Intervista a Mario Merlino: “L’Europa muore a Berlino”

Intervista a Mario Merlino: “L’Europa muore a Berlino”

“Oggi ai kalashnikov dei fondamentalisti e ai gessetti sull’asfalto delle piazze di Bruxelles si contrappongono teneri poetici romantici stronzi falliti.”: un edulcorato Mario Merlino, mente sopraffina prima dei convenzionali “scrittore e docente di filosofia”; un uomo, nel senso irruento del termine.

La reazione a una Europa effeminata inizia dal confronto con le menti che si opposero al sistema e che tentano, ancora oggi, di indurre le basi di una rivoluzione degli spiriti guerrieri. Questo, e molto altro, è Mario Merlino, e a chi propone il politicamente corretto rivolgo il personale e sentitissimo invito a non leggere questa intervista, a indossare i paraocchi quotidiani e a sottomettersi alla illogicità di un sistema europeista bislacco, infimo, spregevole.

Dunque, Mario, veniamo a noi. Quali sono le tue considerazioni in merito alla creazione dell’UE? Credi si stia attuando il “piano Kalergi” circa l’Unione Paneuropea?

“L’Europa nasce da un mito, il ratto di Zeus, e muore nella Berlino dell’aprile del 1945, che Adriano Romualdi avrebbe voluto elevare a mito contro le ideologie del ’68, figlie dell’uovo marcio della borghesia, finis Europae. Kalergi? Un nome, magari un alibi, un nemico lontano, impalpabile, un idolo, mentre si sta al tavolino del bar, birra e sigarette, sentendosi investiti dal sacro furore e da una fantomatica nobile missione; al massimo, nel buio della sera, uno striscione a caratteri neri e cubitali”.

Oggi si può parlare dell’Europa come “idea”?

“Non sono amante di complotti, teoremi, trame, sospetti, ombre, grandi vecchi sodalizi e cenacoli. Li abbiamo coltivati negli anni del terrorismo, con la strategia della tensione e degli opposti estremismi, coi servizi segreti deviati, golpe veri o presunti , compagni che sbagliano, col Merlino infiltrato e provocatore, coi sospetti di dissociati pentiti. “Scrivi con il tuo sangue e scoprirai che il sangue è spirito”, ammoniva  Nietzsche: troppo sangue sparso nell’età cupa del nichilismo. Oggi, ai kalashnikov dei fondamentalisti e ai gessetti sull’asfalto delle piazze di Bruxelles, si contrappongono teneri poetici romantici stronzi falliti. In soldoni, la poesia del ventesimo secolo per lo scrittore francese Robert Brasillach era il fascismo, e per questo l’hanno legato al palo dei  condannati a morte il 6 febbraio 1945. Il mio fratello più caro…”

Come definiresti l’Unione Europea?

“Il colore grigio dell’inutile, del banale, dell’inetto. Poi le banche e un Parlamento cialtrone…  Buona notte Europa, e buona notte ai suoi pretesi difensori”.

Perché l’Unione Europea continua a esser senza una costituzione scritta?

“Per secoli, Roma impose con le aquile sui labari e il gladio nel pugno l’idea di imperium; poi, al suo declino, la Santa Romana Repubblica – il mito di Roma, il cristianesimo, il germanesimo – si innervò nel Medioevo.  Fragile contraddittoria unità, che seppe sopravvivere per dieci secoli. Poi Lutero, la Riforma, l’etica protestante e, infine, la nascita del capitalismo. Gli usurai divennero i banchieri e così torna il termine ‘Europa’, per uno spazio frantumato, litigioso e orgoglioso. Una costituzione di buoni sentimenti ipocriti dovrebbe poggiarsi su queste fondamenta, come la “nostra” Costituzione e la Resistenza: una menzogna, una chiacchiera”.

Difficile, in questo dominio di confuse ideologie e di politiche per slogan, non accennare alle ondate migratorie che ci attanagliano. Quale la tua “soluzione”? Respingerle o controllarle?

“Integrazione o disintegrazione sono i termini del dilemma o, forse, potremmo ammettere che l’integrazione sia il presupposto della disintegrazione. “La mia patria è là dove si combatte per la mia idea” (cit.), non per la geografia dunque, né per il colore della pelle o, tanto meno,  per la carne di porco a tavola”.