Cattolicesimo e pena di morte

Cattolicesimo e pena di morte

Tommaso D’Aquino, nella Somma Teologica, asserisce che il potere pubblico non viola il quinto comandamento (“Non uccidere l’innocente”) se condanna a morte il malfattore o i nemici dello Stato ([1]). La ragione è che se è lecito farsi amputare il piede per salvare il corpo intero, assai di più è permesso alla società di sopprimere un cittadino eversore del bene comune e della tranquillità pubblica: “laudabiliter et salubriter occiditur ut bonum commune conservetur” ([2]). Infatti, l’uomo peccando decade dalla dignità prossima di persona, pur restandogli la dignità remota e radicale di natura umana, e si abbassa così al livello del bruto, destinato a servire l’uomo come mezzo utile. Quindi, il delinquente incorreggibile merita di essere trattato come un animale pericoloso, per cui può lecitamente e senza peccato essere ucciso per il bene comune, dalla legittima autorità ([3]). Nella Somma contro i Gentili S. Tommaso approfondisce il tema e scrive: “Siccome alcuni disprezzano le punizioni inflitte da Dio, perché, essendo dèditi alle cose sensibili, badano soltanto alle cose che si vedono, la divina Provvidenza ha ordinato che ci siano sulla terra  degli uomini, che con pene sensibili e presenti obblighino costoro ad osservare la giustizia. Ora, è evidente che tali persone non peccano quando puniscono i malvagi…” ([4]). Lo Stato, perciò, può infliggere la pena di morte al colpevole, senza ledere il quinto comandamento “Non uccidere l’innocente”. Ancora S. Tommaso spiega che “Il bene comune è superiore al bene particolare. Quindi è giusto eliminare il bene particolare per conservare il bene comune. Ma la vita di certi uomini pestiferi impedisce il bene comune che è la concordia della società umana. Quindi, è giusto che codesti uomini siano eliminati, con la morte, dalla società umana. […] Il medico fa una cosa buona e utile quando recide un organo putrefatto, che minaccia d’infettare tutto il corpo. Quindi anche il Capo dello Stato fa uccidere giustamente e senza far peccato, gli uomini malvagi, affinché non sia turbata la pace dello Stato…” ([5]). Inoltre “sin dalle origini dell’umanità la pena di morte è stata sempre in vigore, e nessuno ha mai pensato di ritenerla ingiusta […] solo nel periodo illuministico si cominciò a dubitare della liceità della pena di morte. La reazione, sempre più vivace, fu favorita dalla mentalità liberale che preparò la Rivoluzione francese, e indubbiamente fu provocata dalla facilità estrema con la quale si soleva infliggere quella pena […]. Di fatto i legislatori hanno dimostrato che la pena di morte non può essere né ammessa né esclusa in modo assoluto: Le due tesi peccano – rispettivamente – di eccessivo pessimismo e ottimismo esagerato nei riguardi della natura umana; ossia, non può supporsi che il cittadino sia ovunque e sempre un criminale in potenza, né che ovunque e sempre sia un santo in atto. […] Soggetto ad infinite influenze, abusando dell’arbitrio, si può abbandonare agli eccessi più incontrollati dell’egoismo e quindi risultare pericoloso per la società […]; e, illuminato dalle esperienze più disparate, può non solo rinsavire, ma maturarsi fino ad essere sensibile alle esigenze della vita sociale e rispettarne le leggi […]. Per il diritto naturale, se la società è una persona giuridica perfetta e autonoma, come ha il diritto di vivere, prosperare e conservarsi, così ha quello di difèndersi contro chiunque tenti di sovvertirne l’ordine, minacciando il bene comune. Dunque, se può difèndersi solo sopprimendo il proprio nemico, lo Stato può respingere la sua aggressione infliggendogli la pena di morte. Oppure se la difesa contro l’ingiusto aggressore è ritenuta ovunque e sempre legittima per l’individuo, anche se spinta sino alla violenta soppressione dell’avversario; a più forte ragione è legittima per un’intera Nazione, la quale personifica tutti i cittadini ed è impegnata a tutelarne i diritti. Ora l’auto-difesa dell’individuo […] risponde ad un legge non scritta ma naturale, che non dobbiamo né all’insegnamento, né alla tradizione né alla cultura, ma esclusivamente alla natura […] per istinto; è essa dunque che nel caso in cui la nostra vita venga a trovarsi esposta a qualche agguato oppure alla violenza e ai colpi dei briganti o dei nemici, fa considerare lécito ogni mezzo usato per assicurare la nostra incolumità […]. Perciò se la nazione per difendersi, non potesse punire di morte il cittadino, che minaccia di colpirla sovvertendo l’ordine pubblico: 1° per non far violenza ai violenti, sarebbe violenta contro gli innocenti; 2° renderebbe più insolenti e incorreggibili i criminali, incoraggiati a mal fare dalla debolezza dello Stato; 3° dichiarerebbe il proprio fallimento…” ([6]).

 La S. Scrittura e la pena di morte

 1°) L’Antico Testamento

Nell’Antica Alleanza i motivi della condanna a morte erano: eliminare dal popolo individui pericolosi, dare una lezione deterrente che impedisse il ripetersi dei crimini, espiare per ottenere il perdono di Dio ([7]).

 2°) Il Nuovo Testamento

«Tutti gli esegeti cattolici convengono che nel Nuovo Testamento non c’è un solo cenno che abroghi la Legge Antica al riguardo della pena di morte» ([8]). Gesù, infatti, non è venuto ad abolire la Legge ma a perfezionarla. Quando il Vangelo dice che non bisogna opporsi al nemico, ma pregare per lui, offrirgli anche l’altra guancia se occorre, «tutto ciò concerne stati d’animo ed effettivo atteggiamento del singolo ogni volta che si tratta dei suoi personali interessi […]. La lezione quindi non può dirsi precettiva in senso rigoroso per ciascuno e per tutti; mentre indica solo un traguardo a cui tutti devono mirare per elevarsi […]. Una piena, incondizionata ed effettiva adesione allo spirito del Vangelo non sopprime nel prossimo il diritto ad essere da noi amato, protetto e difeso contro tutte le minacce del male […]. Chi può essere così incoerente da indursi, appunto per amore di Cristo, a consentire ad un bruto di uccidere un bambino, pur potendo impedire l’aggressione? È assurdo appellarsi a un Vangelo della non violenza, si tratterebbe della più ridicola e irritante caricatura del Cristianesimo […]. Quel che si dice del singolo, vale con più ragione dello Stato, che deve tutelare la vita, l’onore, i beni, la libertà dei cittadini contro ogni ingiusto aggressore, ricorrendo – se necessario – anche alla forza. In ciò la dottrina di S. Paolo esclude ogni dubbio: “I governanti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l’autorità? Fa il bene […]. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male” (Rom, 13, 3-4). La mansuetudine evangelica […] non va confusa con la tolleranza esercitata come passività e arrendevolezza a coloro che ne vogliono il male» ([9]).

Un’obiezione contro la pena di morte: l’ergastolo

Rispondo: occorre ammettere che “l’ergastolo esercita una forza intimidatoria ben inferiore a quella della pena di morte; la quale, in situazioni di estremo bisogno, costituisce per lo Stato l’unica arma di difesa. Infatti, il detenuto può abituarsi ad un lungo periodo di carcere, trovarvi o ricrearvi la sua società, dato l’inesauribile spirito di adattamento dello spirito umano. A rigore egli non perde pure la speranza di ricuperare la libertà, potendo sempre evadere corrompendo i custodi, approfittando di una sommossa, in sèguito ad un incendio, ad un terremoto, ad un’amnistia o grazia concessa per buona condotta…” ([10]). Per non parlare della ‘giustizia’ odierna, che de facto ha abolito anche l’ergastolo. Inoltre molti malviventi, dal carcere, continuano a dirigere il malaffare. Quindi la pena di morte è legittima e non cozza contro il diritto naturale, né tanto meno quello cristiano.

 NOTE

 [1]) S.Th., II-II, q. 64, a.2.

[2]) S. Th., II-II, q.64, a2, in corpore.

[3]) In I Politicorum, 12, 1253a. In VI Ethicorum, 7, 1150a. S.Th., II-II, q. 64, a. 2, 3um. /q. 65, a1, in corpore./ q. 108, a3, 1um. Q. De Malo, 1, a.5. In Rom, c. 13, lect. 3.

[4]) C. G. III, c.146, . Q. De Caritate, 2, a. 8, 10um.

[5]) C. G. , III, c. 146.

[6]) Catholicus (padre E. Zoffoli), Pena di morte e Chiesa cattolica, Giovanni Volpe editore, Roma, 1981, passim.

[7]) Deut. XVII, 12. / Deut. XIII, 12./ Num., XXXV, 31-33.

[8]) Catholicus, op. cit., pag 11.

[9]) Ibid. , pagg. 1-15.

[10]) Ibid. , pag. 82.

DON CURZIO NITOGLIA

(Tratto da doncurzionitoglia.net)