Pokemon Go: piaga sociale o capro espiatorio?

Pokemon Go: piaga sociale o capro espiatorio?

Più che parlare degli effetti nefasti o meno di un’applicazione, è opportuna un’analisi del nostro stesso stile di vita.

In questo ultimo periodo, sembra che non si parli d’altro, soprattutto su Facebook. Il successo dell’applicazione Pokemon Go ha diviso il pubblico. Ci sono i critici, e chi invece non può fare a meno di girare per la città con il cellulare in mano alla ricerca dei Pokemon.

Ma che effetto può avere una semplice applicazione sulle persone? Ovviamente, dipende. Ci sono svariati tipi di utente. Da quello che scarica e non la utilizza quasi mai, a chi non riesce a fare altro quando si trova fuori di casa. Dipende dalle persone e dal loro senso di misura. In ogni cosa, la misura è aristocrazia, insegnava il mondo greco. Una virtù che non sembra appartenere alla nostra generazione, mossa da tutt’altri “valori”, come la ricerca costante dell’ultima moda, per sfuggire alla monotonia. In ciò consiste, probabilmente, l’intuizione vincente degli sviluppatori. Infatti, Pokemon Go ha raccolto un successo tale da far raddoppiare il valore della Nintendo, almeno nei primi giorni di diffusione dell’applicazione.

Ma non è tutto oro quello che luccica. Il  guadagno è ancora inferiore alle aspettative. L’applicazione è gratuita e le entrate sono garantite solo da potenziamenti e oggetti di gioco extra a pagamento. Negli ultimi giorni, le azioni Nintendo sono crollate del 18% e la società sta cercando quindi di correre ai ripari, non escludendo un piano per aumentare i profitti già dall’anno prossimo.

Tuttavia, se sotto il profilo economico l’esito è ancora incerto, non si può negare il notevole influsso che Pokemon Go potrà avere dal punto di vista “culturale”. Il salto verso lo sfruttamento della realtà aumentata è stato effettuato e ciò potrebbe dare il via a numerosi altri programmi su questa falsa riga. Va considerato, inoltre, che, anche se manca l’ufficialità, ogni record di download su App Store dovrebbe essere stato ormai superato proprio da questa applicazione.

Pokemon Go, quindi, assume una rilevanza superiore a quella che ha l’applicazione in sé e per sé perché rappresenta un primo passo. Il rischio che comporta è che inciti i giovani (e non solo) a rimanere isolati, a estraniarsi dalle situazioni, perché si ha l’opportunità di fare altro: andare a caccia di Pokemon. Con il problema evidente, per le nuove generazioni, di perdere totalmente il contatto con la realtà, di aver bisogno di qualcosa da fare, in ogni momento.

Tuttavia, ciò altro non è che il frutto di una società già decadente di per sé. Non si può imputare a questa applicazione troppe colpe: essa è soltanto figlia del proprio tempo. La società consumistica ti induce ad avere bisogno di cose di cui si potrebbe benissimo fare a meno, e il frutto di questo modello non può che essere l’indebolimento dei rapporti umani, provocati dall’individualismo.

Quindi, si tratta soltanto dell’ultimo prodotto del consumismo, del “giocattolo nuovo” di milioni di persone. Pokemon Go non è il problema, è uno specchio per le allodole. Il vero nemico è la follia consumista. E bisogna ricordare alle vecchie generazioni, così critiche, che nemmeno loro sono stati e sono dei grandi esempi di semplicità e sobrietà. E nemmeno dei grandi rivoluzionari, a giudicare dalla situazione attuale. Anche loro si sono fatti abbindolare, prima o dopo, dalla stesso meccanismo consumista.

Non c’è bisogno di critiche indefinite; ognuno di noi, invece, si dovrebbe fare un’analisi di coscienza e rendersi conto di quanto spesso si è ormai schiavi di cose inutili. A tal proposito, ci si ricordi dell’esempio di Socrate. Ogni settimana si recava al mercato e tornava sempre a mani vuote. Questo perché voleva ricordarsi, ogni volta, di quante cose non avesse bisogno. E’ questo il miglior modo per uscire da questa mentalità: ritornare alle origini della nostra cultura europea. Altrimenti, ogni discussione rimarrà vuota e senza senso. Una sterile “guerra” tra chi è pro e chi è contro, a colpi di battute stereotipate.