La riscoperta della Terra. Segnali importanti dai paesi alpini

La riscoperta della Terra. Segnali importanti dai paesi alpini

Negli ultimi anni, soprattutto per opporre una reazione rispetto alla nota crisi economica che ha colpito – e colpisce – il nostro Paese, da più parti si è invocato, spesso retoricamente, un “ritorno alla terra” secondo variegate accezioni.

Alcune conseguenze di questo auspicio hanno riguardato la parte più superficiale della questione: una semplice – astratta – rievocazione di una vita improntata ai ritmi dell’agricoltura e tesa alla negazione del consumo quale fine ultimo della produzione. Parole certamente condivisibili, che però – di per sé – non hanno fatto muovere neppure un passo verso la riscoperta della natura quale compagna di esistenza.

Fortunatamente vi è, però, chi si è spinto oltre, facendo seguire fatti concreti alle parole e operando una profonda trasformazione nel paesaggio e nell’economia rurale, invertendo una tendenza negativa alla quale il nostro Paese – e soprattutto le valli alpine – erano ormai abituati da decenni.

Il riferimento è, in particolare, ai molti giovani che, anche a costo di scelte difficili e non scontate, hanno deciso di avviare attività agricole attente all’identità e alla cultura delle comunità in cui le stesse sono calate. In un solo colpo d’occhio, si può osservare una riscoperta sia di antichi metodi e varietà di coltura, sia di tradizioni secolari che rischiavano concretamente di scomparire.

È così, quindi, che sono fiorite – è proprio il caso di dirlo – imprese agricole volenterose e sane, che hanno compiuto, discrete e lontane dalla luce dei riflettori, vere e proprie rivoluzioni ad alta quota.

Questa “rivoluzione” (o, meglio, controrivoluzione) verde si è spinta molto in avanti, verso traguardi davvero ambiziosi: la ricerca di varietà vegetali ormai scomparse, tramandate soltanto da poche sparse famiglie; la riapertura di campi in alta quota (anche oltre i 2000 metri d’altezza); la cura per la divulgazione di un sapere specialistico e raffinato, difficile persino da immaginare; la condivisione dei risultati raggiunti con le proprie comunità di riferimento; l’associazione fra la riscoperta dell’agricoltura come stile di vita e la valorizzazione di tradizioni e miti che risalgono ad un’antichità remota.

Fra gli esempi virtuosi, possiamo senza dubbio citare – come realtà di avanguardia – la Valle d’Aosta, che ha visto nascere innumerevoli realtà del tipo di quelle sopra descritte.
Una menzione particolare – ma non esclusiva – va alle comunità Walser che risiedono alle pendici del Monte Rosa: questi antichi coloni germanici, ancora oggi fieri delle proprie radici e tradizioni, hanno saputo sapientemente arginare il turismo incontrollato e volgare dei grandi comprensori turistici, preferendo invece valorizzare il lavoro dei propri giovani anche in settori non strettamente turistici: agricoltura, commercio al dettaglio, e così via.

E così, ancora nel 2016 – per fortuna – passeggiando per Gressoney Saint-Jean è possibile imbattersi in orti che sembrano giardini, curati da giovani che, quasi miracolosamente, sono riusciti a salvare luoghi e ricordi di inestimabile valore.

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, e anzi dovrebbero. La speranza è che questo fenomeno non rappresenti una tendenza del momento, facilmente assaltabile dalla frenesia del progresso, dall’utopia del guadagno facile o dell’e-commerce. Ma come i fuochi di San Giovanni del nostro passato, nelle sere d’estate, qusate nuove volontà possano propagarsi su ogni linea di vetta, rafforzando il fronte della Tradizione.