“L’austerità che ti fa crescere”. Ma di che stiamo a parlare?

“L’austerità che ti fa crescere”. Ma di che stiamo a parlare?

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La Figura 1 illustra il rapporto tra la variazione del saldo strutturale di bilancio (la differenza tra le entrate e le uscite di uno Stato, corrette per il ciclo economico) nel periodo 2009-2013 e quella del PIL, in 20 paesi, di cui 13 della zona euro. Nella figura in questione c’è un alto coefficiente di correlazione (un indice che serve a spiegare l’affidabilità del modello in questione): è il numero scritto di fianco ad R2, ossia 0,77 e 0,81.

Agli estremi troviamo il caso del Giappone, modello virtuoso, e quello della Grecia, la peggiore per distacco all’interno della tabella. Questi sono dati che si ripercuotono sulla vita reale delle persone e che tradotti al di fuori della matematica finanziaria possono significare, in corrispondenza dei dati negativi che vedono coinvolto anche il nostro paese, ai vari casi che sentiamo tutti i giorni alla televisione di italiani che si suicidano per la disperazione, greci che non possono più curarsi, e via dicendo. 

I fatti, tuttavia, dimostrano come la tesi per cui questi dati spieghino la crisi in atto nei paesi periferici dell’Eurozona sia in realtà un castello di sabbia in aria. Introduciamo il concetto di moltiplicatore fiscale, che serve a misurare gli effetti reali di una determinata politica economica; lo stesso FMI, in uno studio del 2013, ha rilevato come i moltiplicatori fiscali durante la recessione siano stati maggiori di quelli stimati per il periodo pre-crisi: 1,5 invece che 0,5

(FONTE UFFICIALE: https://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2013/wp1301.pdf).

Cosa significa tutto ciò? Vuol dire che una contrazione fiscale (ossia il tentativo del governo di ridurre il deficit pubblico, ossia la differenza tra entrate e uscite dello Stato) di 1 euro ha avuto un impatto recessivo di 1,5 euro, invece che di 0,5, come precedentemente stimato dagli stessi teorici dell’”austerità espansiva”.

Quindi, dato che gli effetti, da come si può vedere, sono peggiori e più gravi del previsto, la cara austerità espansiva dei buonisti è, in realtà, recessiva e fa male alle finanze di uno Stato; è un po’ come darsi la zappa su un piede già rotto, con la convinzione che guarisca prima.

Nel 2010, in uno studio del FMI, si poteva leggere: “L’idea che l’austerità fiscale possa stimolare la crescita nel breve periodo trova poca conferma nei dati. I consolidamenti fiscali, tipicamente, hanno effetti recessivi nel breve termine sull’attività economica, portando a minore output e maggiore disoccupazione”

Tuttavia, Reinhart e Rogoff, dimostrarono come chi abbia un rapporto debito/PIL al di sopra del 60% abbia un tasso di crescita medio negativo; in poche parole: “Fai i debiti? Non cresci.” Su questo pilastro, l’UE ha così giustificato il pareggio di bilancio, le politiche economiche lacrime e sangue di vari governi, il “fare i compiti a casa”, etc.

Ma andiamo oltre. Con il supporto di due suoi professori, Michael Ash e Robert Pollin, il dottorando Thomas Herndon ha mostrato come i risultati precedenti ottenuti dai due economisti fossero del tutto sbagliati. I tassi di crescita medi di questi paesi non sono stati del -0,1%, come indicato da Reinhart e Rogoff, bensì del +2,2%. Una differenza notevole! Un esempio pratico è il Giappone: un paese con il 220% del PIL è la terza economia al mondo, ed è un’economia in crescita, dietro a Cina e USA. Le conclusioni dei due sono state semplicemente viziate da errori di calcolo e da gravi omissioni nel foglio EXCEL usato dai due professori. E per quale motivo noi dovremmo ancora seguire queste politiche del tutto prive di senso?

(APPROFONDIMENTI: http://www.peri.umass.edu/fileadmin/pdf/working_papers/working_papers_301-350/WP322.pdf)