La religione non c’entra, parola di Bergoglio

La religione non c’entra, parola di Bergoglio

Secondo papa Bergoglio, lo sgozzamento del sacerdote francese Padre Jacques Hamel, avvenuto in terra di Francia lo scorso martedì 26 luglio nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, a Rouen, non si configurerebbe come atto di guerra nei confronti della religione cristiana, bensì come episodio da comprendere all’interno di una guerra i cui motivi non sono affatto religiosi, ma esclusivamente politico-economici.

Sull’aereo che lo portava a Cracovia, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, Francesco, nel corso di un colloquio avuto con i giornalisti al suo seguito, ha infatti lasciato intendere che i ripetuti attacchi terroristici avvenuti in Europa – e gli eventi bellici che ormai da alcuni anni stanno insanguinando le aree geografiche del Nord Africa, del Vicino e del Medio Oriente (le guerre che hanno devastato, e che ancora devastano, l’Iraq, la Libia e la Siria) – non possono essere ascritti ad una guerra di religione, in quanto le religioni sono per la pace e non per la guerra.

L’affermazione secondo cui le religioni, tutte le religioni, sarebbero per la pace e non per la guerra, ci pare corrispondere più ad una convinzione personale di Bergoglio, che ad un dato oggettivamente verificabile. Mentre il giudizio secondo il quale le motivazioni alla base degli atti terroristici e delle guerre sopra ricordate sarebbero da individuare solo nell’ambito degli interessi politico-economici di alcuni soggetti, pur essendo in parte condivisibile, non risulta essere pienamente soddisfacente, in quanto si presta ad oscurare una realtà tutt’altro che trascurabile.

Che l’Europa sia sotto attacco è un dato che molti osservatori denunciano da tempo. Un attacco che pone, di fatto, il Vecchio Continente in uno stato di assedio e che si manifesta in modi diversi: crisi economico-finanziaria, incessante pressione immigratoria, terrorismo diffuso, intere aree infiammate da conflitti armati ai suoi confini sud-orientali, sovranità nazionali menomate da un’istituzione, l’Unione Europea, mondialista per vocazione.

Un’Europa le cui nazioni patiscono l’azione di governi in buona parte asserviti ad interessi che non coincidono con quelli dei popoli governati. Le sanzioni comminate da tempo alla Russia per via della crisi apertasi con l’Ucraina, in virtù della nefasta influenza esercita da Stati Uniti e Unione Europea su quel Paese, sono solo un esempio di come gli Stati europei siano costretti a subire decisioni pesantemente contrarie agli interessi nazionali.

Quando papa Bergoglio parla di una “guerra mondiale in atto”, allude forse a questo scenario, senza però precisare quello che andrebbe precisato, pena il restare nell’ambito di un’ambiguità che per nulla contribuisce a confermare la correttezza del suo giudizio. Del resto, l’ambiguità è, purtroppo, un tratto ormai caratteristico di questo pontefice.

Diverse possono essere le ragioni che hanno indotto papa Bergoglio ad affermare che quella condotta dalle organizzazioni islamiste nei confronti dei cristiani non sia una vera e propria guerra di religione. Tra queste, il timore di inasprire una situazione già drammatica e di difficilissima gestione. Appare evidente, però, che la componente religiosa nella crisi in atto non solo è presente, ma addirittura fondamentale.

Quando tra gli effetti delle guerre condotte in Iraq ed in Siria vi è quello di fare piazza pulita delle comunità cristiane; quando l’Europa è invasa quotidianamente da masse di immigrati islamici – che godono della piena accoglienza da parte della UE e degli Stati laicisti europei, i quali se ne infischiano altamente delle conseguenze che un simile afflusso di genti potrà comportare – sostenere che quanto in atto non abbia nulla a che vedere con la religione è quantomeno fuorviante.

Certi, però, della sufficiente lucidità del vescovo di Roma – al quale sicuramente nulla sfugge di quanto sopra riportato – riteniamo che a indurlo a respingere pubblicamente il diretto coinvolgimento del fattore religioso nel clima di guerra e di terrore instauratosi sia il timore di compromettere il cosiddetto dialogo interreligioso, ovvero uno dei motivi conduttori del vaticanosecondismo, di cui papa Bergoglio vuole essere fedele interprete.

Torna alla memoria quanto scritto da Eugenio Scalfari – il guru del laicismo nazionale, divenuto divulgatore del pensiero bergogliano – alcuni mesi or sono. Parole che riportiamo per intero, tratte da un nostro articolo pubblicato su questo sito nel novembre 2015.

Scalfari, in un suo pezzo intitolato “Conservatori e temporalisti lo frenano, ma Francesco non si fermerà”, pubblicato da Repubblica il 25 ottobre 2015, scriveva: “… Ricordo queste conversazioni perché mi danno la certezza che se fosse ammalato il Papa lo direbbe. Del resto alcuni mesi fa fu proprio lui a dire pubblicamente: “Non avrò molto tempo per portare a termine il lavoro cui debbo attendere, che è la realizzazione degli obiettivi prescritti dal Vaticano II e in particolare quello dell’incontro della Chiesa con la modernità”.

In un secondo passaggio del medesimo articolo, Scalfari così continuava: “operare in modo che tutte le religioni arrivino a queste conclusioni non è né facile né rapido. Cozza contro credenze diverse, valori diversi, interessi contrapposti. Non a caso Francesco è anticlericale e lo dice. È un percorso, quello di convincere tutte le religioni, quella cattolica compresa, alla fede nel Dio unico, estremamente accidentato. Non c’è bacchetta magica che possa risolverlo. Francesco lo sa e procede passo dopo passo. Il primo punta ad una sorta di confederazione delle varie Confessioni cristiane che in un secondo tempo dovrebbe portare alla riacquistata unità religiosa. Nel frattempo amicizia con le altre religioni monoteiste e avvicinamento a quelle non monoteiste. Questo è lo scenario. È escluso che papa Francesco possa portarlo a termine, anche perché dovrebbe avere alle spalle una Chiesa cattolica che fosse strettamente unita verso questo scenario, ma neppure questa unità è completa. Lo scontro interno è su varie questioni, ma la vera causa è quella: Dio unico, religioni affratellate, sia pure ciascuna con la propria storia, proprie tradizioni, propri canoni e proprie Scritture.

Dunque, Jorge Mario Bergoglio ha una missione da compiere: contribuire alla conversione di tutte le confessioni religiose alla fede nel “Dio unico”, il quale, come Eugenio Scalfari ha lasciato chiaramente intendere, non è la Santissima Trinità. Alla luce di ciò, ben si comprende tanto la ritrosia a riconoscere l’evidente componente di odio anti-cristiano (non solo di matrice islamica) insita nelle guerre e negli attentati che vanno sconvolgendo mezzo mondo, quanto la calda accoglienza che il pontefice invita a riservare alle masse islamiche che, senza soluzione di continuità, affluiscono e si insediano in Italia ed in Europa.

In questo contesto si inquadra l’iniziativa che ha visto, nella giornata di domenica 31 luglio, in Italia ed in Francia, qualche migliaio di mussulmani prendere parte alla celebrazione della S. Messa in segno di solidarietà e di condanna dell’efferata uccisione di Padre Jacques Hamel.

Un’iniziativa certamente in parte dettata dalla reazione emotiva a quanto accaduto nella chiesa di Rouen, ma che non costituisce una novità assoluta, se non per il fatto che l’incontro sia avvenuto nel corso della celebrazione eucaristica. Da qualche anno, infatti, momenti di preghiera in comune fra cattolici e mussulmani vengono organizzati in alcune diocesi, suscitando la più semplice ed ovvia delle domande che qualsiasi fedele cattolico può porsi: quale Dio si prega in comune, la SS. Trinità o Allah? La risposta, almeno da parte di una certa gerarchia cattolica, sta nelle parole di Scalfari.