Poligamia. Ha ragione Piccardo, ringraziando autorità civile e religiosa

Poligamia. Ha ragione Piccardo, ringraziando autorità civile e religiosa

“La poligamia è un diritto che ci spetta”, ha dichiarato Hamza Piccardo, storico esponente dell’UCOII, l’Unione delle Comunità Islamiche Italiane. Ha ragione, questo diritto gli spetta, anzi va concesso a tutti coloro che intendono avvalersene, musulmani e non.

Una volta scalfito il “tabù” della coppia eterosessuale quale gruppo umano a cui riferirsi per la costituzione di quella micro-società che è la famiglia, a cui affidare nascita, cura e crescita dei figli e, in funzione di ciò, imputare uno statuto di diritti-doveri, oneri, prerogative, compiti, una volta accettato che quel modello non può vantare diritto d’esclusiva, è del tutto lecito attendersi ed accettare che la porta si apra fino alla sua logica e meccanica estensione, cioè che sia la scelta individuale a prevalere.

Se dev’essere la volontà individuale – comunque motivata, da ragioni sentimentali, economiche, religiose, psicologiche – a fondare il diritto ad unirsi e a godere di prerogative (ancora non complete in verità, ma di fatto sussistenti ed in via di progressiva integrazione, si pensi ai figli minori affidati ad un padre che contrae un’unione civile con un altro uomo) simili a quelli d’una coppia naturale (PREMESSA MAGGIORE); e se l’unione poligamica (di carattere matrimoniale, nel caso dei musulmani; civile, nel caso dei non musulmani), o, perché no, poliandrica o, perché no, monosessuale (tre o più maschi, o tre o più femmine) ubbidisce a scelte individuali, non dettate da coercizione o apparente insania mentale (PREMESSA MINORE), la conclusione è belle che tratta e il sillogismo che ne esce è perfetto, incontestabile. Il cerchio è chiuso.

E ha dunque perfettamente ragione il musulmano Piccardo a pretendere, in una società fondata sui diritti, anche quel diritto ulteriore, ultimo – ma solo in ordine di tempo – anello d’una catena di cui non si riesce ad intravedere la fine. Ogni società nasce con i suoi tabù – in questo senso Freud aveva visto giusto, salvo il fatto che lui voleva rimuoverli – e anche la primissima, che il Dio biblico aveva creato, ne aveva uno, quello dell’albero della conoscenza.

Questi tabù nel mondo occidentale coincidevano coi limiti socio-culturali che il principio d’autorità (nella sfera pubblica e in quella privata e familiare) e la legge naturale del cattolicesimo avevano imposto ed erano comunemente accettati, anzi giudicati invalicabili dall’intera società.

Quei tabù sono saltati, complici l’autorità civile – che ha frantumato ogni collante sociale – e quella religiosa – che, pur di sopravvivere, ha accettato di far diventare la fede un mero accessorio, svuotando le chiese.

Inutile invocare sconfitte epocali di una settantina d’anni addietro per spiegare l’attuale sdilinquimento della società occidentale, che forse si sarebbe verificato ugualmente; altrettanto inutile, qui, indicare rimedi o soluzioni, che comunque usciranno non già da formule o da slogan urlati, ma da consapevolezze collettive non ancora maturate.

L’unica constatazione appropriata che mi sento di fare è questa: la religione o la religiosità islamica, da tanti invocata come “caposaldo della tradizione” (quale, poi, non si capisce) o “barriera contro il mondialismo”, reca sempre con sé una auto-giustificazione alla rapina (ne sanno qualcosa gli Africani, dissanguati da una tratta durata più di mille anni o le nazioni cristiane assediate per secoli), ed infatti approfitta ora dello svuotamento (morale e demografico) dell’Europa per piantarvi le sue bandierine. So bene che non esiste l’Islam, bensì gli Islam, ma io mi riferisco chiaramente a ciò che vedo e che sento. Che non è la morbida filosofia o la delicata speculazione di Averroè o di Avicenna, ma la brutale arroganza d’una religione nata per dare regole pratiche di condotta a popolazioni dove abbondavano violenti, ladroni ed arrapati, e che non a caso sta ora dando pretesto e motivazione alle azioni folli di qualsiasi spostato o disadattato del pianeta, pur guardandomi ben dal tracciare geometriche sovrapposizioni fra religione islamica e terrorismo islamico.

Oggi, Hamza Piccardo pretende che regole maomettane trovino accoglimento nella nostra “dottrina dei diritti civili” (coonestata da quella religiosa della “fratellanza universale”, che l’ha scandalosamente fiancheggiata), che quelle pretese legalmente giustifica e legittima, pur essendo concettualmente respinta e anzi disprezzata dalla filosofia morale musulmana.

E’ un tragicomico e grottesco teatrino, dove le nostre autorità, civili e religiose fanno la parte dei pupazzi bastonati.