Start-up: tra fuoco di paglia ed illusione. Così non si fa Impresa

Start-up: tra fuoco di paglia ed illusione. Così non si fa Impresa

Immaginiamo dei giovani, magari brillanti e freschi di laurea. Giovani ben inseriti nel loro ambiente, fra contatti, aperitivi e serate. Giovani a volte nerd, a volte popolari, a volte una strana combinazione di questo e di quello.

Terminata l’avventura universitaria, che fare? L’avvocato come il padre? Il medico come lo zio? Oppure il notaio come il nonno? Essere professionisti nel 2016 non è – si sa – come esserlo nei ruggenti anni Ottanta. E allora si parla, ci si confronta fra amici e conoscenti, ci si scambia idee ed opinioni. Forse “fa più figo” trovare una propria strada. Qualcosa di intuitivo, rapido, cool, a cui nessuno abbia mai pensato prima.

Magari distribuire la sabbia per cani a domicilio. Oppure lavare le auto dei vicini. E perché non provare la vendita online di profumi? Le idee girano, cambiano, prendono strade inaspettate. E allora che si fa? Ci si mette insieme, si fa la start-up.

La legislazione attuale, peraltro, sembra estremamente favorevole: ad esempio, con 1 euro (!) si può costituire una “S.r.l. semplificata”, se si è giovani abbastanza (e quando mai non lo si è?). E così, mentre qualche anno fa il venticinquenne medio, fresco di laurea, avrebbe al massimo organizzato un torneo alla Playstation o un viaggio a Praga, adesso si butta con entusiasmo nell’impresa.

Così, attorno al tuo entusiasmo di neo-imprenditore, fiorisce tutto un mondo che sembra aspettare a braccia aperte soltanto la tua Idea. Noi ti finanziamo. Noi ti pubblicizziamo. Noi ti diamo l’ufficio. Noi ti assistiamo sotto il profilo legale o lavorativo. Noi ti diamo lo spazio online. Noi ti diamo gli stagisti. E così via.

Iniziare sembra facile ed invitante. Del resto, riempie di soddisfazione, parlando con gli amici, dire “sono imprenditore, sono il capo di me stesso, e ho appena iniziato un’attività innovativa che consiste nel bla bla bla…”.

E allora, si inizia! Ufficio nuovo, tutto mio… Beh, in realtà in condivisione con altre 426 start-up. Penne, matite, tappetini per il mouse griffati con il nuovo logo che, ci potete scommettere, fra due anni sarà famoso in tutto il mondo. Pure uno stagista alla scrivania vicina: sono il suo boss, gli passo persino i buoni-pasto!

Il mondo delle start-up sembra un confortevole sottobosco rigoglioso, in cui c’è luce per tutti, c’è acqua per tutti, c’è spazio per tutti. Meglio non rispondere a nessuno nella vita, meglio non avere scadenze, orari, impegni al di fuori di quelli che ci si programma da sé.

In questo modo, ci si convince – ci si illude – che tutto sia terribilmente facile. Bastano un’idea, pochi spiccioli e la ricchezza semplice è garantita. Senza troppa fatica; senza finire a lavorare in banca o nello studio di papà o, peggio, senza pensare che là fuori c’è un mostro brutto e cattivo, chiamato “Disoccupazione”.

Su questo scenario iniziale, che sembra così idilliaco, calano ben presto come macigni quelli che, diremmo, si chiamano… i casi della vita.

E così, l’amico che ti avrebbe seguito fino alla morte nel lanciare un’app per la toelettatura per gatti a domicilio, un bel giorno, dice che inizierà un master ad Hong Kong.

La banca, che sembrava così felice di finanziare il tuo progetto, ti specifica – solo ora – che lo farà ben volentieri, ma che prima dovrai cederle il 95% della tua società.

E poi… il nuovo sito internet rivoluzionario, geniale, che consente lo scambio di sigarette usate per trasformarle in bio-concime, questo mese ha registrato solo 7 visite: 6 tue, e una di tuo nonno che voleva imparare ad usare il PC.

Anzi no… Il sito funziona: ho fatturato 1 milione di euro il primo mese. Ah, scusate, in verità  banca che mi finanzia ha incassato 998mila euro. Con i miei duemila, ci pago l’affitto dell’ufficio.

L’entusiasmo iniziale del neo-imprenditore, così, crolla miseramente appena dopo la linea del “via”. La start-up chiude. Uno scatolone raccoglie i beni residui della “società”. Nel frattempo, arriva anche la fattura del commercialista da pagare… ma non era un amico?

In tutto questo, chi ci ha guadagnato? La risposta è semplice: gli stessi che hanno illuso il giovane tanto brillante. Gli stessi che lo hanno gonfiato di speranze e di complimenti, per poi voltargli la schiena dopo il primo insuccesso. Gli stessi che lo hanno convinto, solleticando il suo orgoglio, che lui sarebbe stato il futuro dell’imprenditoria 2.0.

Le banche hanno acquisito partecipazioni pressoché totalitarie in numerosissime società, praticamente a costo zero. Se anche una su cento dovesse fruttare, l’investimento iniziale decuplicherebbe.

Gli innumerevoli enti di formazione dei “nuovi imprenditori” hanno incassato laute quote. Le società immobiliari, finalmente, hanno frazionato in centinaia di micro-uffici e messo a reddito quel palazzone che non si riusciva più ad affittare. E così via.

Seguire questa strada, per la maggior parte dei “giovani imprenditori”, significa subire un’irreparabile perdita di denaro, di occasioni lavorative e di tempo. Soprattutto di tempo, il bene più richiesto, più desiderato e più sfuggente in un mercato del lavoro così immobile e costipato.

Di reale non resta nulla. Era un sogno su PC, un rigirarsi di cifre e di business plan. Il frigo intanto è vuoto, i genitori non vogliono più pagarti l’affitto nella grande città.

Investire nel lavoro giovanile e, segnatamente, nella vera imprenditoria, significa percorrere un cammino diametralmente opposto al sentiero – a prima vista così facile e ampio – che porta al mondo delle start-up.

Anzitutto, avviare un’attività di impresa significa non abbracciare spensieratamente – e senza alcun senso critico – il dogma del “nuovo = buono”. Infatti, un prodotto o un servizio mai posto prima sul mercato, nel 99% dei casi, non è affatto un’idea originale: è semplicemente un binario morto dell’evoluzione commerciale. Al più, può creare una moda, un falso bisogno che sarà presto scalzato da un’altra moda ancora. Non si costruisce nulla sulle sabbie mobili del nuovo che avanza.

Inoltre, il giovane che intenda avviare una realtà imprenditoriale deve porsi alcune semplici – ma al contempo fondamentali – domande: ho le risorse economiche e intellettuali per farlo? Ho la tenacia necessaria? Lo sto facendo perché penso che sia la via più facile per guadagnare bene e lavorare poco? La mia idea darà un contributo serio alla società? Ho dei soci affidabili? Sono sicuro di non poter ottenere soddisfazioni anche avviandomi ad una professione “classica”?

Il più delle volte, le risposte porteranno altrove e non all’imprenditoria: e, numeri alla mano, sarà stato meglio così.

Alla base di tutto, ancora una volta, deve stare il rifiuto – e il disprezzo – per ogni forma di ricchezza facile;  il rifiuto per ciò che brilla ma è senza valore; la consapevolezza di doversi giocare il proprio futuro in un’arena difficile, affollata e spietata, e di doverlo fare con onore ed umiltà, senza scorciatoie e senza compromessi.

La dedizione,, il sacrificio, il rispetto per la gerarchia lavorativa, la costanza dell’esperienza, il desiderio di apprendere e – soprattutto – la reale consapevolezza dei propri mezzi ed aspirazioni sono le armi per mezzo delle quali, con umiltà, i giovani professionisti potranno elevarsi ad una dimensione solida ed umana, senza perdere la ragione davanti a miraggi di facile successo, ma innalzandosi grandi e forti, un giorno, su un sottobosco di illusioni avvizzite.