L’Europa di Spinelli: una distopia oligarchica e mondialista

L’Europa di Spinelli: una distopia oligarchica e mondialista

Ormai è diventato un vero e proprio mantra sulla bocca di tutti, una di quelle frasi fatte da bar di paese da esclamare, tra un caffè e un bianchino, per darsi un tono da “quello che ce la sa” su argomenti più seri della prima giornata di campionato, della Juventus che può vincere tutto e della clamorosa stecca dell’Inter: “L’Europa così com’è non va bene, bisogna recuperare lo spirito di Altiero Spinelli e di Ventotene!”

Quest’idea trova, allo stato attuale delle cose, largo sostegno in un ampio arco politico e parlamentare, che va dai rimasugli della sinistra progressista post-comunista (che di Spinelli ha eletto al Parlamento Europeo la figlia Barbara, nella lista L’Altra Europa con Tsipras) fino alla destra liberale filo-renziana, e persino ad alcuni esponenti della destra che vorrebbe essere sovranista, ma che finisce sempre poi per tornare a logiche di centro-destra (che a livello europeo significa sostanzialmente il PPE e Angela Merkel). L’idea comune a personalità e partiti così differenti è molto semplice: l’Unione Europea fa acqua da tutte le parti e sta fallendo su diversi fronti, in particolare su quello economico a causa delle politiche di austerità, che, dopo aver danneggiato pesantemente il tessuto sociale e produttivo dei paesi del Sud Europa, tuttora producono risultati fallimentari in termini di crescita economica dell’intera Eurozona. Quindi, bisogna cambiare l’Unione, e per farlo bisogna tornare allo spirito di Altiero Spinelli e del Manifesto di Ventotene, datato 1941, ma che conterrebbe gli strumenti idonei per ripartire dopo la sciagura della Brexit che ha messo a rischio la tenuta del sistema europeo.

Basandosi su questa idea, il premier Renzi è riuscito a portare a Ventotene – luogo dove Spinelli fu confinato dal fascismo, assieme ad altri esponenti del PCd’I, dal 1939 al 1943 e dove stese il manifesto che molti definiscono come un embrione dei successivi Trattati di Roma e di Maastricht – il presidente francese Hollande e la cancelliera tedesca Merkel. Durante la conferenza stampa, sempre il premier italiano ha dichiarato che con la giornata di ieri prende il via una “nuova Unione Europea”, che dovrà essere più solidale, più equa, con più politiche comuni (dalla difesa alla gestione dell’immigrazione) e più flessibilità per conti pubblici e investimenti rispetto all’attuale rigore (sottinteso, di marca tedesca).

Lasciando perdere le chiare implicazioni politiche di questo incontro – che oltre la romantica visita alla tomba di Spinelli ha visto più che altro l’ennesimo tentativo renziano di ottenere deroghe al Patto di Stabilità per tirare a campare ancora un po’ in una situazione di stasi economica totale – sarebbe interessante capire dove il premier Renzi e tutti i suoi sostenitori (ed oppositori) fan dei Ventotene Boys (i cui esponenti principali sono Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e, per l’appunto, Altiero Spinelli) abbiano letto queste cose di cui si fan fautori all’interno del Manifesto del non troppo compianto esponente del Partito d’Azione durante la Resistenza.

Nel Manifesto di Ventotene, infatti, facilmente reperibile online in formato PDF, per esempio sul sito dell’ANPI di Novara (sì, servono a qualcosa anche loro, per una volta), non c’è alcuna traccia di una “Unione Europea più democratica, equa e solidale”, né di politiche economiche più incentrate sugli “investimenti e sulla crescita”, gingillo di Renzi e di tantissimi commentatori, opinionisti e giornalisti.

Diviso in 4 parti, il breve scritto traccia un quadro della situazione internazionale del 1941, proponendo la trita e ritrita dicotomia degli Stati liberi contro gli Stati totalitari (in cui Spinelli annovera anche l’URSS, pur alleata del fronte anti-fascista internazionale), e indica le linee-guida per un avvenire che veda il superamento dei secondi: la creazione degli Stati Uniti d’Europa, un’unica compagine europea che superi le differenze nazionali e le numerose lotte che hanno insanguinato l’Europa nei secoli precedenti.

Questa Federazione Europea non è però pensata da Spinelli come il coronamento di un’unità intrinseca ai popoli europei e basata sui loro caratteri comuni (etnici, culturali, religiosi) – idea discutibile nella sua realizzazione pratica ma che ha avuto larga fortuna anche negli ambienti che Spinelli avrebbe definito “totalitari” – ma come l’embrione di una futura aggregazione di livello mondiale, che elimini definitivamente dalla faccia della Terra ogni confine, ogni linea di demarcazione, ogni differenza culturale e che riunisca in un’unica compagine tutti i popoli del Mondo. Il tema è appena accennato, ma espresso chiaramente e senza lasciare adito a dubbi:

E quando, superando l’orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l’unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo.

(Manifesto di Ventotene, p. 6, http://novara.anpi.it/attivita/2015/manifesto%20di%20ventotene.pdf)

Al di là delle chiacchiere su un’Europa più equa e solidale (che trova spazio nella teoria spinelliana nella forma di un liberalismo sociale che tuteli le parti più povere della popolazione senza annullare totalmente la proprietà privata, con caratteristiche concrete difficilmente aggiornabili alla situazione odierna), sta la ferma convinzione dei Ventotene boys, emergente in tutta chiarezza nella prima parte del Manifesto, che gli Stati nazionali sono sì stati uno strumento utile a diminuire il potere reazionario del Vaticano e delle antiche dinastie europee, ma ora (nel 1941) sono diventati un ostacolo foriero di nazionalismi e totalitarismi; sono stati una tappa, che è ora da superare in vista di una sempre più grande aggregazione statale, prima europea e poi mondiale.

Quello che sta proponendo Matteo Renzi (se ammettiamo che il premier abbia letto con la necessaria attenzione questo breve scritto e non parli a vanvera per tirare a campare e ottenere nuove deroghe dalla Merkel agitando lo spauracchio grillino) non è altro che la cancellazione dello Stato nazionale italiano, così come di tutti gli altri Stati europei, all’interno di una compagine vuota di qualsiasi riferimento identitario e accomunata solamente da un egualitarismo massificatore di stampo post-comunista e già in nuce mondialista. Nessun riferimento alla comune identità europea, alla cultura, alle tradizioni, alla religione che hanno costituito la storia del continente europeo è rilevabile all’interno del freddo e burocratico manifesto spinelliano, che vuole l’unità europea perché “è la tendenza storica della Modernità a volerlo”; una teoria impregnata di storicismo e basata sull’assunto scarsamente dimostrato della bontà intrinseca del Progresso e dell’emancipazione umana verso la più piena libertà individuale.

Oltre a evidenti analogie con la Pace perpetua di Kant, con l’Illuminismo razionalistico e critico della religione come oscurantismo, con la fratellanza universale che ignora le differenze etniche e culturali tra i popoli, il Manifesto di Ventotene ha, inoltre, un neppure troppo vago sapore oligarchico: Spinelli critica il processo democratico e la sovranità popolare che hanno portato al governo fascismo e nazional-socialismo, e chiarisce, nella parte conclusiva, che deve essere la minoranza “veramente rivoluzionaria” (per opporla a quella marxista-leninista, che non ha capito che la vera Rivoluzione è il Federalismo Europeo) a guidare il processo di integrazione europea, infischiandosene delle masse, della loro volubilità e impressionabilità.

Sembra quasi che Altiero Spinelli avrebbe voluto alla guida della futura Unione Europea un organismo indipendente, non eletto, competente e non soggetto a scrupoli di carattere morale o sentimentale; in una parola, un organismo tecnocratico. Come è strana la storia: sembra quasi la Commissione Europea.