e anzi deve divenire una condizione totalizzante della vita del fedele.

In primo certamente la lotta contro sé stessi, come ricordato da Nostro Signore “Chi non porta la sua croce e non mi segue non è degno di me” (Matteo 10 : 38), e già si può scorgere l’assonanza di tale concetto con quello di sacrificio presente nella vita militare, in cui ogni individuo si rende disponibile al sacrificio completo di sé, avendo quindi in una certa misura già rinunciato ad una parte di sé stesso a favore della causa per la quale è in militanza.

Da qui è ben comprensibile il detto agostiniano secondo il quale il cristiano “è pacifico anche in guerra” poiché anche nel combattimento non odia il proprio nemico.

Altamente quindi il cristianesimo concepisce l’attività bellica nella quale non è lecito lasciarsi trascinare delle passioni ma che, diversamente, va intrapresa conservando la propria pace interiore, avviandosi quindi al combattimento con uno spirito superiore e slegato da ogni pretesa di coinvolgimento personale.

Si noti che tale atteggiamento, rispecchiante in pieno la dicotomia dell’essere e del divenire, essendo qui l’essere fisso e impassibile nell’animo sereno e in pace del guerriero e il divenire invece il combattimento materiale, la contesa e le sue relative passioni, è l’animo classico e tradizionale della più pura nobiltà guerriera.

Da precisare ancora che la guerra in sé è una dimensione non solo lecita ma in numerosi casi anche doverosa nel cristianesimo.

Come detto, sempre ogni cristiano è chiamato alla militanza contro il male (quanto sia totalizzante la militanza basti poi ricordare che delle tre descrizioni che ha la Chiesa quella propria della Chiesa su questo mondo è di Chiesa “militante” per l’appunto) e questo tipo di militanza se è innanzi tutto e certamente un alto combattimento spirituale non è solo un fatto che possa restringersi alla mera interiorità, o che possa sussistere come spirito senza materia.

La dottrina tradizionale cattolica, a distinzione di quelle protestanti e delle numerose eresie del primo millennio, ha sempre recisamente rifiutato ogni forma di dualismo, di pretesa cioè, di separazione e frattura netta dello spirituale dal materiale, dell’anima dal corpo nell’uomo.

Spirito e materia sono due ordini certamente distinti e gerarchicamente ordinati, uno più nobile e l’altro meno, uno meno incline al peccato e l’altro di più, eppure entrambi sono creati da Dio e perciò portatori entrambi di una natura intimamente buona.

Questo significa che la reale lotta del cristiano non potrà limitarsi ad un fatto intimo e privato, la lotta per l’edificazione del Regno di Dio, lo sforzo per essere “operatori di pace” (e sul concetto di pace si dirà a brevissimo) non possono essere e restare meri percorsi interiori dell’anima.

Ossia il cristiano nella via della propria salvezza, nello sforzo della rinuncia di sé e in quello del proprio perfezionamento non può semplicemente imboccare una via interioristica, egli, invece, mosso dalla virtù somma della carità, ossia della sollecitudine al bene per Dio, per sé e per il prossimo, cercherà di instaurare ovunque e senza posa il bene.

Qui il netto contrasto con le eresie antiche, gnostiche e maniechee, che predicavano la fuga dal mondo e la corruzione assoluta della materia, qui, ancora, il contrasto assoluto con la dottrina di Lutero che condannando all’inutilità le opere buone, e il mondo della natura come luogo di inevitabile perdizione, rinuncia a qualunque militanza della carità nel mondo, arrivando, quindi, nel politico a predicare un mero conservatorismo; inteso questo nel senso più retrivo del termine, considerando cioè i sovrani e i sistemi politici in ogni tempo in auge automaticamente come i più graditi alla Provvidenza che ciecamente governerebbe il mondo, inutile quindi militare in esso per cambiarlo.

Allo stesso tempo la dottrina cattolica non ha mai confuso questi doveri del cristiano con l’escatologia, ossia non ha mai fatto di questa sollecitudine al bene, né l’opera per il Regno di Dio, che declinato in ambito sociale divine l’operare per la Regalità Sociale di Cristo (come definita dall’enciclica Quas Primas di Pio XI), con un’effettiva realizzazione del suo Regno su questa terra. Altrimenti la Parusia, ossia il ritorno in terra di Cristo, come le sue parole “il mio Regno non è alla maniera di questo mondo” (Giovanni 18 : 33) risulterebbero inutili e ingannevoli.

In altri termini: il Regno di Dio, Regno in cui è ristabilita ogni giustizia e vinto definitivamente il male, quanto descritto dall’apostolo Giovanni nel libro dell’Apocalisse come “Gerusalemme Celesete”, è un fatto da venire alla fine dei tempi e della Storia. Questa opera, trionfo della militanza sacra, si compirà non per opera umana ma per appunto tramite la Parusia, il ritorno di Cristo pantokrator. Eppure essa è già presente nella Storia dove l’Uomo di fede incessantemente milita tra il bene il male, e lo fa come detto a tutti i livelli, non solo nella vita mistica, ma, anche, partendo da questa, nella vita politica, sociale, materiale, e quindi anche guerriera ove necessario.

La natura dell’Uomo così non realizza appieno l’escatologia divina ed eppure non è esclusa dal collaborare al suo disegno.

Il senso del Regno di Dio è contenuto e mirabilmente illustrato da Nostro Signore nella parabola del seme di sesamo.

In essa viene che il Regno di Dio è oggi come il seme del sesamo, un piccolo seme, che però una volta a frutto da una delle piante più grandi.

La parabola non ha un senso meramente quantitativo, la piccolezza della nostra vita su questa terra rispetto della grandezza della vita eterna, ma anche, chiaramente uno qualitativo e mistico, ossia il seme per quanto piccolo contiene già tutto il proprio avvenire, tutto quanto avverrà della grande pianta avverrà perché già racchiuso nel seme, alla stessa maniera sebbene ci sia coincidenza quindi tra il seme e la futura pianta non si ravvisa tra le due un’identità, ossia la pianta è in ogni caso una realtà superiore a quella del seme.

Così la lotta spirituale e materiale per l’edificazione del Regno di Dio è doverosamente presente su questa terra e nell’essere della Chiesa militante, eppure non racchiude né da sé esaurisce quest’opera che potrà completarsi solo tramite la Parusia di Cristo.

Il cristiano quindi milita attivamente, ingaggiando tutto se stesso nella lotta per il Regno di Dio, Regno che oggi non può sperare di vedere nella sua completezza, sarà la come la grande pianta, massimamente rigogliosa alla fine dei tempi, e che eppure è già presente, come il granello di senape, nelle più minute vicende umane, comprese quelle che prevedono l’imperfetta realizzazione dell’ordine di Giustizia fissato da Dio nella natura e nel mondo.

Così la lotta per l’ordine avviata dall’uomo sulla terra non potrà degenerare nel sogno di ricostruire, solamente con forze umane, su questa terra un nuovo Giardino dell’Eden, eppure tale lotta diventerà ineludibile alla luce dei piani predisposti della Provvidenza.

D’altra parte il concetto di regalità, qui più volte ripetuto, è intimamente legato con quello della pace e dell’uso delle armi.

Regalità è infatti fissa e statica autorità, è dominio della pace, la pace cristiana che “non è alla maniera di questo mondo”, laddove per “maniera di questo mondo” si intende la meschina “pace dei sensi”, la soddisfazione delle concupiscenze o la concordia che prescinde dal bene (la quale San Tommaso d’Aquino ricorda non essere vera pace poiché c’è concordia anche all’interno di un’orda di briganti ma è concordia nel voler compiere il male, non può perciò essere pace).

La pace così intesa è una conseguenza della regalità ed è appunto la quietezza di un ordine stabilito dalla giustizia. La regalità e l’autorità divina sono poi fonte e immagine di ogni regalità e di ogni autorità, secondo il detto “Per mezzo mio regnano i re e i magistrati emettono giusti decreti” (Proverbi 8 :15).

All’autorità spetta quindi di far vigere la propria legge proprio affinché la sua pace possa sussistere.

Come evidente questa attività richiede, qualora siano in azione forze ad essa contraria, l’uso della spada. Nel caso divino è l’eterna spada della condanna alla dannazione, nel caso umano la spada della legittima autorità che posta sotto una guida spirituale agisce secondo il bene.

In questa prospettiva si comprende come il vero cristianesimo sia incompatibile col pacifismo il quale sarebbe la capitolazione del dovere di difendere il bene.

Si noti poi che il dovere alla difesa al bene è stato interpretato non solamente in modo passivo, si direbbe il diritto alla legittima difesa, ma anche, ancora da San Tommaso d’Aquino, secondo la maniera della difesa attiva ossia di quell’attitudine per la quale il bene da sé si muove per sradicare il male.

In quest’ottica può essere inquadrata parte della gloriosa vicenda delle Crociate, ossia quei casi in cui l’intervento militare dei regni cristiani si giustificava davanti una minaccia anche solo indiretta.

Ovviamente oggi questi discorsi possono sembrare solo lontane teorizzazioni medioevali, visto che per di più oggi sono assenti autorità che, in conformità col proprio intimo essere, si adeguino ad essere immagine della regalità divina, sottomessa allo stesso modo all’autorità di Cristo, reale Signore di ogni società umana.

Tuttavia tutto ciò persiste,” Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Matteo 24 : 35) dice il Santo Vangelo, e se anche oggi mancano autorità umane e uomini di questo tipo, non significa che il cristiano debba desistere dalla lotta.