Bombe su Sirte. Ci tocca rimpiangere Craxi?

Bombe su Sirte. Ci tocca rimpiangere Craxi?

La recente decisione degli Stati Uniti di procedere all’attacco aereo contro le postazioni dell’ISIS a Sirte, roccaforte libica del Califfato, obbliga a ragionare seriamente sul ruolo attuale e futuribile dell’Italia all’interno dello scenario libico e nordafricano in genere.

L’attacco americano contro il Califfato è stato mosso su richiesta del premier libico al Serraj, insediatosi a Tripoli a seguito degli accordi di pace del dicembre 2015, ma dotato di un sostegno internazionale solo parziale e di un dubbio consenso all’interno del paese. La Libia, infatti, a seguito dello sconsiderato intervento militare contro Gheddafi del 2011 operato da Francia e Gran Bretagna, si trova attualmente scissa in due fazioni principali che celano, in realtà, una miriade di fratture tribali, etniche e religiose che hanno reso il paese in brevissimo tempo un vero e proprio Stato fallito. A ovest, in Tripolitania, è situato il governo di Tripoli, guidato da al Serraj e appoggiato dagli USA a livello internazionale e dalle milizie di Misurata sul campo. A est, in Cirenaica, mantiene ancora saldamente il potere il Parlamento di Tobruk, il cui uomo forte è il generale e ministro della Difesa Khalifa Haftar.

Quest’ultimo, non rassegnandosi al ruolo da comprimario a cui sarebbe relegato da un’affermazione del governo insediatosi a Tripoli, continua la sua battaglia contro le diverse milizie islamiste, tra cui spicca anche l’ISIS a Sirte, con l’obiettivo di assumere definitivamente il controllo dell’intera zona est della Libia e far valere la sua forza militare (nonché l’appoggio internazionale più o meno palese di Francia, Egitto ed Emirati Arabi) nel quadro delle (finora sfortunate) trattative con Tripoli. Haftar è uomo buono per tutte le stagioni: uomo di Gheddafi nella guerra contro il Ciad, dopo un periodo di prigionia è passato all’opposizione del dittatore libico e, dopo 20 anni negli USA, è tornato nel suo paese natale a guidare le forze ribelli contro Gheddafi nel corso della Prima guerra civile libica (febbraio-ottobre 2011), terminata col rovesciamento del raìs. E’ poi stato protagonista della Seconda guerra civile, che dura ininterrottamente dal 2011 ad oggi, e che ha visto opporsi il governo di Tobruk a quello di Tripoli, prima guidato dalle milizie islamiste di Alba Libica (sostenute da Qatar e Turchia) e ora dal governo filo-USA di al Serraj.

Oggi, Haftar mantiene il potere in una regione, la Cirenaica, ricca di giacimenti petroliferi, sfruttando la debolezza dell’altro esecutivo, pur maggiormente riconosciuto a livello internazionale, e, abbandonato dagli amici americani che preferirebbero si rassegnasse alla resa, ha iniziato a dialogare fortemente con la Russia di Putin, al punto che, dopo l’incontro tra i due avvenuto a fine giugno a Mosca, alcuni sostengono che Khalifa Haftar sia ormai “l’uomo di Putin in Libia”.

Questo quadro sommario della situazione libica, ulteriormente complicato dalla presenza di consigli indipendenti a Derna e a Bengasi, di milizie Tuareg nel sud-ovest del paese e dalla penetrazione anche in area libica dell’ISIS come franchising internazionale, a cui qualsiasi cellula terroristica o milizia armata nel mondo può affiliarsi, rende facilmente l’idea di come si debbano tenere in conto un’infinità di fattori nell’affrontare il problema di come debba porsi uno Stato ineluttabilmente coinvolto nella questione libica – per ragioni anche solo puramente storiche e geografiche, oltre che economiche e militari – come l’Italia.

L’opinione pubblica italiana è generalmente pacifista e poco incline all’avventurismo internazionale di paesi come Francia e Regno Unito. Tutt’al più, il ruolo dell’Italia all’interno della NATO si è esplicato nella messa a disposizione di basi aeree strategiche e nell’invio di soldati nel quadro di missioni di pace sotto l’egida dell’ONU. Tuttavia, l’importanza strategica della Libia per l’Italia è a tal punto ineluttabile che, pochi mesi fa, si ipotizzava la possibilità di un intervento a guida italiana in Libia per stabilizzare la situazione.

Pur rimanendo un’operazione sotto l’ombrello NATO, la possibilità di un intervento italiano in Libia, al netto dell’inevitabile aumento del rischio di attentati in cui incorrono i paesi impegnati in prima linea contro l’ISIS (anche se ormai si è visto che il terrorismo colpisce anche paesi abbastanza disimpegnati all’estero, come la Germania), avrebbe rappresentato comunque per l’Italia un’opportunità di riscatto e di recupero dei propri interessi strategici nell’area dopo il vero e proprio scippo subito dalla Francia di Sarkozy nel 2011: l’intervento francese cancellò in un sol colpo gli accordi per il gas e la gestione dei migranti in Libia stipulati dal Governo Berlusconi IV con Gheddafi. Risultato: nuovi accordi milionari per la francese Total in Cirenaica e l’avvio di una serie ininterrotta di sbarchi sulle cose italiane, che prosegue senza sosta proprio dal 2011. 

Oggi, la situazione appare ulteriormente peggiorata e, ancora una volta, l’Italia si ritrova paese totalmente asservito agli interessi di altre potenze. Non solo non è avvenuto alcun intervento europeo a guida italiana, ma ancora, dopo almeno 3 anni di chiacchiere, non si intravede ancora uno straccio di politica estera comune dell’Unione Europea. La Mogherini è relegata a un soprammobile buono per inaugurazioni e cerimonie, oltre che per le minacce di Erdogan, totalmente ininfluente rispetto alla politica internazionale che conta (basti ricordare la sua assenza nei giorni dei tesissimi dialoghi tra la Merkel, Hollande e Putin). Ma intanto che il premier Renzi celebrava come una vittoria italiana l’ottenimento di una carica totalmente inutile perché adibita a qualcosa che non esiste (una politica estera di sicurezza comune in Europa), altri prendevano le decisioni che contavano.

Al Serraj è stato così insediato a Tripoli e l’intervento portato in suo sostegno direttamente dal Dipartimento di Stato americano potrebbe a breve portare anche all’utilizzo della base di Sigonella in Sicilia da parte dell’aeronautica militare USA. Niente di simbolicamente peggiore per un paese a sovranità zero che vedersi sottomettere proprio nel luogo in cui, per l’ultima volta, il Belpaese dimostrò di avere un briciolo di sovranità, negando ai militari USA la presa in custodia dei terroristi dell’Achille Lauro. Allora, il premier Bettino Craxi, non certo un modello ideale per tantissime altre cose, tenne pienamente testa al presidente americano Ronald Reagan, in un sussulto di sovranità e orgoglio nazionale che, forse, gli costò carissimo, visto che a breve avrebbe concluso la sua vita in latitanza ad Hammamet dopo Tangentopoli e Mani Pulite.

In  un momento in cui, dopo essere stati imbarcati a forza in un folle intervento militare contro Gheddafi che ha devastato anni di sforzi per costruire una politica mediterranea che avesse un barlume di indipendenza da Washington, veniamo di nuovo costretti a partecipare ad avventure militari in Libia che otterranno nel contempo l’effetto di attirare le attenzioni terroristiche sul nostro paese, senza neppure consegnarci un barlume di vantaggio in uno scenario dove Francia e USA la fanno da padroni, mentre l’Italia piange una maggiore concertazione in un’Unione Europea dove ogni paese che può farlo fa quello che vuole e degli altri se ne frega, viene veramente da rimpiangere la breve gloria in chiaroscuro di un Craxi che, al telefono, dice un inconcepibile no a Reagan.