11 agosto 1806: la fine del Sacro Romano Impero

11 agosto 1806: la fine del Sacro Romano Impero

Esattamente oggi, 210 anni fa, l’ultimo Imperatore – Francesco II di Asburgo-Lorena – decretava a Ratisbona lo scioglimento del Sacro Romano Impero.

Sotto la spinta delle armate e della diplomazia napoleonica, terminava così, dopo oltre mille anni, un’esperienza unica nella storia dell’Europa, che ha incarnato nella Storia – soprattutto nei secoli del Medioevo – il concetto stesso di Potestà Temporale che caratterizza l’Occidente tradizionale.

Il Sacro Romano Impero, prima ancora che un’entità statuale, ha rappresentato un’Idea ed una precisa concezione del mondo. Un’Idea che, ancora oggi, costituisce un baluardo di impressionante vigore contro la spinta globalizzatrice, livellatrice e mondialista che caratterizza questi tempi ultimi.

Il riferimento è, anzitutto, al concetto di sovranità che caratterizzava il modello imperiale: una concezione organica, verticale e sacrale, che trova precisi riscontri in tutte le società tradizionali e che, invece, costituisce l’esatta antitesi rispetto ai modelli – post-rivoluzionari ed illuministici – di stampo costituzionale e democratico.

E dunque: sovranità terrena come diretta emanazione di una sovranità super-terrena. La legittimazione dell’Imperatore scaturisce dall’alto, ossia dalla Divinità, e non certo dalla volontà di mutevoli moltitudini. Si ha, così, una perfetta corrispondenza con le dottrine tradizionali indo-arie, per le quali la potestas costituisce sinonimo di immutabilità e di stabilità: “Salde sono le montagne e saldo è anche questo Re degli Uomini”, si può leggere ancora nei testi vedici, eco di una dottrina molto più antica.

Il governo terreno, quindi, riproduceva in scala e in diretta proporzione l’ordine celeste. Non si aveva, così, alcuna antinomia, ma una piena corrispondenza fra il principio che governa il cosmo e l’ordine politico. Quanto diversa, invece, risulta la situazione attuale, in cui al capriccio di una maggioranza sempre mutevole sono affidate le scelte decisive per la comunità! Il tutto con il risultato che alla Montagna eccelsa, ferma e salda, si è sostituito un isterico serpente dalla schiena spezzata, neppure padrone di scegliere la propria direzione.

Non solo. Dalla concezione imperiale della sovranità sopra richiamata deriva anche un sorprendente dinamismo, ossia una valorizzazione delle realtà particolari e delle diversità fra individui, comunità, ordini ed istituzioni. Il tutto, ancora una volta, in piena armonia rispetto alla dottrina tradizionale del suum cuique tribuere.

La sovranità, infatti, nel Sacro Romano Impero scorreva e si propagava via via dall’apice fino ai gradi inferiori, riproducendo, in scale via via decrescenti, l’ordine supremo cui gli uomini sono soggetti.

Ad ogni soggetto di diritto, singolare o collettivo, corrispondeva quindi un vertice, concatenato con le gerarchie superiori, nonché un preciso status di diritti ed doveri.  Il tutto considerando lo specifico valore di ciascuno di tali soggetti, le sue peculiarità e la sua effettiva natura. “Impero”, quindi, in questa direzione è sinomimo di “giustizia”, da intendersi come perfetta corrispondenza fra le caratteristiche di un soggetto ed il suo posizionamento nella società. A nessuno si attribuiva e da nessuno si pretendeva nulla di più di ciò che era conforme alla sua natura.

Questa considerazione ha un peso particolare nell’epoca attuale, in cui – in spregio ad ogni evidenza tangibile – si pretende di elargire a chiunque gli stessi diritti e le stesse responsabilità. La democrazia, dunque, ha sostituito al cesello della tradizione uno stampo difettoso, che ritaglia tutte le figure nella stessa maniera, incurante delle specifiche caratteristiche di ciascuna.

La fine dell’Impero, dunque, ha scandito visibilmente la fine di un mondo: un mondo estremamente sano, a dispetto di quanto gli idolatri del progressismo si ostinano a proclamare.

Mai come oggi, infatti, sembra esistere una cesura più netta fra la realtà dei fatti – come appare ai sensi – e l’artificio della sovranità popolare, che pretende di adattare la realtà a schemi concettuali astratti ed arbitrari. Dove i fatti proclamano la diversità, si smania a cercare l’uguaglianza; dove sorge un capriccio, si costruisce un diritto; dove si richiederebbero sforzi e sacrifici, si costruiscono falsi bisogni e distrazioni.

Ad ogni costo, quindi, non bisogna dimenticare che  “nuovo” non è di per sé  sinonimo di “migliore”. Guardando le rovine dell’edificio che fu l’Impero, è dolorosa la piccolezza e la fragilità delle capanne di fango che oggi chiamiamo democrazia.