La degenerazione della Religione in religiosità. Il nuovo protestantesimo che avanza

La degenerazione della Religione in religiosità. Il nuovo protestantesimo che avanza

All’epoca di Cicerone, i sacerdoti, nei giorni comandati, ripetevano come filastrocche formule antiche, scritte in un linguaggio arcaico e misterioso. Le ripetevano per consuetudine, per inerzia, senza comprendere più il significato.

Di lì a poco, la Religio Romana sarebbe semplicemente crollata, sotto i colpi – dapprima – di culti orientali dilaganti fra le masse urbane e, quindi, sotto la nuova luce del Cristianesimo. L’immenso deposito di fede dell’età regia e repubblicana, semplicemente, era svanito, dimenticato e perduto per sempre, per la degradazione e l’impoverimento spirituale di coloro cui era demandato il compito di tramandarlo ed accrescerlo.

Nei secoli  della propria esistenza, in seguito, il Cristianesimo ha forgiato – sotto la guida delle proprie gerarchie e della Patristica – un altrettanto sconfinato deposito di conoscenza, di pratiche e di riti. Anche in chiave cristiana, dunque, si può dire che  il termine “religione” assuma diverse ed articolate accezioni.

Il primo significato da considerare, e il più denso di conseguenze, è quello che non riguarda la mera – e spesso superficiale – pratica religiosa delle masse, ma il patrimonio di fede, di conoscenza e di riflessione dottrinale che, secolo dopo secolo, le figure più eminenti della Cristianità hanno elaborato, in particolare mediante lo studio e la comprensione delle Scritture.

Giocoforza, si tratta di un sapere non riservato a chiunque, ma che costituisce, per così dire, il “nocciolo duro” della fede. Il rito, il governo della Chiesa universale e, soprattutto, la conoscenza della Legge divina sono patrimonio, anzitutto, delle gerarchie ecclesiali, ossia di coloro che, dedicando la propria vita e i propri talenti alla Chiesa, maggiormente sono tenuti ad approfondire e a coltivare gli aspetti più specifici e complessi della Dottrima.

In via discendente, allontanandosi da tale centro nevralgico, inevitabilmente il grado di approfondimento della dottrina cristiana decresce, fino ad assumere – negli strati più diffusi delle masse che si definiscono “credenti” – il livello di una mera prassi, ancorata a poche e superficiali nozioni. Sotto tale aspetto, la “religione” sfuma nella “religiosità”, ossia in un senso del divino immediato ed istintivo, che poggia su elementi di tipo moralistico (“si deve fare X”; “non si deve fare Y”).

Questo stato di cose, nella storia della Cristianità, è sempre esistito. Nondimeno, il patrimonio di fede non è mai venuto meno nella propria straordinaria complessità e ricchezza proprio per l’opera di una gerarchia organizzata, quella ecclesiastica, posta al timone del Popolo di Dio e assumente una funzione orientatrice delle comunità sottoposte alla propria giurisdizione. Non far dimenticare che oltre la semplice religiosità esiste un universo complesso e superiore, dunque, è il merito e la missione principale della gerarchia ecclesiastica.

A partire dal XVI secolo, come noto, la Cristianità è stata gravemente depauperata dalla c.d. Riforma protestante, che ha inteso sovvertire completamente la situazione sopra brevemente descritta. In particolare, i diversi riformatori protestanti si sono scagliati – per quanto qui interessa – contro i due maggiori pilastri sui quali poggia la Chiesa universale: l’esistenza di una gerarchia sacerdotale e l’affidamento a tale gerarchia del compito di interpretare le Sacre Scritture.

Così, si è assistito a qualcosa di veramente singolare e distorto: l’eliminazione – nei Paesi protestanti – di una vera gerarchia sacerdotale e l’elaborazione del principio della c.d. “libera interpretazione” delle Scritture da parte di ciascun fedele, sotto la labile guida di un “pastore”, peraltro non integralmente votato al sacerdozio, ma piuttosto integrato nella medesima condizione sociale della propria comunità religiosa.

Ciò ha avuto, quale contraccolpo, una duplice conseguenza. Da un lato, la soppressione di una gerarchia ecclesiale – intesa quale organismo gerarchico di tipo tradizionale – ha comportato la frammentazione dei medesimi protestanti in una miriade di comunità differenti, spesso composte da poche centinaia di individui ciascuna, sulla base – ad esempio – dell’influsso  carismatico di un singolo pastore o pensatore. Tolta la cornice, è ovvio che lo specchio si disgreghi.

Dall’altro lato, la “volgarizzazione” del patrimonio dottrinale – con la “libera interpretazione” delle Scritture – ha condotto ad un enorme impoverimento delle pratiche, dei riti e del medesimo bagaglio concettuale delle comunità protestanti rispetto alle comunità rimaste fedeli alla Chiesa cattolica.

Così, dunque, nel mondo protestante il messaggio cristiano – inevitabilmente – si è impoverito fino ad assumere, nella sostanza, il grado di una generica “religiosità” e di un moralismo non elaborato e non supportato da un valido sostegno dottrinale. 

Ciò, senza esulare dell’oggetto del presente intervento, ha assunto un’incidenza decisiva su molti caratteri che ancora oggi contraddistinguono i c.d. Paesi riformati: pragmatismo, materialismo, dedizione smodata ai commerci, perdita delle radici identitarie, spregiudicata tendenza al mondialismo. E, fattore maggiormente significativo, un crescente allontanamento dal reale messaggio evangelico in nome di una generica ed onnicomprensiva “tolleranza”.

Fino a tempi relativamente recenti, la Chiesa cattolica, intesa come insieme delle proprie gerarchie, culminanti – ovviamente – nella carica pontificale, è apparsa pressoché immune da una tale deriva.

E, infatti, l’esistenza stessa di un Ordine sacerdotale custode dell’ortodossia ha consentito di tenere a freno, fra i portatori del messaggio cristiano nel senso più organico e completo del termine, le spinte centrifughe e disgregatrici che, pure, provenivano dalla “base”, ossia dall’indifferenziata moltitudine delle comunità ormai solo nominalmente cristiane (es. la tolleranza verso il divorzio o l’aborto, il c.d. “catto-comunismo”, la parificazione della religione cristiana a qualsiasi altro credo in nome del “dialogo fra le religioni”, l’apertura alle coppie omosessuali, ecc.).

L’esistenza di un tetto solido, ossia di una gerarchia preparata, spiritualmente risoluta e di elevato livello dottrinale, dunque, ha preservato per secoli l’edificio della Chiesa dalle spinte distruttrici della “modernità”. Purtroppo, tuttavia, le cose – in futuro – sembrano avviate ad un esito diverso e molto più infelice.

E infatti, in maniera sempre più incalzante, le gerarchie ecclesiali, anche di livello più elevato, al fine di “recuperare popolarità” presso le masse, stanno cedendo terreno rispetto a sempre maggiori compromessi e concessioni. Ciò, in almeno tre distinte – ma concorrenti – direzioni.

Anzitutto, la dottrina cristiana – intesa come “catechismo” in senso ampio – è ritenuta, in maniera implicita o dichiarata, eccessivamente complessa per una divulgazione a livello globale e adeguata alle epoche attuali. Così, dunque, le questioni teologiche vengono accantonate a favore di messaggi di più immediata comprensione – e di maggiore “successo” – per le masse.

In questa direzione, si confrontino i sempre più frequenti riferimenti, anche in sede liturgica, a temi quali la generica “fratellanza” fra i popoli, la “comprensione” per le persone in stato extra Ecclesiam (divorziati, conviventi non sposati, omosessuali, ecc.), il pacifismo esasperato, ecc.. Inoltre, sempre più spesso i temi sopra richiamati vengono affrontati in termini evasivi e possibilistici, anziché con il vigore di un netto rifiuto che si attenderebbe da una Istituzione latrice di un messaggio super-umano.

In secondo luogo, l’immagine della gerarchia ecclesiastica – e in primis del Pontefice – è sempre più abbassata al livello delle masse e ridotta al rango di “personaggio mediatico”. Così, dunque, sempre più rapidamente si sta colmando quel naturale gradino che separava l’Ordine sacerdotale dalle comunità poste sotto la sua giurisdizione.

Si tratta di un mutamento di polarità decisivo e devastante: la gerarchia ecclesiale, infatti, sembra ricercare il consenso delle masse quale fondamento della propria legittimazione, senza invece rammentare che l’unica sovranità deriva dall’alto, ossia dalla Divinità. Si sta creando, dunque, un innaturale legame di tipo “cesaristico” fra le masse e la gerarchia della Chiesa, per cui solo la “popolarità”, la “vicinanza” e la “simpatia” può assicurare seguito fra i fedeli.

E infine, il messaggio cristiano – impoverito a livello dottrinale e subordinato al gradimento delle masse – si sta sempre più avvicinando al concetto di “morale universale” che caratterizza le comunità protestanti: in questa accezione, il “fare del bene” diventa tolleranza nei confronti di chiunque, anche verso il peggior nemico della propria comunità identitaria. Il “male” è lottare per la propria gente; è fare distinzioni; è riconoscere il merito; è voler assegnare a ciascun individuo, a ciascun popolo il proprio ruolo e la propria collocazione storica e geografica, fonte di ricchezza e di complessità.

Il messaggio evangelico, dunque, viene sempre più tradotto in termini semplicistici, buonisti e rarefatti, e per ottenere il maggior gradimento mediatico possibile si avvicina pericolosamente ad un semplice “comportati da bravo bambino”, rivolto però al mondo intero.

D’altro canto, vi è il rischio che la gerarchia ecclesiale, rivolta in maniera eccessiva alla ricerca di un consenso e all’appianamento di qualsiasi distacco, col tempo non sia più in grado di comprendere la straordinaria complessità e ricchezza del patrimonio dottrinale, spirituale e culturale cristiano, finendo per ridursi ad un mero simulacro di se stessa.

Vi è da sperare che, anche con l’intercessione di Potenze più che umane, il nesso con la Tradizione millenaria cristiana non venga perduto. Che restino sempre orecchie in grado di comprendere ed occhi in grado di vedere, oltre che menti – fra Sacerdoti e credenti – capaci di non ridurre il patrimonio religioso a semplice e dozzinale morale.