L’Italia dell’energia valuta piste alternative alla Russia di Putin. Scelta azzeccata o investimenti a fondo perduto?

L’Italia dell’energia valuta piste alternative alla Russia di Putin. Scelta azzeccata o investimenti a fondo perduto?

In un contesto segnato dalla deflazione – ove per deflazione si intende la variazione negativa dei prezzi associata ad un calo della produzione, al quale le imprese fanno fronte per non perdere quote di mercato – l’Italia, attraverso il suo gigante ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), ha confermato le sue ambizioni in Africa. Tuttavia, lo scenario attuale fra Unione Europea e Russia, ancora caratterizzato dalla presenza delle sanzioni nei confronti della Federazione Russa, ha accentuato la tendenza aguardare, per quanto riguarda gli investimenti nel mercato degli idrocarburi, anche al continente africano, ricco di opportunità.

Una strada che l’intera Europa dovrebbe percorrere, affinché possa essere indipendente, a livello energetico e di idrocarburi, da Mosca. Oltre il 30% dell’approvvigionamento Ue, infatti, arriva dalla Russia di Putin. E’ vero che il gas di scisto, come già Obama ha evidenziato più volte, potrebbe essere una strada alternativa da prendere in considerazione, ma l’UE ha altrettante volte sottolineato come i rischi ambientali legati alla sua estrazione siano molto elevati. Per l’Italia e per l’Eni sarebbe opportuno almeno studiare un piano C. Invece, la storia degli ultimi due anni sembra renderci sempre più dipendenti da un ipotetico shale gas e da un concreto e invasivo rapporto con Mosca. Basta dare uno sguardo d’insieme all’arretramento dell’influenza italiana in Africa e nel Maghreb.

Dopo la guerra in Libia e la morte del dittatore Mu’ammar Gheddafi, i contraccolpi del terremoto geopolitico si sono fatti sentire in tutta l’area, soprattutto in Algeria e nel Mali. Amadou Sy Baby, Ministro delle miniere del governo maliano, il 18 dicembre 2012 ha firmato un decreto con cui si è ripreso il quarto blocco petrolifero, che nel 2006 era stato dato in concessione all’ENI e alla Sipex, società gestita dall’algerina Sonatrach. Era l’ultimo di proprietà degli italiani nel bacino Taoudeni, che poi era finito per un periodo sotto il controllo dei ribelli Tuareg dell’MNLA (Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad) e dei militanti islamici di Ansar Dine. Quel giacimento è stato poi assegnato ai francesi di Total, che l’avrebbero perso, se il Presidente della Repubblica francese François Hollande non avesse deciso di indurre il resto d’Europa a dichiarare guerra al Mali.

Lo scontro, dimenticato dai media, va avanti. Per quanto riguarda la Libia, il sud del Paese resta ancora fuori dal controllo delle autorità locali, al momento prive di forze sia di natura giuridica che militare, mentre dalla parte orientale, la Cirenaica, dove si trova l’80% delle riserve petrolifere, arrivano segnali di crescente disgregazione. La presenza italiana in Algeria, infine, ha subito diversi contraccolpi soprattutto sotto l’aspetto giudiziario: un’inchiesta della procura di Algeri del novembre del 2012 ha portato alle dimissioni del presidente della società petrolifera di Stato, Mohamed Meziane, e alla denuncia di 15 dirigenti, accusati di corruzione e malversazione.

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La vicenda ha registrato il coinvolgimento dei due vicepresidenti della Sonatrach, Benamar Zennasni e Belkacem Boumedienne, e dell’ex direttore della banca Cpa (Credito Popolare Algerino), Hachemi Meghaoui. I nuovi vertici e funzionari, secondo alcune indiscrezioni, sarebbero più filo-francesi dei precedenti. Geopoliticamente parlando, non è certo una buona notizia per ENI, che recentemente ha anche ufficializzato la volontà di non effettuare più investimenti in Nigeria. Nell’Africa Sub Sahariana, poi, la situazione in Angola è ferma, mentre in Mozambico, dove la presenza del Cane a sei zampe rimane comunque molto forte, sono stati avviati piani di cessione.

L’amministratore delegato di ENI, Claudio Descalzi, ha annunciato che è stato approvato il “Piano di Sviluppo della scoperta di Coral”, nell’Area 4 dell’offshore del Mozambico. L’approvazione riguarda la prima fase di sviluppo di 140 miliardi di metri cubi di gas. Il Comunicato di ENI afferma che “La scoperta giant, effettuata nel maggio 2012 e delineata nel 2013, ha provato l’esistenza di un giacimento di alta qualità di età Eocenica con una eccellente produttività. Si stima che il giacimento contenga circa 450 miliardi di metri cubi di gas (16 TCF) in posto interamente situati nell’Area 4”.

Il Piano di Sviluppo, il primo in assoluto approvato nel Bacino di Rovuma, prevede la perforazione e il completamento di 6 pozzi sottomarini e la costruzione e l’installazione di un impianto galleggiante, tecnologicamente avanzato, di liquefazione e stoccaggio del gas naturale (FLNG), la cui capacità sarà di circa 3,4 milioni di tonnellate all’anno (MTPA).

Il progetto è anche il primo, nel Bacino di Rovuma, ad aver conseguito la licenza ambientale (Environmental License), concessa nel settembre 2015 alla fine di un accurato processo che ha coinvolto le comunità locali e le autorità nazionali e che è risultato da un studio di valutazione di impatto ambientale e sociale (Environmental and Social Impact Assessment Study), condotto nel rispetto dei più elevati standard dell’industria. “L’approvazione del Piano di Sviluppo di Coral è un passo storico per lo sviluppo dei circa 2.400 miliardi di metri cubi (85 TCF) di gas che abbiamo scoperto nel Bacino di Rovuma e rappresenta una tappa fondamentale verso la Final Investment Decision (FID) del progetto, che prevede l’installazione del primo Floating LNG nel continente africano e uno dei primi al mondo.”

Il Mozambico è uno dei cosiddetti “leoni africani”: secondo quanto emerge dal “Rapporto congiunto fra Ambasciate/Consolati/ENIT 2016”,  registra una crescita media del PIL reale (il valore di tutti beni e servizi prodotti dall’economia in un arco di tempo, calcolata a prezzi costanti; è una misura più efficace del benessere economica, perché non è influenzato dai cambiamenti di prezzi) del 7,5% negli ultimi dieci anni, stimolata inizialmente da un forte afflusso di trasferimenti di natura unilaterale (meglio conosciuti come aiuti umanitari) e, dal 2006, da straordinarie scoperte in campo minerario ed energetico. Il paese è visto dalle organizzazioni internazionali come un modello da cui gli altri paesi africani dovrebbero prendere esempio, poiché è riuscito ad avere successo in termini di crescita e riduzione della povertà, dopo essere uscito da una guerra civile durata trent’anni. Tuttavia, il processo di crescita così rapido che questo paese ha conosciuto ha anche mostrato tutti i suoi limiti. Lo sviluppo economico ha creato profonde diseguaglianze; i grandi progetti di investimento inerenti al settore minerario non hanno prodotto risultati incoraggianti per quanto concerne la riduzione della disoccupazione e il conseguente miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro.

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La deflazione che ha colpito i prezzi delle materie prime, favorita da una scarsa politica di investimenti per quanto riguarda i settori produttivi e da un’operazione di investimento nel settore della pesca (l’investimento Ematum) che grava pesantemente sulle finanze pubbliche, ha rapidamente ridotto le riserve di valuta internazionale e portato il rapporto Debito/PIL al 56,3%. Inoltre, lo stesso Mozambico, come si può notare dalla Figura 1, è nella classe OCSE numero 6 del merito creditizio, ossia la penultima più alta (la classificazione va da 0 a 7, nella quale lo zero indica un rischio trascurabile, mentre il sette indica il massimo rischio di insolvenza), che assegna un rischio di credito massimo a qualunque paese dell’OCSE ne faccia parte; dunque il Mozambico è un paese molto instabile a livello finanziario, poiché la probabilità di default presente sui suoi mezzi finanziari, in particolare sui titoli obbligazionari, è molto elevata.

L’incertezza legata alla situazione politica incide in maniera molto netta sull’economia mozambicana. Le elezioni dell’ottobre 2014 avrebbero dovuto chiudere una fase di contrapposizione tra il partito di governo Frelimo e l’opposizione Renamo. In realtà, le elezioni non hanno fatto altro che far continuare azioni militari di destabilizzazione nelle province del centro e del nord. Il processo di dialogo nazionale appare bloccato, mentre si intensificano le notizie di scontri militari; ciò che preoccupa più di tutto è l’instabilità politica, collegata alla mancanza di dialogo e alla necessità di riformare il rapporto centro-periferia e le autonomie locali, un tema da sempre delicato nell’area africana, dato che incide in maniera molto importante sull’unità nazionale.

In questo contesto geopolitico, l’Italia può giocare un ruolo molto importante: per uscire dalla deflazione e per migliorare il quadro economico del paese, che registra ancora tassi di interesse molto elevati sui suoi titoli di Stato, bisognerà continuare a sostenere gli sforzi per la lotta alla povertà del governo del Mozambico con ulteriori trasferimenti unilaterali, (ovviamente si parla di Fondi Europei, che per regolamento sono vincolati e servono per scopi specifici, come ad esempio quello di cui si sta parlando) e vincolandoli a specifici investimenti. Servirà poi che ENI faccia valere il suo peso economico, poiché il Mozambico, ma più precisamente il contenente africano, è un continente ricco e con molte opportunità, per quanto visto finora.

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Tuttavia, l’Africa deve necessariamente risolvere alcune sfide importanti. Il continente ha ancora uno dei tassi di povertà energetica più alti del mondo, che limita l’ascesa dei settori produttivi più importanti di uno stato. Il mercato energetico, così come quello degli idrocarburi, è uno strumento fondamentale per una crescita sostenibile in grado di garantire l’accesso a servizi di base come l’istruzione, la sanità, i trasporti e l’agricoltura.

Questa sfida ha bisogno di essere vinta nel minor tempo possibile, considerando che l’Africa attraverserà uno dei più importanti sviluppi demografici della sua storia; secondo le statistiche dell’ONU, riportate nella Figura 2, un abitante su quattro nel mondo sarà africano.

In Africa orientale, gli imponenti giacimenti di gas ritrovati in Mozambico possono portare benefici sia all’Italia, come già detto prima, sia allo stesso stato africano, dato che il gas naturale è una risorsa molto flessibile, che può essere utilizzata per diverse applicazioni, oltre che per la produzione di energia. Può essere utilizzato per cucinare, per il trasporto o la produzione di fertilizzanti, contribuendo a raggiungere parti di popolazione escluse, fra cui le donne.

Per quanto riguarda il tema del trasporto, l’Africa è al centro di una partita molto aperta, di cui molti protagonisti fanno parte, fra cui l’Italia: la Cina, che si muove sul piano economico con grande efficacia, gli Usa, che vedono l’Africa in soli termini militari e di sicurezza, la Francia, che ha recentemente fatto dell’interventismo nelle sue ex colonie una nuova bandiera. L’Italia, per cogliere al meglio le opportunità che l’Africa può offrirle per quanto concerne gli idrocarburi,  secondo Cinzia Buccianti, demografa dell’Università di Siena, “deve supportare la stessa Africa e non lasciarla in balia della Cina, la cui presenza nel continente africano annienta la capacità imprenditoriale degli stessi Paesi africani, soprattutto sub-sahariani, i cui mercati subiscono l’invasione dei prodotti asiatici a basso prezzo, inducendo le industrie locali non più competitive a chiudere e creando bacini di disoccupazione che se adeguatamente coscienti o politicizzati rischiano di destabilizzare l’assetto socio-politico della regione”.

La presenza cinese certamente crea scetticismo nella popolazione africana, ma è altrettanto vero che i cinesi dotano (anche loro mediante trasferimenti di natura unilaterale) i paesi africani delle infrastrutture necessarie a far fronte a questo incremento demografico. Senza grandi investimenti in infrastrutture, cui la Cina con i suoi investimenti contribuisce con i suoi Yuan, per esempio, dove si muoveranno i milioni di africani in sella a una moto 125 quattro tempi (Pechino ne vende un milione all’anno nella sola Nigeria) che daranno un volto nuovo al continente?