11 settembre, quindici anni dopo. L’ombra delle Torri sulla politica americana

11 settembre, quindici anni dopo. L’ombra delle Torri sulla politica americana

Quindici anni fa, oggi, il mondo conosceva la tragedia degli attentati al World Trade Center. Il pensiero, anzitutto e doverosamente, va alle migliaia di vittime innocenti di tali attacchi, che – a prescindere da qualsiasi colorazione politica – rappresentano un infame atto di viltà, indegno di qualsiasi causa.

Il ricordo, inoltre, va agli atti di eroismo e di sacrificio compiuti dai soccorritori in quelle ore tragiche, atti che molte vite hanno salvato e molte altre hanno perduto.

A un decennio e mezzo di distanza, lo schianto di quel giorno marchia ancora in ogni sua mossa la politica americana, con particolare riferimento al suo approccio nei rapporti di forza a livello globale. Una politica incerta, fatta per lo più di insuccessi, ripensamenti, proclami non rispettati e molta, molta insicurezza verso il futuro.

Più di ogni altro dato, colpisce come il sistema politico americano – tradizionalmente un bipolarismo perfetto fra lobby e forze politiche bilanciate – non sia stato in grado di affrontare, con risolutezza e unità di azione, le conseguenze della sua stessa strategia diplomatica e militare. Gli Stati Uniti, oggi, sono un gigante affetto da un cronico squilibrio, una creatura ondivaga, che non sa più affermare il proprio ruolo di potenza leader a livello globale.

Molto si è detto sulle cause e sui mandanti degli attentati dell’11 settembre 2001; sul tema, la parola “fine” non è stata scritta e, probabilmente, non lo sarà ancora per molto tempo. Tuttavia, va senz’altro riconosciuta – a prescindere dalla trattazione del tema di come si siano effettivamente svolte le cose quel giorno – una enorme responsabilità in capo ai medesimi Stati Uniti.

E infatti, tutti i principali soggetti accusati di essere i promotori degli attentati hanno avuto, in un passato più o meno recente, stretti rapporti con la loro stessa “vittima”. E ciò, come noto, a cominciare da Al Qaeda. Gli Stati Uniti, prima di ogni altra cosa, sono stati colpiti dalla loro stessa arroganza, dalla loro strategia – vincente sul breve, ma deleteria sul lungo periodo – di fomentare in scenari lontani lo scontro fra ideologie, comunità, confessioni religiose, in particolar modo nello scenario medio-orientale.

E ciò che negli anni Ottanta, pur con tutti i suoi mali, rappresentava quanto meno un argine all’avanzata sovietica in Europa (per quanto costoso, in termini di sovranità del Vecchio continente), dieci o vent’anni dopo è diventata la culla di serpi pronte a mordere la mano che le nutriva. Una politica estera miope e boriosa, in seguito, ha fatto il resto.

Proprio l’11 settembre 2001 rappresenta un bivio storico nella politica estera USA: al di là di chi abbia effettivamente ordito l’attacco, il suo esito – dichiarato anche espressamente dall’amministrazione in carica all’epoca – è stato quello di riscuotere dal proprio torpore l’Aquila americana, per farle assumere un ruolo nuovamente attivo sullo scacchiere mondiale. Animosità alimentate, vi è motivo di crederlo, dalle frange più rampanti dell’industria americana e dai Falchi del patriottismo a stelle e strisce.

Nascono così le esperienze – ex post, diremmo le irrazionali avventure – afghane, iraqene e siriane, per citare solo alcuni esempi. Campagne, queste, caratterizzate da strategie incomplete e grossolane, improntate ad un ottuso (e superato) giustizialismo, che non ha mai saputo confrontarsi fino in fondo con strategie di guerra non convenzionale.

Nel cuore più profondo degli USA, a molti anni di distanza, permane ancora un senso invincibile di frustrazione: il Nemico, se di un solo nemico si può parlare, è sfuggente e liquido, e irride gli sforzi del pesante apparato statunitense con ritorni e scarti improvvisi.

Quindici anni dopo l’11 settembre, gli USA hanno perso migliaia di soldati e non hanno vinto da nessuna parte, hanno destabilizzato paesi e non hanno reso il mondo affatto più sicuro, ma più caotico, violento, instabile e frastagliato, con azioni scellerate e ambiguità colossali su cui la parola fine ancora non è stata scritta.

Nell’anniversario di un giorno tragico, che ha cambiato per sempre i destini degli USA e del mondo intero, si possono anche ignorare le accuse ai servizi segreti americani di aver pianificato o, quanto meno, tollerato ciò che stava accadendo. Ma non si può assolutamente ignorare che, oltre un decennio dopo, in Siria gli USA siano stati per diversi anni alleati della filiale siriana del movimento che dell’attentato al World Trade Center è stato dichiarato autore. Sarebbero per prime le vittime di quei grattacieli, a meritare scelte internazionali diverse che, evidentemente, un cambio di amministrazione – quello presentato come rivoluzionario, con l’arrivo di Barack Obama – non ha saputo garantire.