Ci stanno privatizzando tutto

Ci stanno privatizzando tutto

In questo Mare Nostrum di problematiche legate alla questione immigrazione (sempre più fuori dai binari del controllo sociale e di ordine pubblico) e alla mancanza di lavoro (sempre più una chimera, con tassi di disoccupazione giovanile mai così alti in Italia da quando la statistica fece la sua comparsa per dare ordine e senso alle cose), un altro tema di notevole spessore e rilevanza per milioni di risparmiatori italiani è la privatizzazione di Poste Italiane. La questione è stata spesso e volentieri taciuta dagli organi di informazione, con la connivenza di un Governo pronto alla svendita di tutte le aziende pubbliche sul mercato.
L’atto della quotazione in Borsa risale al 26 ottobre dello scorso anno, quando le azioni di Poste Italiane hanno incominciato ad essere ufficialmente contrattate in Piazza Affari. Si tratta della più grande manovra di privatizzazione dai tempi di Enel, datata 1999, 17 anni or sono. La quota che il Ministero dell’Economia ha posto in cessione è stato il 35%, ma con la riserva di salire anche, ma non oltre, al 40%, come disposto da Decreto Ministeriale del Ministro Pier Carlo Padoan.
Ora però, a fine maggio, il Governo Renzi – come anticipato dal Documento di Economia e Finanza (DEF) approvato ad aprile dal Consiglio dei Ministri – ha a sua volta approvato un nuovo decreto, con il quale verrà collocata in borsa, anche in più tranche, un altro 29,7% di Poste Italiane entro la fine dell’anno.
Dopo la decisione di rinviare al 2017 la privatizzazione di Ferrovie dello Stato, i conti evidentemente non tornavano, e così il Tesoro ha deciso bene di prepararsi a fare cassa, svendendo l’ultima grande azienda di Stato. In realtà, la decisione di procedere alla cessione di un’ulteriore quota della S.p.A. guidata da Francesco Caio si inserisce all’interno del piano di privatizzazioni con cui il Governo punta a fare cassa per far respirare lo Stato dall’incedere dell’indebitamento pubblico. Sta di fatto che i proventi derivanti dalla vendita delle azioni sono stimati entro e non oltre i 3 miliardi, ovvero lo 0,13% degli oltre 2300 miliardi di debito sovrano gentilmente richiesti dalla BCE, accumulati per la maggior parte da quando non abbiamo più potere di emissione monetaria. Un’inezia, dunque, che serve a malapena a coprire i 6,8 miliardi di euro di perdita sui derivati.
Facendo scendere la quota detenuta dal Ministero dell’Economia e della Finanza (MEF) dal 65% al 35% non si farà altro che mettere a rischio i posti di lavoro, nonché la qualità del servizio ed il legame con i singoli territori. In quella che si preannuncia essere un’altra svendita di una delle più grandi aziende di Stato, si rischia di mettere in discussione gli attuali livelli occupazionali (circa 140mila dipendenti) ed il principio stesso di unicità aziendale. Vi è il rischio concreto che si arrivi a separare la parte finanziaria ed assicurativa dal resto dell’azienda, compromettendo irrimediabilmente anche l’espletamento di un servizio sociale essenziale come quello del recapito postale. Con la perdita del controllo dello Stato sulla più grande azienda di servizi presente sul territorio italiano si perderanno inevitabilmente anche tutti gli utili che da più di un decennio realizza Poste ed i dividendi che attualmente lo Stato incassa in qualità di azionista.

Una lungimiranza non da poco, dunque, da parte di un Governo non eletto, non frutto della volontà popolare, che continua a fare gli interessi di élite finanziare estere.

Eh sì, perché ad ottobre, durante la fase di offerta pubblica iniziale (IPO) e dopo la fase di contrattazione preliminare immediatamente successiva all’accesso in borsa, a dettare legge sono stati gli investitori stranieri, ai quali è andato circa il 94% delle azioni in vendita, mentre soltanto il restante 6% è andato ad italiani. Leaders sono quattro fondi sovrani che si sono affacciati nell’azionariato della società: il China Investment Corporation (Cic), lo State Administration of Foreign Exchange (Safe), controllato dalla Banca centrale cinese, la Kuwait Investment Authority (attraverso il Kuwait Investment Office) e il fondo pensione governativo norvegese Norges Bank.
Insomma, lungi dal tutelare il bene comune, l’impressione è quella di un’operazione fondamentalmente politica e affaristica, che potrebbe avere ripercussioni sociali ed economiche quali la riduzione della qualità del servizio agli utenti, la perdita di trasparenza del rapporto tra prezzo e resa del servizio, l’aumento delle tariffe, forti tagli al personale e la nascita di cartelli commerciali, lontani dall’idea di garantire il migliore servizio al miglior prezzo.
E preparatevi che, dal 26 di questo mese, è stata quotata in borsa anche Enav, la società che gestisce il traffico aereo in Italia. Per adesso è stato ceduto il 42% e, anche in questo caso, la mano straniera è a maggioranza, ma nell’arco di trenta giorn,i per effetto dell’opzione greenshoe, potrebbe salire al 46%… Poste Italiane docet.