Recensione “Fascismo, Giappone, Zen”, di J. Evola. A cura di R. Rosati, I Libri del Borghese, II ed. 2016

Recensione “Fascismo, Giappone, Zen”, di J. Evola. A cura di R. Rosati, I Libri del Borghese, II ed. 2016

Quando si parla di Julius Evola, è inevitabile sorgano sentimenti contrastanti. L’opera del Barone, infatti, è stata oggetto di veri e propri scontri ideologici, spesso distanti da quel rigore necessario che si deve adoperare quando si ricostruisce o si commenta il pensiero di un filosofo. Non a caso, al contrario di altri maestri della Tradizione, un tale autore non è stato ancora del tutto sdoganato negli ambienti dell’intellighenzia di regime, ed è difficile che i suoi studi vengano menzionati quando si affrontano argomenti che pure il Nostro ha studiato a fondo, spesso con tratti di assoluta profondità.

Nel testo (più correttamente, nei testi, trattandosi di una raccolta di articoli e saggi) che ci accingiamo a recensire e commentare in queste righe, viene sapientemente condensato il pensiero di Evola circa il Giappone, lo Zen e l’Oriente, in un periodo che va dal 1927 al 1975. Inevitabile il significato politico dell’opera del pensatore romano nello sdoganare l’Oriente e il Giappone, in un periodo storico dove l’approccio a quella parte del globo era caratterizzato da sospetto e fascino esotico, senza che vi fosse ancora, almeno nella gran parte degli studiosi, una reale attenzione scientifica.

Ad aprire il quaderno, un’interessante quanto sapiente introduzione del Curatore, Riccardo Rosati. Rosati conosce la materia trattata da Evola, e si vede. Non a caso, riconosce nel barone un orientalista, benché autodidatta e non rigidamente accademico nelle sue ricerche (Evola si approcciava ai testi attraverso la traduzione degli stessi, non conoscendo, ad esempio il Giapponese). Ma ciò che conta, è che Evola fu capace di cogliere gli aspetti essenziali della tradizione orientale, perché era dotato degli strumenti di lettura adeguati. Quegli stessi strumenti intellettuali che gli permisero, come sottolinea giustamente Rosati, di cogliere il vero senso del Buddhismo, distorto nell’Occidente secolarizzato in una dottrina nichilistica, più che in una pratica ascetica per la liberazione dal contingente, capace di aprire l’uomo a significati superiori.

Importante mettere in luce il lavoro, certamente politico oltre che culturale, che Evola svolse per sdoganare l’Oriente, considerato nell’Italia degli anni ‘20 culla del pericolo antifascista, ma al contrario da ritenersi specchio della decadenza dell’Occidente materialista. Nel primo scritto della raccolta, Oriente non è antifascismo, uscito su Critica Fascista il 1 ottobre 1927, Evola stigmatizza in un nazionalismo culturale la chiusura verso l’orizzonte dei valori espressi dai popoli orientali, invitando i suoi contemporanei a tralasciare gli scritti di orientalisti di facciata e a studiare i testi sapienziali orientali, con spirito imperiale, capace di misurare i popoli con i valori da essi espressi e non con il metro del pregiudizio campanilistico.

E studiare è proprio quello che ha fatto Evola. I testi sullo zen, la delucidazione dei caratteri fondamentali del Buddhismo tradizionale, le analisi sulla essenziale compenetrazione tra Spirito e Politica che caratterizza il Giappone, dove l’Imperatore è il Centro divinamente eletto cui ogni devoto è spiritualmente diretto, sono frutto di una ricerca e di una meditazione non condizionata dalle mode del momento, ma da una volontà ferrea innanzitutto di capire.

A chiusura del volume, troviamo in Appendice due importanti testi di Benito Mussolini, che meritano di essere letti solo per la lucidità con la quale il Duce del Fascismo ebbe a delineare il potenziale di sviluppo della civiltà orientale. Mussolini seppe cogliere un aspetto fondamentale del Giappone (almeno fino alla tragedia delle bombe atomiche e alla conseguente americanizzazione forzata), ossia l’innata capacità di saper assorbire dai popoli con cui è venuta in contatto e restituire in forma migliorata praticamente qualsiasi cosa, mantenendo salda la propria millenaria tradizione. Altra intuizione felice – e qui sicuramente l’influsso del pensiero evoliano ha aiutato – Mussolini aveva intuito la necessità per l’Occidente di aprire un dialogo con l’Oriente giallo, capendo che l’enorme forza spirituale accumulatasi nei secoli, applicata alla tecnica, sarebbe esplosa con tutto il vigore capace di travolgere l’Occidente stesso.

Un quaderno, dunque, ancora attuale e importantissimo, non solo per chi si accinga o voglia approfondire lo studio dell’Oriente attraverso le lenti profonde di Julius Evola, ma anche per chi voglia capire a fondo, da un punto di vista politico, lo spirito che anima la metà del mondo attualmente sempre più in ascesa e che, come diceva lo stesso Mussolini, essendo il globo “divenuto tascabile”, è ormai già dentro casa nostra.