Terremoto nel centro Italia, una tragedia annunciata

Terremoto nel centro Italia, una tragedia annunciata

Mercoledì 24 agosto 2016, alle 3:36 del mattino, il frastuono del terremoto ha rotto il silenzio della notte nella provincia di Rieti, in quella di Ascoli Piceno e in tutto il centro Italia. La vita nei paesi di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto è stata bruscamente interrotta.

A distanza di quasi una settimana, continuano senza sosta le operazioni di scavo tra le macerie dei centri abitati interessati dal sisma. Il bilancio è pesantissimo. Ad oggi, le vittime accertate sono 290, ma si teme che il numero possa continuare a crescere.

A far da tragico corollario alla tragedia umana delle morti, si aggiunge lo scenario apocalittico della distruzione provocata dal terremoto: abitazioni, infrastrutture, chiese, opere d’arte sono, ormai, solo un cumulo di macerie, quasi fossimo di fronte ad un luogo in cui la ferocia  di un bombardamento militare non ha risparmiato niente e nessuno.

L’intero patrimonio delle province interessate è stato, irrimediabilmente, compromesso.

Tv di tutto il mondo continuano a mostrarci, senza sosta, immagini in tempo reale da ogni possibile prospettiva, compresi i filmati ripresi dai droni dei Vigili del Fuoco. Giornali e mass media, in queste ore di concitazione, raccontano le storie di chi, in quella notte di pochi giorni fa, ha visto la sua vita sconvolta dalla violenza inaudita della natura. Intere pagine di giornali riportano, minuziosamente, ogni tipo di testimonianza di chi era lì.

In queste ore, ognuno di noi – memore dei sismi che, nel corso dei decenni, hanno funestato la nostra Penisola – ha potuto maturare una propria idea, più o meno chiara, sulle possibili cause del disastro, giungendo all’amara conclusione che, probabilmente, ci sia qualcosa su cui recriminare.

Che la zona in questione fosse ad elevato rischio sismico ce lo hanno confermato un po’ tutti. Dalla protezione civile all’INGV, passando per i vari organi competenti in materia, tutti erano concordi sull’estrema pericolosità di quell’area geografica. Non solo, terremoti in quella zona sono conosciuti almeno dal 1639, quando una violenta scossa devastò il paese di Amatrice.

Siamo, dunque, al cospetto di una sventurata concomitanza di eventi naturali, oppure, al contrario, possiamo dedurre qualcosa di ulteriore, forse, sinistramente correlato alla responsabilità umana di chi avrebbe dovuto “fare” e “non ha fatto”?

È il caso della scuola crollata ad Amatrice, la quale era stata ristrutturata nel 2012 (stando all’inchiesta aperta della Procura di Rieti, sembra che attorno all’azienda che ha lavorato alla ristrutturazione vi siano collegamenti con i clan di Cosa Nostra) con i fondi per l’adeguamento anti-sismico, tre anni dopo il disastro dell’Aquila, in cui, lo ricordiamo, crollarono numerose strutture di recente costruzione, tra cui la Casa dello Studente, in cui persero la vita 8 ragazzi, e l’ospedale San Salvatore, venuto giù come un castello di carte.

È vero, ogni qualvolta avviene un violento terremoto, rimembriamo, con grottesco stupore, quanto l’Italia sia un paese ad elevatissimo rischio sismico. Ma trascorse poche settimane, terminata l’indignazione, la rabbia, il lutto, i dubbi e gli interrogativi su negligenze e responsabilità dei crolli di edifici costruiti recentemente e inaugurati da autorità istituzionali adornate di tutto punto da fasce tricolori e sorrisi “attira consensi”, torniamo ad essere quel popolo distratto che, sempre più spesso, consegna la propria coscienza ad un assurdo fatalismo, che fa di noi una nazione solare, ma estremamente immatura e colpevolmente irresponsabile.

Perché? Perché il terremoto verrà, in Italia. E potrebbe venire quasi ovunque, in qualsiasi momento.

Perché questa è la storia che si ripete. Dall’Irpinia a San Giuliano di Puglia e all’Aquila, oltre trent’anni di terremoti sono serviti a poco o nulla. Di parole ne abbiamo sentite tante, troppe. Forse, è giunta l’ora di riconsiderare la nostra dignità di cittadini e chiedere che le istituzioni facciano il loro lavoro responsabilmente. Lavoro per cui sono lautamente remunerate con le nostre imposte.

Perché, alla luce di quanto accaduto pochi giorni fa, l’unica grande opera infrastrutturale della quale l’Italia ha bisogno non è il Tav o il ponte sullo Stretto (per il quale sono stati spesi centinaia di milioni di euro per il solo studio di fattibilità), ma un piano per la messa in sicurezza del territorio.

Lo sappiamo tutti, le ragioni per cui si continua a dare priorità solo ad alcune opere a svantaggio di altre sono rintracciabili in un unico denominatore comune: quello del denaro, degli interessi di lobbies e grandi gruppi economici che, in barba a qualsivoglia principio democratico, continuano a muovere interessi miliardari e ad eleggere parlamenti ed istituzioni.

È sufficiente guardarsi intorno per capire quanto il Belpaese sia funestato dalla squallida logica dei “grandi interessi”: a differenza di quanto accade in altre nazioni esposte al rischio sismico, come il Giappone, in Italia si preferisce costruire gigantesche opere infrastrutturali, giudicate inutili dagli esperti e osteggiate dalle popolazioni locali, invece che mettere a punto un piano organico atto a fronteggiare la vulnerabilità del nostro territorio.

Non possiamo pensare che i bambini della scuola elementare Jovine di San Giuliano di Puglia, i ragazzi sepolti dalla Casa dello Studente dell’Aquila o le decine di vittime dell’ultimo terremoto siano morti invano.

È giunta l’ora di dire basta!