Il debito pubblico italiano: perché è così alto e da dove nasce

Il debito pubblico italiano: perché è così alto e da dove nasce

Ogni giorno, su tutti i giornali, leggiamo che il debito pubblico italiano è il grande salasso della nostra economia. Ma cos’è il debito pubblico? Quando ha assunto queste dimensioni e come sarebbe possibile ridurlo?

Il debito pubblico è la somma dei deficit primari (la differenza fra la spesa pubblica e le tasse) che uno Stato registra nel corso del tempo. Supponiamo che il governo parta da una situazione di pareggio di bilancio e che decida di ridurre le imposte, generando quindi un disavanzo di bilancio (dato che ora la spesa pubblica è superiore alle imposte). Cosa succede ora? Il governo dovrà aumentare le imposte nel futuro? Lo Stato, in realtà, può finanziare un deficit pubblico in diversi modi: può vendere i suoi titoli alla Banca Centrale, può venderli agli investitori privati, oppure può finanziarlo attraverso la creazione di nuova base monetaria.

L’Italia, come ben sappiamo, non è un’economia sovrana, cioè non ha una sua Banca Centrale che sia garante di ultima istanza (cioè che interviene SE E SOLTANTO SE il Governo non riuscisse a reperire fondi dal mercato primario e secondario dei titoli obbligazionari), e quindi finanzia il suo debito pubblico con le imposte. Quindi supponiamo, per praticità, che l’unica fonte di finanziamento del deficit pubblico dello Stato sia quella delle imposte; se il governo ripaga subito il suo debito, allora ritornerà alla situazione iniziale di pareggio di bilancio; altrimenti, accumulerà deficit ogni anno. L’accumularsi dei deficit pubblici dà luogo al debito pubblico.

Come già detto prima, l’Italia può finanziare il suo deficit (e anche il suo debito pubblico) soltanto tramite le imposte, dato che ha rinunciato alla sua sovranità monetaria dal momento in cui ha aderito al Trattato di Lisbona, che ha ufficialmente istituito l’Euro. Il fatto che il debito pubblico aumenti sempre più non fa altro che modificare le aspettative degli italiani, che consumeranno di meno, facendo ridurre gli stessi consumi e gli investimenti, cosicché la domanda aggregata subisce uno shock negativo. Ma prima dell’Euro, come si finanziava il debito pubblico?

In Italia il tutto avveniva con il “matrimonio” fra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia, tramite la compravendita di titoli di Stato, con la Banca d’Italia che era garante di ultima istanza. Trentacinque anni dopo, la Banca d’Italia “divorziò” dal Ministero del Tesoro, e da allora non è più intervenuta nell’acquisto di titoli di Stato, contribuendo alla drammatica ascesa del debito pubblico italiano.

Perché fu fatta questa scelta? Per quale motivo Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi vollero demonetizzare il debito pubblico? La Banca Centrale nazionale non svolgeva più la sua funzione di “paracadute”, esponendo il Debito a speculazioni come quella effettuata da George Soros nel 1992. Uno dei probabili motivi era quello di preparare l’Italia al suicidio economico, ossia apparecchiare l’uso della moneta pubblica, avvenuto poi dal 1 Gennaio 1999, dove non ci sono garanti di ultima istanza, dove non ci sono obiettivi di crescita economica, ma soltanto di stabilità dei prezzi (come da art. 2 dello Statuto della BCE). Un’autentica follia.

Ma da dove deriva questa esplosione del debito pubblico?

Ovviamente, dall’aumento dei tassi di interesse (il premio per il rischio di aver comprato i titoli di Stato e non essersi tenuti i soldi); avendo eliminato il ruolo di garante di Banca d’Italia, si va a decurtare in maniera per niente trascurabile una parte della domanda; questa diminuzione di domanda va compensata in qualche modo, ossia con l’aumento dei tassi di interesse. Per convincere gli investitori a scommettere sull’Italia, occorre pagargli un maggior tasso di interesse. Ma come fare allora per contenere o ridurre un debito pubblico particolarmente elevato? Dato che la produzione di uno Stato cresce nel tempo, ha più senso parlare del rapporto Debito/PIL, un indicatore che misura la sostenibilità del debito pubblico nel lungo periodo. Più il rapporto è alto, più la sua sostenibilità per uno Stato (non sovrano) è a rischio. Ma allora come fare per ridurlo?

Consideriamo il tasso di crescita del reddito aggregato di un’economia, quello che noi tutti conosciamo con il nome di PIL. Se il PIL cresce più del tasso di interesse reale (il tasso di interesse al netto dell’inflazione) il valore del rapporto Debito/PIL converge al suo valore di stato stazionario, ossia diminuisce, anche in presenza di deficit pubblici. Il PIL è la somma di beni e servizi prodotti all’interno di un paese, quindi una ricchezza, mentre i tassi di interesse, in questo caso reali, sono l’esborso che lo Stato sostiene per ricompensare chi investe sui suoi titoli obbligazionari; immaginiamo il tutto come una piccola impresa, in cui il PIL sono i suoi ricavi, mentre gli interessi sono i costi che deve sostenere. La differenza, se positiva, genera profitti che eventualmente andranno anche a ridurre i debiti dell’impresa di cui stiamo parlando. Ma se lo scenario è quello di un’ulteriore sofferenza per l’Italia, allora il Bel Paese farebbe bene a guardarsi altrove.

(Link)