Timeo Danaos et dona ferentes

Timeo Danaos et dona ferentes

“Temo i Danai anche quando portano doni”. Sembra quasi di vederlo, il vecchio Laooconte di Virgilio, mentre ammonisce sulla spiaggia di Troia i suoi compatrioti dal cavallo lasciatogli in dono di pace dai greci.

Allo stesso modo, sembra quasi di vederli i troiani, stanchi di dieci anni di guerra, stanchi del sangue e della morte, stanchi dell’odio e delle fatiche, chiudere gli occhi sulla verità delle parole espresse dall’anziano sacerdote.

Quasi riusciamo oggi a rivedere queste scene omeriche, perché rivissute, mutatis mutandis, attorno a noi quasi quotidianamente. In particolare, c’è da riferirsi alla visita ecumenica e semi-sincretistica dei musulmani alle chiese in Francia e in Italia.

Ovviamente l’iniziativa, promossa da gruppi di imam francesi e italiani, è stata subito accolta con visibilio sia dalla decadente gerarchia cattolica quanto da quelle laiche.

Immediatamente essa è stata presentata come la prova provata del teorema del “non tutto l’Islam è terrorista” e del “la maggioranza dei musulmani è composta di moderati”.

Evidentemente, sfuggono del tutto a queste persone i caratteri fondamentali dei nostri rapporti con l’Islam.

Si distingua pure che il terrorismo non sia “islamico” ma “islamista”; comunque si avrà la radice di Islam presente nei termini affiancati alla parola “terrorismo”.

Si ammetta pure che la maggioranza dei musulmani non sia favorevole al terrorismo; resta che anche un cinque per cento di una comunità come quella islamica francese, che raggruppa, per contare i soli praticanti, due milioni di fedeli, rappresenta in tutta evidenza un bacino di individui potenzialmente pericolosi di almeno centomila unità.

Si predichi pure che il jihadismo armato non rappresenta l’Islam autentico (chissà poi perché siano gli ecclesiastici cristiani e i politici e gli intellettuali atei dell’Occidente ad ergersi a maestri del “vero Islam”); resta che Maometto diffuse la sua fede principalmente con la spada.

Si creda pure che l’Islam sia accordabile con quei pseudo-dogmi dell’Occidente che sono la pace, la democrazia, la libertà come licenza; resta che, laddove l’Islam politico si fa sentire, anche tramite libere elezioni, come in Egitto con i Fratelli Musulmani o come in Turchia col Sultano Erdogan, i toni sono ben diversi da quelli auspicati da molte anime belle dell’Occidente.

Si dica  pure che il fondamentalismo non ha nulla a che fare con l’Islam e coi musulmani; resta che alcune importanti nazioni sunnite, Arabia Saudita e Qatar in primis, sono rette dal wahhabismo, dottrina propria dell’hanbalismo iperfondamentalista che, grazie alle connivenze dell’Occidente, viene copiosamente diffusa in tutto l’orbe islamico, grazie ai generosi finanziamenti che queste nazioni – che non c’entreranno nulla con l’Islam, eppure gli Al Saud, regnanti d’Arabia, sono i custodi dei luoghi santi di La Mecca e di Medina – diffondono in ogni dove, anche nella stessa Europa (vedasi la Grande Moschea di Bruxelles).

Si conceda, per un attimo, tutto questo e non si ponga alcuna obiezione a tutte queste osservazioni. Si conceda che l’Islam moderato riesca, in qualche modo, a soffocare quello favorevole alla lotta armata e che la maggioranza degli islamici voglia e riesca veramente a sradicare dal suo seno il wahhabismo (perché, piaccia o no, si uccide gridando “Allahu Akbar”, e perciò i terroristi, pur senza essere fini teologi dell’hanbalismo, qualcosa a che fare col culto maomettano ce l’hanno) e si conceda quindi il trionfo e l’apoteosi dell’Islam moderato, con tanto di benedizione dall’altare di incenso e acquasanta.

Allora? Che ne resta per noi? Dovremmo sentirci più al sicuro perché il nostro destino è nelle mani dell’Islam moderato? Dovremmo sentirci soddisfatti di noi stessi, affinché i nostri nuovi vicini di casa in Europa – visto che ci fanno la gentilezza di non sgozzarci – siano allora ben accetti?

Profetico sul tema è stato, invece, Michel Houellebecq col suo romanzo “Sottomissione”. Nel descrivere l’islamizzazione della Francia, Houellebecq non punta il dito contro la minaccia terroristica. Non compaiono barbuti salafiti nella narrazione, non c’è né ISIS né Al Qaeda. Il protagonista politico della vicenda,  Mohammed Ben Abbessi guadagna il consenso della maggioranza dei musulmani di Francia, così come di tutti i francesi, proprio emarginando l’estremismo islamico e mettendone a tacere i rigurgiti.

L’islamizzazione raccontata da Houellebecq non passa dalle armi, ma dalle urne, non si edifica con la violenza, ma con la seduzione. Eppure si realizza.

Houellebecq, in alcune interviste rilasciate sul libro, ha dichiarato che voleva mettere in luce un fatto determinante per la questione trattata, ossia che la pretesa occidentale di poter sviluppare una società, per non dire una civiltà, senza Dio e con la religione e le forze dello Spirito ridotte all’insignificanza dell’intimità privata, altro non è che un’invenzione dell’Occidente. L’Occidente morente pensa, infatti, di poter vivere appellandosi solo a valori sedicenti universali come la pace, la democrazia, la libertà etc…, e cerca di tenersi insieme mediante a un collante di patriottismo giacobino, paradossalmente rappresentato nel romanzo da Marine Le Pen, che ha rinnegato le origini anti-repubblicane e anti-laiciste dell’estrema destra francese.

Tale invenzione è totalmente illusoria, perché, sebbene l’uomo occidentale sia abituato a pensare che non esista un mondo migliore del suo, tuttavia solo l’Occidente e solo per neanche due secoli ha vissuto in questa pretesa schiettamente atea.

L’anomalia sembra segnata così a volgere al fallimento e alla scomparsa, per inerzia di sé e inanizione di fronte all’afflusso massiccio di genti che, pur senza lame o esplosivi, sono comunque disposte a credere in qualcosa che, piaccia o non piaccia agli ecumenisti e ai sincretisti nostrani, è radicalmente diverso da quanto è creduto nel Cristianesimo.

In Sottomissione, il ruolo dei cristiani è sfocato, sbiadito a minoranza della secolarizzata società occidentale. Essi si rifugiano in un quietismo sociale e privato, senza incidere in alcun modo, rassegnati come spensierati osservatori degli eventi.

Minoranza di una minoranza, alcune frange di cristiani tradizionalisti si uniscono al variegato blocco di opposizione degli “identitari”. Tentativo comunque velleitario e che nulla può contro le leggi della demografia e l’atomizzazione degli occidentali, seguita alla scomparsa della famiglia patriarcale, a cui invece i musulmani restano tanto affezionati.

Certo, c’è da auspicare che la profezia del romanzo non sia corretta. Tuttavia, non è difficile vedere come una società vuota, che non crede in niente, rischi drammaticamente di cedere ad una società piena, che in qualcosa ancora crede, pur senza metter insanamente mano alle armi.

La società del nulla è destinata a morire. Per il momento la Cristianità, che del nulla si è fatta consorte, non sembra poter vantare un sentiero alternativo.