Olimpiadi 2016. La “Nazionale dei rifugiati” è l’ennesimo assalto all’identità dei popoli

Olimpiadi 2016. La “Nazionale dei rifugiati” è l’ennesimo assalto all’identità dei popoli

Se parliamo di Olimpiadi, il pensiero degli amanti della storia va ai giochi che, per molti secoli, sono stati disputati fra le pòleis greche: confronto fra città, colonie, comunità, che rappresentava il punto di incontro e di confronto fra le diverse anime di un unico ethnos.

Le Olimpiadi antiche, oltre a possedere un’anima marcatamente religiosa, erano caratterizzate da una vocazione eminentemente identitaria. Soltanto atleti di ceppo greco potevano prendervi parte: il rito comune, il patrimonio comune di fede, tradizione e cultura rappresentava lo spartiacque fra il mondo ellenico, ammesso ai Giochi, e l’esterno, il diverso, il barbaro (etimologicamente, questa parola significa proprio “il balbettante”, ossia colui che non parla greco).

Con le Olimpiadi moderne, il confronto si amplia: non più sfida atletica fra membri di una stessa comunità, ma confronto fra differenti comunità: le Nazioni.

Fin dalle prime “pionieristiche” edizioni, le Olimpiadi moderne sono sempre state l’arena privilegiata attraverso la quale i diversi Paesi – e in particolare quello ospitante – potevano mostrare al mondo, volta per volta, la prestanza dei propri atleti, la loro ferrea disciplina, la grandiosità delle celebrazioni, la differenziazione fra i diversi usi e costumi. Il tutto fino alle più recenti edizioni, nell’ambito delle quali, accanto all’elemento sportivo, si è fatto strada anche un lato – per così dire – folcloristico: le sfolgoranti cerimonie di apertura, gli intermezzi artistici, le esibizioni musicali, e così via.

Il vero trait d’union fra Olimpiadi antiche e moderne, ossia l’elemento che – almeno prima d’oggi – non era mai stato posto in discussione, è quello della differenziazione fra le diverse identità in competizione.

I Giochi olimpici, infatti, hanno sempre visto la competizione fra comunità caratterizzate da una specifica identità: le città e colonie greche prima, le Nazioni poi.

Sembra quasi superfluo evidenziare che le Olimpiadi non nascono per consentire l’esibizione dei migliori atleti del mondo in quanto tali, ma sempre e soltanto in quanto appartenenti ad una determinata comunità: il podista di Atene, il saltatore polacco, il maratoneta italiano, e così via.

Del resto, chi potrebbe immaginare gli atleti olimpici mentre gareggiano con divise tutte uguali? Quale sarebbe, allora, il senso del confronto? La risposta è evidente: il confronto ha senso soltanto se si svolge fra gruppi (sport di squadra) o elementi (sport individuali) fra cui è possibile operare delle distinzioni. Una corsa fra atleti tutti in maglia bianca, in realtà, assomiglierebbe molto alla corsa degli ignavi nell’inferno dantesco e si ridurrebbe a puro non-senso.

Eppure, nell’edizione delle Olimpiadi attualmente in corso, una novità ha fatto irruzione con prepotenza; una novità che si pone, in maniera evidente, come una rottura rispetto ai princìpi identitari che, da quasi tremila anni, caratterizzano le competizioni olimpiche.

Si tratta della cosiddetta “Nazionale dei rifugiati”. Una compagine strana, composta da atleti provenienti da regioni disparate del mondo, selezionati in maniera arbitraria e a dir poco oscura e riuniti sulla base di un criterio artificiale e soggettivo come “l’essere rifugiati”.

Al di là della retorica solidaristica tanto cara alle moderne forze del progressismo esasperato e della dissoluzione, questa compagine di senza-patria apre una breccia evidente nel principio della nazionalità finora proprio alle competizioni olimpiche. Nel nome di un melenso buonismo, in sostanza, si introduce nell’arena sportiva il principio indifferenziato della globalizzazione, che porta alla formazione di una squadra dichiaratamente priva di identità nazionale. Una squadra di tutti, una squadra di nessuno.

Si tratta di un precedente da non sottovalutare. Le Olimpiadi, è noto, sono l’evento sportivo che attrae la massima audience globale: quale strumento migliore, quindi, per promuovere a livello mondiale il superamento delle identità nazionali?

Il precedente, si diceva, è rilevante. E anche se, per questa volta, la consistenza numerica della nuova “nazionale” è esigua, si è comunque introdotta un’importante eccezione al criterio olimpionico delle nazionalità.

A quando, dunque, la nazionale dei transessuali? A quando quella dei “No borders”? Ogni principio differenziatore, anche quello ormai sbiadito delle identità nazionali, è guardato con odio ed ostilità dalle forze della dissoluzione, che premono – sotto la ormai logora etichetta umanitarista – per introdurre e far accettare come “normale” il superamento di ogni residua differenza qualitativa fra gli esseri umani.

Una mescolanza indifferenziata di individui, accomunati dal consumismo, da un vago buonismo globalizzatore, da una cieca indifferenza ai valori spirituali. Sotto queste nuove bandiere, i cerchi di Olimpia si stingono penosamente, assumendo un grigiore desolante. La prossima edizione dei Giochi, possiamo scommetterci, riserverà ulteriori sorprese.