Il Jerusalem Post contro George Soros: “E’ anti-israeliano”

Il Jerusalem Post contro George Soros: “E’ anti-israeliano”

A volte, la realtà non è facile e lineare, e la sua complessità può essere così sfuggente da far vacillare alcune facili certezze, preconcetti e schemi fissi, spesso strutturati su una polarizzazione manichea che vede sempre un fronte del “bene” avversario di un fronte del “male”.

Che Bene e Male esistano come categorie ontologiche primarie che sostanziano la natura profonda della morale e dell’etica umana è un fatto fuori discussione per chiunque non sia improntato di quel relativismo assoluto post-illuministico che è diventato un mantra della cultura dominante.

Tuttavia, specialmente quando si parla di geopolitica, di relazioni internazionali, di interessi economici legati a grandi gruppi finanziari, multinazionali e ONG dalle dubbie finalità, è bene rassegnarsi alla liquidità e alla repentina velocità con cui gli schieramenti, i posizionamenti, le alleanze e le amicizie possono cambiare. È il caso dei rapporti tra George Soros, magnate americano-unghese, e il giornale israeliano in lingua inglese The Jerusalem Post, di orientamento conservatore e vicino al Likud del premier dello Stato ebraico, Benjamin Netanyahu.

George Soros è il fondatore della Open Society, fondazione internazionale ufficialmente dedita alla difesa e allo sviluppo dei diritti umani e delle libertà politiche, civili e religiose in tutto il mondo. A tale associazione e a Soros sono state negli anni mosse svariate accuse – talora anche ben fondate e suffragate da ben più che fortissimi – di essere una vera e propria centrale di propaganda del progressismo internazionale e di influenzare le politiche sovrane di svariati Stati in tutto il mondo tramite la propria azione, effettuata sotto traccia mediante finanziamenti ad associazioni, ONG, centri di ricerca, fondazioni e movimenti politici di orientamento progressista e, in generale, utilizzati o direttamente interessati alla creazione di quella Società Aperta democratico-liberale delineata da Karl Popper in The Open Society e che ha dato il nome alla fondazione di Soros. Classicamente, tra le altre accuse mosse al magnate (di cui è contestata la possibile origine ebraica), c’è anche quella di supportare lo Stato di Israele e il Sionismo in Palestina.

Eppure, stando agli oltre 2500 file che DC Leaks (filiale statunitense dell’organizzazione WikiLeaks, guidata dal famigerato Julian Assange) ha hackerato dai server della Open Society e reso pubblici sul web all’indirizzo http://soros.dcleaks.com/, quest’ultima accusa pare non essere del tutto fondata. Il Jerusalem Post, infatti, basandosi proprio sulla lettura di alcuni di questi file – che, divisi in 9 sezioni, coprono tutto il globo e praticamente qualsiasi questione economico-politica possa venire in mente – ha, appena qualche giorno fa (Link) accusato Soros di elargire generosi finanziamenti ad associazioni anti-israeliane.

In particolare, la Open Society, sempre attenta ai diritti delle minoranze etniche e religiose (oltre che di quelle sessuali, visti gli enormi finanziamenti gentilmente concessi dalla fondazione agli ArciGay di svariati paesi, tra cui l’Italia), supporterebbe varie associazioni dedite alla difesa dei diritti degli arabo-israeliani, con un riguardo speciale ai territori attualmente occupati dai cosiddetti “coloni”. Il giornale israeliano muove dunque la sua accusa al magnate, dicendo che dai documenti emerge come Soros, di fatto, stia finanziando la “falsa propaganda” per la quale Israele non sarebbe una democrazia, ma uno Stato autoritario con venature nazionaliste, ultra-religiose e razziste.

Ovviamente, trattandosi di una questione molto complessa, stratificata e che richiederebbe maggiori approfondimenti di quelli consentiti dalla lettura di alcuni file e di un articolo di giornale, la prudenza è d’obbligo.

Innanzitutto, nulla certifica che questi file siano tutti egualmente veri e originali. WikiLeaks è sicuramente un’organizzazione che ha causato molti mal di pancia in seno alle élite mondiali, ma ha anche ricevuto vari dubbi e critiche sull’onestà e la trasparenza delle sue azioni. Negli USA si è ipotizzato che questa ennesima sottrazione di materiale riservato sia ancora una volta opera di hacker russi, che agirebbero in questa maniera per mostrare (non che ce ne sia il vero bisogno, viste le tonnellate di prove lampanti su questa questione) come Soros sia tra i maggiori promotori nel mondo di rivoluzioni colorate e regime change, tra i quali anche il golpe in Ucraina del 2014, che ha portato alla caduta di Viktor Yanukovich. Tutto ciò è tranquillamente plausibile, ma insomma, un margine di dubbio su questi file e sulla loro improvvisa comparsa sulla scena resta.

Inoltre, non bastano ovviamente alcune decine di file in cui compaiono generose elargizioni del magnate “filantropo” ad associazioni sostanzialmente amiche dei palestinesi per dimostrare che Soros sia un nemico del Sionismo, un avversario dello Stato di Israele o chissà che altro. Più sobriamente, si può dire che la velocità con cui The Jerusalem Post ha attaccato Soros lancia in resta mostri come tra lui e alcuni ambienti della destra politica israeliana non corra buon sangue, almeno allo stato attuale delle cose.

La suggestione che, pur con tutte le prudenze del caso, inevitabilmente compare sul tavolo è questa. Ferma restando la violenza, la brutalità, l’ingiustizia e l’atteggiamento para-razzistico con risvolti nazionalistici e messianici con cui lo Stato di Israele si è impossessato del territorio palestinese dal 1948 ad oggi, è anche chiaro che, per un magnate che predica e diffonde esplicitamente nel mondo gli ideali mondialistici e massonici di fratellanza universale, libertà, individualismo e pace perpetua, quella parte più conservatrice, nazionalista e militarista della politica israeliana, incarnata attualmente dallo stesso premier Benjamin Netanyahu, non sia il massimo della vita e della situazione politica auspicabile.

Se l’ideologia di Soros è la diffusione a livello mondiale dei dogmi progressisti, è chiaro che anche lo Stato di Israele non può sfuggire a questa logica e che il militarismo nazionalistico di certi ambienti israeliani sia, nell’ottica della Open Society, da ridurre progressivamente di peso, in favore di una società aperta mondiale, che includa anche Israele.

Questo non significa, ovviamente, fare di Israele il modello di alcunché, tanto più che molte delle “libertà” auspicate dalla Open Society di Soros hanno pieno vigore in Israele, dove ha luogo ogni anno il Gay Pride più grande dell’Asia. Di certo, neppure la più conservatrice delle destre israeliane (tra cui spiccano i nazionalisti dell’ex-ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman) è attualmente un argine alla deriva progressista, mondialista e annullatrice di differenze, identità e culture in un melting pot amorfo, senz’anima e demo-liberale, di cui si vede l’azione in tutto il mondo, ma più di tutti in Europa.

Però, a volte, come dicevamo, la realtà non è facile e dicotomica come può sembrare all’inizio, e questa presa di posizione del giornale della destra israeliana va registrata, pur con tutte le prudenze del caso e precisando, comunque, che si tratta perlopiù di suggestioni non suffragate da troppe prove. Di certo, al Jerusalem Post non piace Soros, il quale, visto che, al di sotto di una lieve patina di filantropia, il buon cuore non pare essere la sua più notevole caratteristica, qualche interesse nel difendere i diritti degli arabo-israeliani potrebbe averlo.