Chi (ri)scrive la Storia: a proposito dell’ignoranza di molti “acculturati”

Chi (ri)scrive la Storia: a proposito dell’ignoranza di molti “acculturati”

Odifreddi, una volta, pretendeva di dare al Papa lezioni di teologia e storia religiosa. Odifreddi, ateo e matematico, pretendeva di dare a Papa Ratzinger, teologo e filosofo, una lezione di teologia e storia religiosa. In quell’occasione, la risposta del Papa fu una lunga lettera in cui, con tanto di apparato di note e di commento scientifico, si invitava il matematico, che aveva l’abitudine di esulare dal proprio campo di studi, a documentarsi su tutta una serie di libri che, evidentemente, non aveva mai nemmeno aperto. Questo atteggiamento, fatto di una sorta di presunzione da parte di alcuni salotti perbene e perbenisti che cercano di insegnare agli eschimesi come vendere il ghiaccio, è oggi largamente diffuso.

Chi riscrive la Storia, si sa, spesso lo fa con qualche specifico interesse. Qualche altra volta, invece, lo fa semplicemente per ignoranza o per superficialità, ma gli effetti, in termini di involuzione culturale e di limitazione della libera ricerca scientifica, sono comunque dannosi. E quanto mai oggi una certa vulgata culturale inerente la genesi e lo sviluppo della civiltà cristiana occidentale tende a mostrarsi come definitivamente affermata, e non di rado a guardare dall’alto, con la snobistica superbia dei vincitori, chiunque osi pensarla in un modo differente.

Se in altri contesti culturali, come quello giapponese, il dibattito su alcuni temi spinosi della storia patria può essere ancora vivo, nel mondo occidentale sembra che una sorta di censura invisibile prevenga chiunque, anche in ambito accademico o giornalistico, dal cercare di esaminare in maniera imparziale taluni eventi storici, collocandoli per esempio in un quadro più ampio, anche alla luce degli eventi successivi, in modo da contribuire ad una fruttuosa ricerca storica, che sia innanzitutto libera da preconcetti.

Eppure, una certa cultura affermatasi progressivamente in salotti borghesi, in circoli chiusi, in ritrovi dilettantistici di benpensanti che, tutto ad un tratto, si sono riscoperti storici, giuristi, teologi e filosofi, sembra ormai aver sostituito e rimpiazzato quella, ben più seria quanto a metodo di ricerca e fonti, delle Accademie, delle Scuole di pensiero, delle Cattedrali. Il dilettantismo, a volte, può essere una grande risorsa, ma non quando si viene all’arbitraria ricostruzione storica di fondamentali snodi della cultura occidentale e cristiana, che in un modo o nell’altro hanno informato per secoli un particolare tipo di civiltà, di cui la presenta è la diretta erede.

E così, giusto per citare un celeberrimo esempio, riguardo alle Crociate si è sviluppato un movimento culturale che, prescindendo dalle fonti storiche e dall’effettiva ricerca svolta a suo tempo in ambito accademico, ha presentato i fatti come crimini di guerra dell’aggressivo Occidente a danno del pacifico mondo musulmano, non senza conseguenze pratiche. Oggi, infatti, non passa giorno che la nostra civiltà chieda scusa per i “crimini” commessi durante l’era delle Crociate, sviluppando un fuorviante senso di colpa che, a distanza di secoli, mostra ancora di far sentire un peso morale opprimente ad una civiltà già drammaticamente priva della propria identità.

Questa ricostruzione storica, tuttavia, non si basa su testi autorevoli di autori altrettanto autorevoli, come per esempio il medievalista Franco Cardini (non certo un cattolico conservatore) che nei suoi numerosi volumi, quali Le crociate tra il mito e la storia, Roma, Nova Civitas, 1971, o Il movimento crociato, dell’anno successivo, giusto per citarne due, mostra come le Crociate fossero innanzitutto dei “pellegrinaggi armati”, e non le apocalittiche guerre lanciate dalla Cristianità per imporre la propria religione all’affascinante Oriente. Oltre a Cardini si può consultare anche Steven Runciman, Robert Spencer, Geoffrey Hindley, Thomas Asbridge, lo stesso Mons. Luigi Negri, e la lista sarebbe ancora lunga.

Se una certa cultura si documentasse su testi dal rigore scientifico, saprebbe per esempio che il termine Crociata, con la leggenda nera che ne deriva, è stato introdotto addirittura nel Settecento, ossia vari secoli dopo gli eventi. Saprebbe, ancora, che le Crociate furono innanzitutto dei movimenti armati di difesa di luoghi occupati con la forza dal mondo musulmano, luoghi dove la popolazione cristiana venne quasi azzerata dalla campagna di conquista islamica. Tralasciamo lo status giuridico dei partecipanti a questi pellegrinaggi armati, su base volontaria, perché riconosciamo che in assenza di una solida preparazione storica non servirebbe approfondire il tema.

Una certa cultura da salotto, invece, sembra più che altro essersi documentata su film come “Kingdom of Heaven” di Ridley Scott, dove il rigore accademico di corposi volumi (che i professionisti del dilettantismo mediatico oggi non hanno certo voglia di leggere) viene sostituito dal carismatico ruolo di Orlando Bloom, e dove viene dipinta una Cristianità corrotta, aggressiva e superficiale che aggredisce un pacifico mondo musulmano guidato da un saggio Saladino. Le conseguenze, in termini di vittimismo e meaculpismo e soprattutto di travisamento di fatti storici, sono ben note.

Ancora, per citare un altro esempio, si può parlare dell’Inquisizione, dove a testi autorevoli come quelli di Edward Peters (Inquisition, New York 1988) e di Henry Kamen (The Spanish Inquisition: A Historical Revision, Londra 1997), vengono preferiti film e serie TV, ignorando completamente anche il materiale archivistico e, quindi, la documentazione dei processi e il numero delle condanne. Si sa, certo, che studiare sia impegnativo, ma per alcuni la tentazione di ergersi a giudici del mondo e delle genti, persino giudici di Dio, dopo aver visto qualche produzione hollywoodiana è troppo forte, e così si pensa che, forse, quelle migliaia di pagine di studi e ricerche non siano poi così importanti, e basta piuttosto accusare la propria civiltà di ogni sorta di delitto allo scopo di instillare imbarazzo nella coscienza dei propri consociati, così da sentirsi moralmente superiori. Una sorta di atteggiamento collaborazionista nella cialtroneria, potremmo dire.

Ancora, si potrebbe anche parlare del colonialismo, altro tema spinoso in cui l’Occidente, in forma di una ricca e benestante élite intellettuale, ignorante e nullafacente, accusa se stesso, in forma stavolta di millenaria civilizzazione, di essere il responsabile di vaste campagne di sterminio ai danni dei “buoni selvaggi”, per riprendere una terminologia al tempo nota. I bei salotti, ancora una volta, potrebbero per esempio confrontarsi con i testi di Rodney Stark, come La Vittoria dell’Occidente, edito in Italia da Lindau, al posto di informarsi sui social e sui talk show.

Però in fondo si sa: a chi vuole solo mostrarsi superiore affossando la memoria della propria civiltà e della propria cultura, le note a pié di pagina non piacciono. È gente che preferisce amare il popolo da lontano, da una terrazza con in mano uno spritz, che vuole l’accoglienza a casa di altri, e la rivoluzione ma-basta-che-non-sia-a-casa-mia. Gete per cui il massimo della ricerca storica – proprio al massimo – è un documentario della Rai in prima serata. Ogni tanto, però, si potrebbe anche studiare.