Alessandro Magno. Il potere di una visione

Alessandro Magno. Il potere di una visione

Ogni grande civiltà, perché potesse divenire tale, fu distinta dalla comparsa di rare personalità incarnanti caratteristiche del tutto eccezionali. Esse costituirono istituzioni, guidarono grandi masse di uomini, talvolta anche di fronte alla morte certa, assoggettando con la loro forza popoli stranieri, imponendo le proprie leggi e i propri voleri. Insomma indirizzarono, con la propria auctoritas, le intenzioni e le azioni degli uomini loro sottoposti verso una realizzazione concorde ad un’idea di ordine superiore. Fra la rarità di questi esseri, non possiamo che occuparci di Alessandro il Grande.

Una personalità di cui l’individuo moderno non può nemmeno giungere a comprendere minimamente lo spessore, data la mancanza oggettiva di solidi riferimenti in una società caratterizzata dall’ideale prevalente del godimento edonistico, in cui, semmai si stimasse qualcuno, questi sarebbe al massimo una stella del cinema o un celebre sportivo.

La vocazione di Alessandro

È noto che, nei tempi antichi, non si conoscesse ancora l’assetto e l’ampiezza delle terre emerse e dei mari. Per questo, ciò che in quei secoli antichi rappresentò l’Oriente dovette restringersi a oscure nozioni geografiche, laddove fu solo possibile elaborare miti (1). Se l’Ellade, patria del λόγος, fulcro dell’ideale della chiarezza “geometrica”, dorica, costituì per gli stessi popoli greci una solidità di vita e di vedute, l’Oriente, al contrario, venne da loro avvertito con un proprio carattere di inaccessibilità, di inviolabilità. L’Oriente, o meglio l’Asia, fu vista come una grande madre inospitale, enigmatica, sconfinata nella sua ampiezza. Tali significati debbono rilevarsi talvolta incomprensibili per chi oggi “profana” il valore della distanza con semplici “chat” di internet o con viaggi intercontinentali di qualche ora di durata.

Com’è pure incomprensibile, per chi sia inebriato di storiografia moderna, tentare di ammirare più a fondo l’opera macedone guidata da Alessandro. Dietro le grandi imprese militari e gli incontri culturali – le quali sono le uniche questioni su cui ci si sofferma quando di Alessandro e della Macedonia si parla – è fondamentale ricercare ciò che rappresenta il significato reale di tale spedizione in tutt’altro, in un simbolo, in una lotta interiore che si riversa poi, per corrispondenza e coerenza, in una esteriore (2).

Per un giovane dalla personalità profonda e combattuta (3), la conquista e la fondazione di un impero nell’Asia non può che aver significato una pretesa di affermazione intima: l’Asia, vista la sua natura sconfinata, esotica, promiscua, sensualistica, rispecchia nei suoi fascini e nelle sue minacce, in un certo senso, le stesse caratteristiche delle passioni, le quali vanno assaltate, combattute, in maniera analoga a cui si assalta una vetta montana o un esercito nemico.

Come coronamento vi è infine la vittoria, la creazione di un impero, di un centro ordinante, dominante sul “caos asiatico”. In sintesi, è questa la forza intima che avrebbe agito come un simbolo, come una forza galvanizzante capace, per Alessandro – ma anche analogamente per la stessa Grecia e i suoi popoli – di attivare, attraverso una lotta interiore ed esteriore, una realizzazione propria, uno scopo sentito.

Ciò avrebbe suscitato nel giovane re macedone la volontà inflessibile di scavalcare ogni limite, con una forza ed un eroismo straboccante, trascinante a sé eserciti, capace di sottomettere popoli interi e di fondare città. Non può dirsi altrimenti, quanto alle volontà del suo spirito, giacché egli ricercò confini sempre più lontani, orizzonti sempre più vasti, affrontando di volta in volta spazi sempre nuovi o intricati e pericoli sempre più forti o insidiosi, sfidando infine attaccamenti e paure sempre più grandi e minacciose (4).

La spedizione macedone in Asia, voluta da Alessandro, non fu quindi guidata tanto da una pretesa di potere e di egemonia, né da una brama di ricchezze, né fu un’avventura o tanto meno una follia; piuttosto, questa si rilegò all’affermazione di una visione ben chiara, impersonale, una vocazione alla lotta, che dovette esaurirsi, con il suo compimento, in un disegno dettato dalla stessa entità greca della Τύχη, o “Fortuna” per i romani.

Tutto ciò è in accordo con le osservazioni più tarde di Polibio: “[La fortuna] è volata leggera sulla Macedonia”, o anche “un uomo che con grande benignità della Fortuna e formidabile ambizione fu mosso rapidamente per il mondo come una stella da Oriente a Occidente. (…) L’amore per la fama e la ricerca del dominio, nella speranza di superare i limiti delle spedizioni di Dioniso e di Eracle, lo spingevano a combattere contro tutti gli uomini” (5). La fortuna, come l’Asia, è femmina, e essa – sempre in riferimento alle tesi di Polibio – “ama essere seguita dalla virtus”, ovvero dalle qualità del vir, l’eroe, l’uomo superiore che con le sue azioni è capace di attirare la Fortuna. La Fortuna come una femmina: essa ama, è sedotta, dalle gesta del coraggio e dell’ambizione. Alessandro, non è azzardato affermarlo, con l’aver superato i limiti delle naturali possibilità umane, ebbe quindi da realizzare questa visione, questa “conquista”, dettata dalla Fortuna, o, se vogliamo, da una Provvidenza (6).

L’Impero di Alessandro: limiti e fallimento

L’Ellade, con l’egemonia achea e dorica, fu vicina ad un tipo di civiltà “olimpica”, guerriera e patriarcale, anche se qui le stirpi indoeuropee presto si mischiarono con le popolazioni mediterranee, che, eccetto il caso di Sparta e – importante nella nostra vicenda – della Macedonia, indebolirono lo spirito eroico delle genti achee-doriche. La Grecia si vide presto avviarsi ad un processo di involuzione spinto dalle razze del periodo precedente. Rapidamente fiorirono la decadenza delle arti, la raffinatezza del lusso, i commerci, l’individualismo e l’edonismo, insieme agli sfaldamenti della democrazia.

La Macedonia, mentre le Poleis greche si avviarono verso il loro declino “classico”, godette ancora di una purezza dovuta al suo relativo isolamento geografico rispetto al resto della Grecia. In quel periodo, perciò, i macedoni trassero beneficio del migliore retaggio delle popolazioni antiche, con tutti i precetti etici che ne conseguivano. Una volta conquistata l’intera Grecia, con Alessandro (che fu eletto al rango di ἡγεμών, “comandante”) la Macedonia si fece baluardo di quanto di retto fu prodotto sin a quel momento dalle polis sottomesse, così come la Grecia riprese una certa etica virile-guerriera (in parte contrastante con la linea di declino etico-culturale da questa intrapresa con l’età classica).

Una volta consolidata l’Ellade, si pensò all’Oriente. Davanti alla spedizione in Persia, Alessandro, e con lui la Grecia intera, ebbe l’obiettivo di esportare, nella “caotica e oscura” Asia, quanto di meglio fu e concepì la civiltà greca: un ruolo “spartano” e dominatore nei confronti degli altri popoli e una cultura austera e affatto naturalistica, con le sue nozioni di νο ς ῦ , il concetto di mondo intellegibile, il disprezzo per la condizione materialistica, i simboli solari, le espressioni per la differenza e la forma.

Forte di questo ideale “olimpico” ed eroico, si decise ad avanzare nell’Oriente, conquistandolo, secondo tale concezione (7). Come si è detto l’Asia, vista come simbolo, questa volta reale,“esterno”, fu il dominio del femminile, del barbaro, della condizione naturalistica e del diritto naturale, contrapposto nettamente alla luminosità aristocratica, poco fa descritta, della migliore civiltà ellenica.

Con la sottomissione – in soli dodici anni – dell’Egitto e del Medio Oriente fino all’Indo, la Macedonia di Alessandro iniziò un’opera ordinatrice, esportatrice del patriarcato e della civiltà acheo-dorica. Ma se il sangue greco e macedone, sotto la guida di Alessandro, fu all’altezza per sottomettere l’Asia, non fu bastevole per mantenere saldo il proprio dominio sia dal punto di vista politico che etico e culturale. Dopo la morte di Alessandro, l’Impero macedone, appena nato, si frantumò immediatamente.

Se si voglia ricercare una colpevolezza, ad Alessandro va l’essere giovane e impreparato, incantato – tanto da rimanerne travolto – davanti alla ricchezza dei due mondi contrapposti e da lui velocemente soggiogati e uniti. Alla sua autorità va però il merito, fin quando egli visse, di aver garantito la stabilità e la “salute” – salus – (8) dell’impero. Una colpevolezza va anche alla grande estensione del regno di Alessandro e alla velocità in cui fu conquistato: un regno così esteso condusse ad un superamento del “mondo regionale” in cui i greci vissero sin dalle origini.

Non esistette più l’uomo come cittadino della polis, ma l’uomo come un granello di un sistema più vasto, un suddito del “Leviatano”, pari ad altri barbari. Così il cosmopolitismo si fece strada, l’immigrazione verso le nuove colonie pure furono un fenomeno importante, dato che si mischiarono greci e barbari. Alessandro comprese che la ridotta classe aristocratica macedone non sarebbe mai stata in grado di governare in un territorio così esteso. Perciò ci si appoggiò, nel governo, a persiani, indiani e barbari locali e furono agevolati i matrimoni misti, per mantenere una maggiore pace fra le molte stirpi. Ad un certo punto, il processo di “ellenizzazione” (Ellenismo) non fu nemmeno così tanto forte da imporsi sui popoli vinti, che furono lasciati nelle loro autonomie e nei loro costumi.

Ma la ragione primaria è che l’impero di Alessandro fallì perché i greci, che avrebbero dovuto essere la casta dominatrice, per via – come è stato rilevato in precedenza – di uno sfaldamento già latente della stirpe greca, non furono all’altezza di imporsi, ma si abbandonarono al sincretismo, all’umanesimo, al cosmopolitismo e al sensualismo (9). Le forze interiori non persistettero quando sarebbe servito consolidare il regno alessandrino e il mondo ellenico, che, come un centro, avrebbe dovuto imporsi con le proprie vedute e la propria autorità sui popoli asiatici, ma finì per sua volta per essere “asiatizzato” (10). Da qui si ravvede ancora il disegno della Fortuna, della Provvidenza, decritta poc’anzi da Polibio: solo all’incorruttibilità della potestà romana fu concesso il diritto di imperare vittorioso sull’Oriente e sull’Occidente, non alla Grecia di Alessandro.

Note

(1) Tant’è – si narrava – che l’Oriente fu meta di viaggi solo per dèi come Dioniso o per eroi come Eracle. Gli uomini ordinari mai avrebbero potuto raggiungere illesi una tale distanza “mitica”.

(2) Da qui si rimanda al risaputo concetto islamico di “grande guerra santa” e di “piccola guerra santa”, il quale può semplificare la comprensione del presente discorso. La “grande guerra santa” corrisponde alla lotta interiore dell’uomo contro le sue paure e passioni. La “piccola guerra santa” corrisponde invece ad una lotta esteriore, visibile, contro un nemico materiale. Quest’ultima esisterebbe, per corrispondenza, dal momento che si fa viva la prima. Quindi, tale piccola guerra santa partirebbe non da un qualcosa di esterno, ma dal centro, dall’interno, dalla grande guerra santa “interiore” appunto.

(3) Numerosi storici confermano che Alessandro ebbe una personalità particolare e inquieta. Taluni affermano che sia colpa di un’infanzia e di una giovinezza difficili, ma noi, più che agli aspetti “psicologici”, riteniamo che in Alessandro piuttosto si fece viva la volontà di combattere, come all’esterno così all’interno, poiché questa rappresenterebbe la sua vocazione più intima. A conferma di ciò, ritornando a parlare più nello specifico del suo carattere, dietro al più evidente carisma e alle abilità militari, si nascondeva un’indole famelica di cultura, ricca e raffinata, votata al rigido controllo delle proprie passioni, a cominciare dall’ira e dagli eccessi del bere, dei quali però spesso fu vittima.

(4) L’ambizione e la volontà di procedere oltre fu arrestata solo dalle fatiche, dalle morti, delle malattie e dalla fame dell’esercito e del proprio seguito, in un composito di sofferenze che non poté più rimanere inascoltato dal suo giovane duce. Così Alessandro fece ritorno a Babilonia, laddove decise di stabilire la capitale del proprio ormai vasto regno.

(5) La Fortuna dei Romani, Plutarco, ed. Ar , 2010., pp. 47 e 63

(6) Come si è visto, Plutarco non esitò ad affermare che Alessandro fu guidato nel suo successo dall’entità della Fortuna. Così come non esitò a dire che la sua morte precoce va attribuita sempre alla Fortuna, che in quel caso avrebbe favorito Roma (ma questa non è la sede per approfondire una tale specifica digressione). Piuttosto, osservandola con un’ottica cristiana, secoli più tardi dopo Polibio, alcune elaborazioni teologiche accostarono la Fortuna con la Provvidenza, il piano di Dio che governerebbe gli imperi e i grandi uomini.

(7) O almeno questo sarebbe dovuto accadere. Lo sfaldamento, di cui si dirà, della cultura e dell’etica greca – che talvolta si rivede pure nello stesso Alessandro – avrebbe sin dall’inizio compromesso un tale spirito spartano.

(8) http://www.etimo.it/?term=salute

(9) L’incontro del mondo greco con quello orientale fu un incontro, come si è scritto, tra due concezioni antitetiche della vita. Esse si urtarono per lasciar posto, infine, al diffuso culto dionisiaco, il solo in grado di facilitare l’assimilazione tra greci e barbari, seppur, per “tributo”, si dovette vagliare una pratica religiosa del godimento afroditico e della fratellanza universale.

(10) Occorre ancora una volta ravvedere come ciò a cui viene messa più rilevanza nella cultura “accademica” corrente, ovvero l’esaltazione del sincretismo fra i popoli e la condivisione culturale, in verità sia ciò che fu per la Grecia l’evidenza di un declino latente e il primo passo verso la distruzione del regno di Alessandro.