Contro la droga

Contro la droga

Dire “contro la droga” potrebbe sembrare una banalità, eppure non è così oggi, quando uno degli argomenti all’ordine del giorno è appunto quello della sua legalizzazione. Autorevoli proposte di rendere lecito il consumo di sostanze stupefacenti, almeno quelle rientranti nella pur ambigua categoria delle cosiddette “droghe leggere”, vengono avanzate proprio in questi giorni, elencando tutta una serie di ragioni in base alle quali la legalizzazione avrebbe solamente, o comunque principalmente, effetti positivi nel nostro ordinamento e nella nostra società.

Le ragioni addotte, come detto, sono molte, e partono per esempio dalla pedissequa quanto cialtrona imitatio dello straniero. Sì, perché in Olanda, ormai assurta a società modello e città ideale della decadente Europa, molti tipi di droga sono per l’appunto liberi, e senza entrare in complesse dissertazioni socio – politiche, ognuno è libero di farsi un’idea di come funzionino le cose ad Amsterdam o a Rotterdam entrando in un coffee shop, o anche solo camminando lungo certi viali.

E se la legalizzazione per imitazione non segue precisamente canoni di rigore scientifico, quanto a logica giuridica o medica, altre ragioni spaziano dall’introito economico all’onnipresente, quanto mal citata, lotta alla criminalità organizzata: se la criminalità organizzata infrange la legge ponendo in essere una certa condotta, rendendo lecita la stessa condotta non si avrà più alcuna violazione di legge. Del resto, padre Dante aveva già capito tutto quando diceva che “A vizio di lussuria fu sì rotta / che libido fè licito in sua legge“ . Qui però non si tratta di lussuria, ma di sostanze che hanno distrutto la vita di innumerevoli giovani e famiglie.

Appare quindi opportuno, soprattutto in questi giorni, affermare categoricamente di essere contro la droga, in ogni sua forma e sotto ogni maschera politicamente corretta. E anche noi, del resto, abbiamo ragioni per sostenerlo, che non siano semplicemente il bieco oscurantismo degli ormai ossidati “Vote tradition, vote prohibition” statunitensi.

Paolo Borsellino, del resto, metteva già in guardia da tempo sulla fascinazione chimerica secondo la quale legalizzando le droghe si sottrarrà terreno alla criminalità organizzata. Una fascinazione chimerica, appunto, destinata a rimanere tale. Ragioni di carattere sociale, non vi è bisogno di dirlo, suggeriscono anche che rendere disponibili sostanze stupefacenti e medicalmente dannose ad una platea virtualmente illimitata di utenti, dopo un lungo periodo di proibizione, favorirà l’incremento del consumo, e, con l’andare del tempo, l’assuefazione e il passaggio a droghe meno leggere.

Ancora, ragioni economiche suggeriscono di muoversi nell’opposta direzione, in un contesto in cui (giustamente) la sanità è (ancora) pubblica ed in cui, per conseguenza, un aumento del consumo di sostanze stupefacenti condurrebbe ad un aumento delle spese mediche gravanti sulla collettività dei consociati. Le tasse, si sa, non piacciono a nessuno, soprattutto in tempi di crisi, e soprattutto se servono a pagare l’autolesionismo di quanti non hanno avuto il coraggio di affrontare la vita. Potremmo inoltre proseguire con ragioni giuridiche, esprimendo sinceri dubbi sulla stessa qualificazione di “droghe pesanti” e di “droghe leggere”, chiedendoci quale sia il confine e quanto sia mobile, fra le due categorie. E se, in sede penale, l’ignoranza della classificazione medica di una droga può condurre a decriminalizzare una condotta ancora criminosa, la questione è come l’elemento soggettivo – il volersi far del male assumendo droghe costituisce un pericolo sociale – si possa coniugare con i principi costituzionali della tutela della salute collettiva (il trattamento sanitario obbligatorio, legalmente, è appunto concepito per ragioni di tutela della salute pubblica, più che del singolo).

Senza entrare troppo nei tecnicismi, visto il già basso livello culturale del progressismo che parla per sacri slogan della morale dominante, si possono aggiungere altre due considerazioni. In primo luogo, da un punto di vista più prettamente culturale, la legalizzazione di una sostanza medicalmente dannosa e un tempo proibita, che non ha mancato di provocare la morte di innumerevoli giovani, fornisce il segnale del fatto che lo Stato, monopolista della potestà punitiva a fini sociali, ha fallito nel suo compito repressivo delle condotte criminose e socialmente pregiudizievoli e ha issato bandiera bianca. Le conseguenze, poi, sono facilmente immaginabili, se non altro in termini di rapporti di forza.

In secondo luogo, ma non meno importante, è interessante soffermarsi sulle motivazioni che spingono molti giovani a cercare sollievo nel consumo di droghe e che, quindi, spingono ora molti a domandarne la legalizzazione (se il consumo di droga non fosse in aumento, fino a costituire un vero pericolo sociale, perché assordante si sente il coro del progresso che chiama alla tolleranza?). La droga, come è facile intuire, è una facile fuga dalla realtà, da una realtà multiforme e complessa che spaventa sempre di più. Ciò, del resto, va di pari passo con l’aumento esponenziale dei disturbi mentali tra i giovani, denunciato a suo tempo dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e del diffondersi di nuove ansie e fobie riguardanti, per esempio, l’interazione sociale o il contatto, anche fisico. La droga, da questo punto di vista, rappresenta la facile porta di uscita di quanti – vigliacchi – hanno rinunciato ad affrontare l’effettiva concretezza della realtà e il proprio percorso di vita. La droga è la strada di quanti – deboli – hanno intrapreso la via della fuga, della resa, delle mani alzate di fronte alle difficoltà, mentre altri, al posto loro, combattono la battaglia di tutti i giorni. La droga, in poche parole, è il pane dei disertori. L’avallo dello Stato a questa pratica, quindi, non può che far sospettare di pericolose connivenze. Ai posteri…