Quando il sindacalismo era roba da fascisti. Da Mussolini al Jobs Act passando per la Fornero

Quando il sindacalismo era roba da fascisti. Da Mussolini al Jobs Act passando per la Fornero

La storia del sindacalismo italiano è incerta, avvolta da quell’ombra di mistero tipica di un periodo, quello borghese e liberista, che aveva il compito di celare le scomode radici del passato.

No, non starò a tediarvi con la storia della Prima Internazionale né con inutili nozionismi scolastici: andremo oltre, assieme al gentil lettore, scomodando Corridoni, Rossoni, De Ambris.

La definizione odierna

In mancanza di definizione legislativa, il sindacato può esser definito come una associazione di lavoratori costituita per tutelarne gli interessi professionali collettivi.

Trattasi, in soldoni, di una associazione non riconosciuta, il cui scopo essenziale è la contrattazione collettiva in favore di una categoria subordinata o parasubordinata ad hoc.

Sindacalismo… nero

Provocazione. Nell’era demagogica nella quale ci si bea dei colori per identificare le aree politiche, il nero fascista colorò (o “imbrattò”, dipende dai gusti) il diritto sindacale di un socialismo primordiale mussoliniano, successivamente vicino alla rivoluzionaria UIL (Unione Italiana del Lavoro), posta in essere da Edmondo Rossoni.

La svolta del 1922

Nel gennaio 1922, si tenne a Bologna il I Congresso sindacale, nel quale venivano ribaditi alcuni punti cruciali:

  1. Superamento e sostituzione della lotta di classe con l’interclassismo corporativista;
  2. Nascita della Confederazione nazionale delle Corporazioni sociali;
  3. Costruzione di una concezione del lavoro, del lavoratore e del sindacato antitetica e alternativa a quelle del socialismo marxista e del cattolicesimo democratico-popolare.

Ritengo, a gran voce, si debba porre l’attenzione sulla “elevazione morale ed economica” del lavoratore, oggigiorno sbandierata dai fautori del Jobs Act come se fosse pensiero loro e, soprattutto, originale.

Aspetti pratici: i risultati ottenuti in pochi anni

Spesso leggo di sindacalisti odierni che usano impropriamente il marxismo come se la manipolazione culturale e filosofica di Marx degli anni Settanta non fosse cessata.

È ora di finirla: il sindacalismo rosso ha portato alla confusione lavorativa del nuovo millennio, caos contrattuale e vergogna filosofica; elencherò, di seguito, alcune importanti conquiste del Ventennio:

  • indennità di licenziamento (o TFR, per i pochi);
  • ferie retribuite;
  • conservazione del posto di lavoro in caso di malattie;
  • divieto di licenziamento in caso di maternità;
  • assegni familiari.

Conquiste “rosse”? Suvvia.

Delucidazione nr°1, in merito alla “riforma Fornero”

Col decreto “Salva Italia” (D.L. 201/2011 convertito in l.214/2011) del governo tecnico Monti ci si avvia alla politica della flexicurity, ovvero maggiore flessibilità in materia contrattualistica per le imprese, volta ad incidere sul sistema pensionistico.

Per dirla in sette parole, “le pensioni si pagano con le tasse”.

Delucidazione nr°2, in merito al “Jobs Act”

Il fallimento della Fornero (sia come ministro che come riforma) era preannunciato; nemmeno in un periodo economicamente florido avrebbe potuto ottenere effetti positivi. Fu così che, due anni or sono, si lavorò a questa “carta del lavoro” in stile tanto british, quanto italiana nelle logiche.

Vediamone i contenuti:

  • modifica degli ammortizzatori sociali;
  • introduzione delle misure per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro;
  • modifica del concetto di “mansione”;
  • costanza di rapporto di lavoro (CIG, CIGS e contratti di solidarietà).

Breve considerazione

Il Jobs Act ha fallito? Non proprio.

Per dirla in termini profani, l’obiettivo di stabilizzazione del mercato del lavoro è stato ottenuto fermando l’andamento negativo dei licenziamenti.

E quando Renzi festeggia dei posti di lavoro creati, dimentica di specificare che non si tratta solo di costituzione ex novo di contratti a tempo indeterminato, ma conteggia, intelligentemente e in ottica propagandistica, anche quelli a tempo determinato, il lavoro accessorio, il lavoro familiare, la parasubordinazione…

Lo Stato siamo noi

Questa è una frase fatta, ma anche un pensiero nobile.

I colori lasciamoli a chi dipinge e proviamo a superare le bandiere, iniziando a sventolare la sacra sophia tanto dimenticata dal popolo italiano; nessuno sta qui ora a inneggiare al fascismo come politica salvifica del mercato del lavoro, non potrebbe più farlo e non in questo contesto. Ma, almeno, si abbia l’onestà intellettuale “di dare a Cesare ciò che è di Cesare”.