Politica e interessi economici. Il prezzo (esoso) della democrazia

Politica e interessi economici. Il prezzo (esoso) della democrazia

Democrazia rappresentativa: questo è il termine usato per definire l’attuale forma di governo, presente nella stragrande maggioranza dei Paesi “sviluppati”. Essa, in sintesi, consiste nell’elezione, da parte degli aventi diritto di voto, di rappresentanti a cui gli elettori stessi delegano la legislazione dello Stato, mediante la formula del voto libero e segreto. Gli elettori possono eleggere l’assemblea legislativa (nel caso del sistema parlamentare, come quello italiano) oppure direttamente il capo dello Stato e/o di governo (in caso di sistema presidenziale o semi-presidenziale).

Tale metodo, limitandosi al caso di Stato parlamentare, garantisce che la totalità, o quasi, della popolazione sia rappresentata nell’assemblea legislativa, ogni parte in proporzione al numero dei votanti: attualmente, il numero dei delegati per ogni fazione popolare votante è rappresentato dai partiti, che eleggono membri dell’assemblea in relazione ai voti conseguiti da ciascuno. Visto in questi termini, il sistema democratico-rappresentativo può sembrare, almeno sulla carta, come il migliore possibile, in quanto si auspica che i cittadini, mediante i loro rappresentanti, gestiscano, anche se indirettamente, l’amministrazione della cosa pubblica partecipandone attivamente.

Come spesso accade, ciò che è scritto sulla carta è distante anni luce dalla realtà. Come sappiamo, i partiti, ossia il legame tra popolo e legislazione, si mostrano vicini ai cittadini solo prima delle tornate elettorali, per poi realizzare – quando va bene – solo una minima frazione delle promesse fatte agli elettori. Questo perché, come la cronaca insegna, i partiti che debbono fedeltà al popolo si occupano in primis di mantenere le promesse fatte ai finanziatori degli stessi, dalla piccola impresa edile, alle multinazionali e alle banche. La politica si trasforma, quindi, in uno scambio di favori tra eletti e “amici”, che minacciano di interrompere i finanziamenti nel caso le promesse non siano mantenute.

A titolo di esempio, è possibile notare come i vari governi statunitensi promettano continuamente norme restrittive sulla detenzione di armi o l’adozione di un servizio sanitario equo (come quello italiano), ma una volta che il Presidente si insedia alla Casa Bianca, tali obiettivi siano accantonati per non scontrarsi con i vari finanziatori delle costose campagne elettorali. E tale circolo vizioso è ovviamente imitato anche nel Vecchio Continente, tra gli scroscianti applausi dei popoli ancora illusi di essere i veri detentori del potere. E se aggiungiamo che spesso politici e finanziatori fanno parte dei medesimi circoli (con squadra e compasso come simboli) abbiamo il quadro completo della situazione.

Tutto questo serve per mostrare che la corruzione non è solo il fenomeno, illegale, che riguarda l’assessore o il deputato che prende la tangente, ma è qualcosa di molto più complesso, che, quasi sempre, agisce ampiamente entro i limiti della legge. A nulla valgono le scuse, a nulla vale incolpare i governi passati (seppur colpevoli in egual misura), le opposizioni, l’ignoranza del popolino medio. È solo questione di volontà, è solo questione di fare politica per passione o per denaro. Sarebbe interessante dare a tutti i partiti lo stesso contributo monetario per le campagne elettorali e la gestione delle spese varie, per notare se la situazione rimanga quella attuale o se possa esserci una svolta.