Il guerriero cristiano, tra satira ed elogio

Il guerriero cristiano, tra satira ed elogio

Se è vero che gli amici vanno tenuti stretti, ma i nemici ancora di più, non apparirà strano che a consegnare i più forti attestati di stima e onore al modello del guerriero cristiano, mediante la lode di fondamentali personaggi storici e fittizi appartenenti all’età medievale, siano stati anche cantautori, registi e intellettuali di tendenze politiche nient’affatto tradizionaliste, e men che meno cattoliche.

In maniera parziale, potremmo velocemente osservare 3 esempi: Fabrizio De Andrè, Mario Monicelli e Miguel de Cervantes Saavedra.

Re Carlo tornava dalla guerra

Re Carlo tornava dalla guerra,

lo accoglie la sua terra

cingendolo d’allor

Al sol della calda primavera,

lampeggia l’armatura

del Sire vincitor!

Così inizia Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, famosissima canzone di Fabrizio De Andrè del 1963. Una canzone dalle tonalità auliche e solenni, che suonano a scherzosa presa in giro una volta comparate con gli eventi narrati nella canzone, che vedono il “re dei Franchi” (in verità non era tale, ma ciò conta poco in questo contesto) Carlo Martello, di ritorno dalla vittoria ottenuta contro i Mori a Poitiers nel 732, fermarsi e intrattenersi sessualmente con una giovane popolana, che poi gli presenta, inaspettatamente, il conto in denaro per la prestazione. Le orribili fattezze, la volgare rozzezza e la poco cavalleresca fuga finale tra i glicini e il sambuco concludono un quadro sicuramente poco idillico del re cristiano che fermò l’avanzata araba e islamica in Francia, ricacciando le armate musulmane oltre i Pirenei. 

La canzone è stata successivamente caricata fino all’eccesso di reconditi significati anti-militaristi e pacifisti da interpreti che pare non possano mai esimersi dall’incasellare, schematizzare e definire politicamente l’arte e la cultura, specialmente se propria di grandi artisti e poeti, a costo di andare oltre la voluntas auctoris.

Intendiamoci, De Andrè non era assolutamente estraneo al mondo del pacifismo e dell’anti-militarismo che sarebbe di lì a poco evoluto nel movimentismo sessantottino, nella sottocultura hippie e nelle contestazioni contro la guerra in Vietnam. Detto questo, si dovrebbe evitare di esagerare gli accenti politici di questa canzone, arrovellandosi su quel “sangue del principe e del moro” che arrossa “il cimiero di identico color“, magari vedendoci chissà quali denunce della violenza brutale della guerra o appassionate critiche della disuguaglianza sociale, che il sangue cancella in un batter d’occhio.

Si tratta, infatti, questa in particolare, di una canzone nata in un’atmosfera del tutto leggera e spensierata, come raccontato da Paolo Villaggio. Non ancora divenuto il famigerato inventore del grottesco personaggio di Fantozzi, protagonista di svariati film e libri divenuti delle vere e proprie pietre miliari della comicità italiana per il loro rappresentare l’identità profonda dell’Italia attraverso i suoi vizi, difetti e infamità, Paolo Villaggio è, infatti, l’autore del testo di questa canzone, così come de Il fannullone, che la affiancava nel disco a due sole tracce uscito nel 1963.

Con il suo fare sempre a metà tra il serio e il faceto, che non consente di comprendere facilmente quanto di reale e quanto di inventato ci sia nel suo racconto, Villaggio sostiene che la canzone sia nata in una giornata di pioggia, a Genova, nel 1962, in attesa del parto delle rispettive mogli, sua e di De Andrè. La musica sarebbe stata, ovviamente, di De Andrè, ma il testo interamente suo, il che non depone certo a favore delle interpretazioni più seriose, austere e vuotamente profonde di questa canzone. Questo non certo perché Villaggio sia persona priva di cultura, ingegno e inventiva; basti pensare alla sua pressoché unica abilità di essere allo stesso tempo inventore, scrittore, sceneggiatore e attore del personaggio che ha fatto la sua fortuna. Ma Villaggio, per quanto da sempre legato al mondo della sinistra, coi suoi libri e film ha ironizzato pesantemente sulle contraddizioni e i paradossi della società italiana del tempo, senza troppo riguardo né per l’alta borghesia del Mega Direttore Galattico, né per la severa militanza di chi costringeva se stesso all’esperienza di visionare La corazzata Potemkin in infiniti e noiosissimi cineforum.

La violenza della guerra è un dato evidente a chiunque, ma la paternità di Villaggio spinge certamente a dare un’interpretazione più leggera e meno impegnata di una canzone che non per questo perde alcunché del suo valore. Prendersi troppo sul serio, infatti, può essere uno dei peggiori difetti non solo di artisti e intellettuali, ma anche di esponenti politici e militari. Saper scherzare, del mondo, delle sue brutture e, ancora più difficile, di se stessi, non per forza toglie valore, onore e coraggio alla persona che è in grado di farlo. In fondo, persino in una canzone che lo dileggia come nessun trovatore o saltimbanco avrebbe mai osato in sua presenza, a Carlo Martello è dato atto del coraggio, dell’onore e del merito di una vittoria che impedì un’invasione araba che – parola di Paolo Villaggio – avrebbe cambiato per sempre la storia e l’identità europea.

Certamente, di Carlo Martello è delineato un quadro patetico, che lo rende più vicino a un rozzo villico in astinenza sessuale che a un eroe e salvatore dell’Europa. Ma che cosa è alla fine una scappatella al termine di una guerra lunga e faticosa rispetto al valore dell’identità, della cultura e della stessa vita di interi popoli e città salvate dall’avanzata araba, fino ad allora mai fermata? Non rischiassimo di prenderci troppo sul serio, verrebbe quasi da pensare che, tra le pieghe del dileggio, si nasconda anche una lode e un attestato di riconoscimento, tardivo, a un vero e proprio padre dell’Europa.

L’Armata Brancaleone: la satira è sferzante, ma il coraggio è innegabile

Protagonista di due veri e propri film cult degli anni ’60, il Cavalier Brancaleone da Norcia rappresenta la caricatura del guerriero cristiano in cerca di grandi imprese che ne consacrino il nome e l’onore per l’eternità. Ne L’Armata Brancaleone (1966) e in Brancaleone alle Crociate (1970), Mario Monicelli, coadiuvato dalla storica coppia Age & Scarpelli, manda in scena una pietra miliare della comicità italiana, attraverso la narrazione delle avventure di questo scapestrato e sfortunato cavaliere e del suo gruppo, talmente sgangherato e ridicolo da essere diventato la definizione universale di una squadra male assortita e di scarsa qualità, un’Armata Brancaleone.

È sufficiente annoverare una breve sequela di episodi avvenuti nel primo dei film sopracitati, per rendersi conto del livello di satira anti-cattolica e di messa in ridicolo della cavalleria cristiana sia presente in questo capolavoro, opera di un regista ateo, antifascista e, persino, approdato in vecchiaia a Rifondazione Comunista e alle passerelle al No Berlusconi Day. Dall’avventura amorosa che contrappone Brancaleone all’amico-rivale Teofilatto alla figuraccia nello scarso tentativo di difendere la propria fortezza pugliese dall’assalto dei Mori, dalla partecipazione alla Crociata dei poveri al tentativo di saccheggio di una città deserta e colpita dalla peste, sembra non esserci pace per Brancaleone, né rispetto alcuno per i valori etici della cavalleria cristiana, svilita a boriosa arroganza e ricerca di utile e gloria personale.

Tuttavia, se osserviamo con maggiore attenzione singoli episodi che vedono coinvolto il discutibile modello di cavaliere che i film di Monicelli ci propongono, si può notare come la lettura esclusivamente satirica e dileggiatrice delle avventure di Brancaleone sia decisamente parziale. Non si può negare, infatti, allo sfortunato cavaliere alcune delle qualità fondanti della cavalleria cristiana per come è caratterizzata simbolicamente nella tradizione: il coraggio in battaglia, l’accettazione in ogni occasione di duelli individuali contro altri cavalieri, la necessità di rispettare la parola data sono tutte caratteristiche che Brancaleone possiede e a cui non viene mai meno in nessuna occasione.

Un esempio lampante è la sfortunata avventura amorosa con la vergine Matelda, che si offre a Brancaleone la notte prima di andare in sposa a Uguccione, ma incorre nel netto rifiuto del cavaliere, che, per quanto tentato dall’amore che prova per la donna, non cede e rispetta il giuramento fatto in punto di morte al tutore della ragazza, portando la ragazza al promesso sposo. Sarà, invece, Teofilatto ad approfittare della volontà della ragazza di punire Brancaleone, che sarà così accusato di fronte a Uguccione di aver violato la purezza della donna e condannato alla gabbia, da cui il cavaliere sarà salvato solo dall’intervento della sua sgangherata armata.

È proprio nel confronto col bizantino Teofilatto che emerge in tutta chiarezza la natura fondamentalmente genuina e valorosa di Brancaleone. Sia nel duello che li vede contrapposti al loro incontro, sia nel corso delle avventure che i due vivono assieme durante il viaggio verso la fortezza di Aurocastro nelle Puglie, Brancaleone dà prova di coraggio e ardimento, nonostante la fortuna certo non gli arrida e la sua armata (così come il suo destriero Aquilante) si rivelino sempre meno all’altezza delle sue aspettative; al contrario, Teofilatto, membro caduto in disgrazia di una vecchia dinastia bizantina marcia e corrotta nello spirito e nel corpo, rappresenta un Medioevo degradato, machiavellico e vile, sempre pronto a cercare vie più agevoli e sotterfugi per sfuggire agli eventi che Brancaleone, nel bene e nel male, affronta invece a viso aperto senza mai cedere alla paura.

In sostanza, Brancaleone riesce tranquillamente nell’obiettivo di far ridere, ma non cancella completamente l’essenza eroica e valorosa del cavaliere cristiano, che emerge e ottiene un attestato di esistenza persino in film espressamente votati alla messa in luce delle ipocrisie e bassezze nascoste nella figura simbolica del guerriero della Cristianità.

Don Chisciotte della Mancia, eroismo e mulini a vento

Don Chisciotte della Mancia (nell’edizione originale spagnola, El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha) rappresenta il più importante capolavoro dell’intera storia della letteratura spagnola, emblema stesso di quello che viene denominato il Siglo de Oro della cultura iberica. Opera di Miguel de Cervantes Saavedra risalente al 1605, il libro narra le avventure dell’hidalgo Alonso Quijano, che, persosi in un mondo fantastico mutuato dalle sue numerose letture, si convince di essere un cavaliere errante e inizia a vagare per la Spagna, portando con sé, quale suo scudiero, il contadino Sancho Panza, con la promessa di regalargli un giorno un’intera isola.

Dovendo dedicare a una dama le proprie imprese, il delirante cavaliere designa come propria musa ispiratrice la contadina Aldonza Lorenzo, da lui ribattezzata Dulcinea del Toboso. Purtroppo per il cavaliere, le avventure reali scarseggiano in una Spagna che non è più quella mitica della Reconquista contro il dominio musulmano. Don Chisciotte, perso nella sua follia, si avventa contro mulini a vento che nella sua mente ritiene essere giganti dalle braccia rotanti e contro greggi di pecore scambiate per l’esercito dei Mori, uscendone peraltro sempre sconfitto e ridicolizzato.

Da questo punto di vista, è chiarissimo come il Don Chisciotte si inscriva in una tradizione che si fa beffe del guerriero cristiano e dei valori tipici della cavalleria medioevale. In questa critica, non c’è alcun dubbio che Cervantes faccia riferimento anche alla propria vicenda personale. Combattente a Lepanto nella più grande vittoria navale ottenuta dagli eserciti cristiani contro i Turchi, Cervantes terminò la propria vita in povertà, abbandonato, dimenticato e totalmente privo di quella gloria eterna e degli onori (anche terreni) che la letteratura medievale sempre riservava al cavaliere vittorioso.

Se poi ci aggiungiamo che di Cervantes sono state redatte un vasto numero di biografie tra loro estremamente diverse, ma che recenti studi (1) definiscono l’autore come “un erasmista, un ebreo converso, un cattolico razzista, un adultero, un libertino, e persino un omosessuale”, abbiamo il perfetto quadro di un autore che ha messo la propria vena e abilità letteraria al servizio della critica, della satira e della dissacrazione di un vero e proprio caposaldo dell’etica cristiana, come la figura del Cavaliere.

In realtà, però, questa conclusione, a ben vedere, può rivelarsi davvero molto affrettata. Se anche queste recenti ricostruzioni della vita dell’autore fossero vere, ciò non toglie che nel capolavoro di Cervantes il protagonista – per quanto colpito da follia e da un delirio da cui l’hidalgo si risveglierà solamente ormai prossimo alla morte – abbia comunque una vocazione eroica, un coraggio senza pari e una fede incrollabile di fronte alle enormi sfide (immaginarie) che gli si pongono davanti.

Saranno pure dei mulini, quei giganti che Don Chisciotte affronta senza battere ciglio, ma gli si può negare l’estremo ardore insito nel fatto che, se fossero stati davvero reali, egli li avrebbe affrontatisenza batter ciglio, per Dulcinea, per l’onore e per Dio? E la lotta contro i mulini è solo la più nota delle innumerevoli avventure, perlopiù immaginarie, che il cavaliere e il suo scudiero vivono lungo il proprio cammino, nel corso di una trama letteraria che da comico-satirica si fa sempre più seria e mette in scena il dramma dell’esistenza di un uomo nato e vissuto fuori dal tempo che sarebbe stato suo per natura, inclinazione e aspirazione. Don Chisciotte è anche il primo romanzo moderno, in cui si avverte la nostalgia per un’epoca passata, quella medievale di una Spagna gloriosa, risorta dalle proprie ceneri con il ferro e ritornata con il proprio sangue tra le braccia della Cristianità, dopo aver sconfitto un nemico che la dominava da secoli.

Don Chisciotte è, allora, folle ed eroico, ridicolo e coraggioso nella sua lotta contro nemici ormai inesistenti, perché appartenenti a un’epoca finita, che è stata sostituita da una Spagna gretta e alle soglie di una decadenza da cui non si risolleverà mai più, finendo per sprofondare totalmente ai margini della storia europea e mondiale. Sotto la satira, sta, dunque, il dramma dell’impossibilità di essere dei veri cavalieri cristiani in epoca moderna e, nel contempo, un sentimento di mancanza  e di nostalgia per un’epoca che non c’è più, ma che è esistita e che ha visto guerrieri reali compiere imprese leggendarie, cavalieri coraggiosi brillare nelle loro armature lucenti e i vessilli della Cristianità sempre vittoriosi e dominanti sull’intero continente europeo.

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Ricordiamoci perciò, in un’epoca dove va di moda un modello post-moderno di machiavellismo, che tende a dissacrare e a svilire qualsiasi cosa – con una particolare attenzione per simboli di coraggio ed eroismo come i cavalieri del Medioevo cristiano – che anche in opere letterarie, cinematografiche e musicali all’apparenza esplicitamente rivolte al dileggio e alla presa in giro di tali simboli, emergono, invece, parecchi riconoscimenti di stima e valore per ciò che è fatto oggetto di satira. Forse certe storie dall’aura fiabesca sul valore, il coraggio, la moralità e la purezza dei guerrieri cristiani sono stati anche il frutto di una costruzione culturale sedimentatasi nel tempo, attraverso le narrazioni positive succedutesi nei secoli; ma se persino Fabrizio De Andrè, Mario Monicelli e Miguel de Cervantes qualcosa ammettono e si fanno sfuggire (neanche tanto) tra le righe di alcune delle loro opere maggiori, un fondo di verità esisterà pure.