Solidarietà ai lontani o carità per i vicini?

Solidarietà ai lontani o carità per i vicini?

La triste occasione del terremoto del centro Italia forse almeno qualcosa di positivo l’ha saputo proporre. Nel momento dell’estremo bisogno, abbiamo visto tutti riaccendersi, nei nostri connazionali, un minimo senso di appartenenza ad una stessa comunità, vuoi evidentemente per le popolazioni direttamente coinvolte ai loro comuni – significativo il rifiuto di queste a far svolgere i funerali a Rieti, preferendo far restare in loco, pur nel disagio, le celebrazioni –  vuoi però anche per tutta la comunità nazionale, riunita per la comune sollecitudine nel portare aiuto ad altri italiani in difficoltà.

Sì, italiani, e non deve far paura dire che chi è italiano ha più diritto di aiuto.

I nostri, d’altra parte, sono i tempi in cui la politica si fa con la bassezza del ricatto morale e gli intelletti vengono assopiti con gli imperativi della morale del buonismo.

Se, ad esempio, si è contro l’immigrazione, si è in automatico etichettati come mostri senza cuore, gente insensibile per i drammi di chi scappa da questa o quella sciagura, di chi scappa da questa o quella piaga, qualunque sia l’angolo del globo da cui provenga.

Similmente, chiunque all’interno dei confini di una nazione voglia, in linea prioritaria rispetto a quello degli stranieri, promuovere il benessere dei cittadini, è immediatamente esecrato come “razzista” e un banale concetto come quello della preferenza nazionale è seppellito dai cori di indignazione.

Peggio: chiunque abbia opinioni o faccia osservazioni del tipo è “uno sciacallo”, un mostro capace di fare propaganda sul dolore e la miseria umana.

Nel fomentare questa forma mentis odierna, poi, concorre senz’altro, inutile nasconderselo, gran parte del mondo cattolico e della sua relativa gerarchia. Inutile, ad esempio, ricordare l’insistente propaganda sull’intrinseca bontà del “costruire ponti” o del “dialogo”, quasi luoghi teologici a sé stanti, e, viceversa, la condanna del “costruire muri” e del concetto stesso di confine o di barriera.

Tutto si basa su di un principio, banale e dirompente, ossia il non fare distinzioni o discriminazioni e sul presunto dovere di trattare tutti allo stesso modo e di amare il “prossimo”. Tutti questi incoraggiamenti vengono da uomini di Chiesa. Tuttavia, nulla è più lontano dalla realtà cristiana.

Lo stesso insegnamento evangelico dell’amore verso il prossimo contiene, in questo termine, “prossimo”,una propria specificazione, da cui non si può prescindere.

Certo, tutto il genere umano è riunito dalla propria comune origine; eppure è diviso, secondo un ordine naturale ben chiaro, in genti e nazioni, e queste a loro volte in diverse strutture e comunità, e a discendere sempre nel particolare si arriva alle diverse famiglie in cui tutti, per natura, siamo inseriti.

Sono queste distinzioni naturali indifferenti rispetto al comandamento della carità?

Pio XII al riguardo ci ricorda: “… nell’esercizio della carità esiste un ordine stabilito da Dio, secondo il quale bisogna amare più intensamente e beneficare di preferenza coloro che sono a noi uniti con vincoli speciali” (Enc. Summi Pontificatus)

Ossia, l’ordine naturale in cui è distinta l’umanità impone a tutti una sollecitudine diversa a secondo di con chi ci rapportiamo, secondo appunto vincoli che possono essere anche quelli di vicinanza, di “prossimità”.

Al riguardo anche San Tommaso d’Aquino insegna: “Dobbiamo quindi concludere che anche affettivamente tra i prossimi alcuni vanno più amati di altri. E la ragione sta nel fatto che, essendo i principi dell’amore in Dio e in chi ama, necessariamente l’affetto cresce secondo la maggiore vicinanza…” (Somma Teologica, parte II-II, Questione 26, Art. 6)

Seguono, nelle dissertazioni del Santo, i diversi ordini secondo i quali si debba prestare di più la carità, ossia di più ai famigliari, ai congiunti di sangue, ai connazionali, etc…

Inutile dire che tutto questo cozza frontalmente con quella piaga ideologica, affetta di egualitarismo e internazionalismo, che vorrebbe rimosse le fedeltà e le preferenze nazionali, il tutto, come visto, secondo principi in nessun modo presenti nella Tradizione Cristiana.

Viceversa, la propensione moderna per la solidarietà non è per nulla simile alla propensione cristiana alla carità. Propensione, quella cristiana, che tratta di un amore autentico dell’uomo, innanzitutto per Dio, e da Dio a ogni uomo, reale, concreto e in carne ed ossa, secondo l’ordine con cui è inserito nel mondo.

La solidarietà moderna, invece, è un sentimento anonimo, impersonale, rivolto da una massa irriflessiva, supina ai ricattucci morali del potere massmediatico, ad un’altrettanta anonima massa di sconosciuti.

Il tanto sbandierato impegno sociale che tanto fa sentire delle brave persone chi lo esercita è sempre più impegnato nel sollevare dalla sofferenza persone ignote. Si raccolgono i fondi per questa o per quella causa, per questa o per quella organizzazione che opera in un paese dall’altra parte del mondo.

In effetti, è più facile fare così, sottoscrivere un bollettino di sostegno per gente mai vista, oppure mandare un SMS di solidarietà mentre si è in coda alla posta, e, certamente, votare il partito più buono, ossia quello che non respinge i nostri fratelli migranti, e si ha la coscienza a posto.

Poco importa, poi, che il nostro prossimo muoia di fame.

Poco importa avere i genitori o i nonni dimenticati nell’ospizio o nell’indigenza, poco importa pensare che qui, in Italia, dei connazionali soffrano la fame, la sete o la malattia, poco importa, insomma, la fine della carità. Se si è sovvenzionata l’ONG politicamente corretta, allora si ha l’anima in pace.

Stendiamo poi un velo pietoso, invece, per chi indirizza in maniera privilegiata la propria sollecitudine addirittura verso esseri irrazionali, battendosi ora per la soppressione della Corrida, domani contro i pescatori di foche canadesi, contro i pellicciai di Pavia e contro i chimici che sperimentano sui criceti.

L’osservazione che si potrebbe fare è fin troppo ovvia. “Essi pretendono di essere sapienti, sono impazziti: adorano immagini dell’uomo mortale, di uccelli, di quadrupedi e di rettili, invece di adorare il Dio glorioso ed immortale” (Romani I , 22-23)

San Paolo ci ricorda che, scomparso Dio dalla prospettiva del mondo, agli uomini non resta che glorificare il mondo stesso.

Senza Dio, l’uomo, l’uomo non più come persona, ossia incarnato in una specifica nazione e nato da una specifica famiglia, ma l’uomo astratto, l’uomo come concetto diviene idolo di sé stesso, similmente si fa idolo di ciò che si ritrova attorno (il mondo, la natura, gli animali, etc…). Comprensibile che in questo contesto, allora, la pietà, che non esiste più per il proprio prossimo, si indirizzi in senso smisurato ma vuoto a qualunque gente del globo e che si possa estendere allo stesso modo anche a piante, rettili, polli, tori, etc…

Molto validamente un filosofo, non certo figlio della Scolastica medioevale, Scheler, coglieva in tempi non sospetti queste inclinazioni proprie della modernità: “L’amore si dirige al nucleo valido delle cose, al loro valore. […] Esso si può dirigere alla natura, alla persona umana e a Dio, in ciò che hanno di proprio cioè di altro da colui che ama. Al contrario, l’amore dell’umanità di cui parla il positivismo non è che risentimento: cioè odio verso i valori positivi impliciti in paese natale, popolo natale, patria, Dio”.

Che amore può essere un amore per l’umanità, un amore, come quello professato da certuni, che vorrebbe la fine stessa delle nazioni, della nozione stessa di “paese natale” o di “patria”, come spesso appellato dai vari “no borders”, siano essi facinorosi delle strade, raffinati intellettuali da salotto o meschini politici.

Che amore può essere quello che chiama “cultura dell’odio” la semplice sollecitudine nell’affezionarsi maggiormente alla propria gente, al proprio “popolo natale”, piuttosto che all’universo mondo?

Chiaro che, in questo presunto amore, non vi è che il risentimento, l’“odio verso i valori positivi impliciti in paese natale, popolo natale, patria, Dio”.