“Errani” è umano…rinominare è diabolico

“Errani” è umano…rinominare è diabolico

È ormai ufficiale: Vasco Errani, esponente di spicco dell’ala “bersaniana” del Partito Democratico, nonché ex presidente della regione Emilia-Romagna, sarà il Commissario straordinario per la ricostruzione delle aree colpite dal terremoto del Centro Italia dello scorso 24 agosto. La nomina è stata fortemente voluta dal Presidente del Consiglio, Matteo Renzi,  il quale, sin dalle prime ore successive al sisma, aveva indicato il nome dell’ex governatore della regione Emilia Romagna per la gestione del post terremoto.

Una designazione, quella di Errani, che ha, però, il sapore dell’ennesima trovata politica di Matteo Renzi, che, ormai da mesi, deve fare i conti con un inesorabile calo di consensi elettorali e con dissensi e “mal di pancia” provenienti dalle fronde interne al PD, in larga parte con la fazione “bersaniana” del partito. Non occorrono politologi o analisti per comprendere che l’investitura di un uomo vicino a Bersani produrrà l’enorme vantaggio di ammorbidire l’ampia corrente dissidente presente in seno al  Partito Democratico, in vista dell’imminente tornata referendaria che, con ogni probabilità, deciderà le sorti dell’attuale esecutivo. Ma andiamo per gradi.

Errani è stato scelto, almeno ufficialmente, per le sue capacità dimostrate nella gestione dell’emergenza emiliana. Dove, però, non tutto è andato come ci viene presentato. Sono tante le ombre che circondano questa vicenda, il più delle volte sottaciute sia dal governo centrale che da quello regionale.

In occasione dal sisma che il 20 e 29 maggio 2012 colpì la provincia di Modena, l’ex Governatore promise che, entro la fine del 2015, gli sfollati sistemati nei container avrebbero avuto una casa. Si pensò ad un miracolo: la gestione dei passati terremoti, nel Belpaese, è stata, in molti casi, oscena ed oltraggiosa, oltre che lesiva per la dignità dei cittadini. La possibilità di rientrare in un’abitazione in “soli” tre anni, aveva riacceso un barlume di speranza negli occhi di chi, col terremoto, aveva perso tutto.

Ad oggi, però, la realtà emiliana racconta una storia molto diversa.

Partiamo dai dati. I numeri forniti dalla Regione Emilia Romagna, in occasione del quarto anniversario del sisma, descrivono un quadro impietoso: quasi 10mila persone, pari a 3mila famiglie, sono ancora fuori dalle loro abitazioni. Ad oggi, di queste 3mila famiglie, circa 340 vivono nei cosiddetti MAP, moduli abitativi provvisori, che di provvisorio sembrano avere poco o nulla.

Ancor più critica è la situazione delle infrastrutture pubbliche, in particolar modo nei centri storici di cittadine come Mirandola, San Felice sul Panaro, Finale Emilia, in cui le numerose opere di pregio artistico e architettonico sono, in molti casi, ancora inagibili, puntellate o semplicemente semidistrutte.

Poi ci sono casi grotteschi, come quello relativo alla ricostruzione della scuola media Frassoni di Finale Emilia, costata 5 milioni di euro, che, secondo un’indagine della Procura di Modena, sarebbe stata edificata utilizzando materiale inadeguato (cemento cosiddetto “depotenziato”) per diminuirne i costi di realizzazione. Stando alle relazioni stilate da inquirenti e magistrati che hanno condotto l’inchiesta, la struttura della scuola media non sarebbe sicura.

Ma non siamo al cospetto dell’unico lato oscuro che, nel corso degli anni, si è celato dietro la ricostruzione in Emilia. Anzi, quella della scuola Frassoni è solo l’ultima di una lunga serie di stranezze e anomalie. Fin troppo spesso, in Italia, le tragedie vanno a braccetto col malaffare. E così come accadde all’Aquila, anche il terremoto emiliano è stato accolto dalle risate di chi pensava di trasformare la catastrofe in un’opportunità per fare business. L’ Espresso documentò, tre anni fa, l’intromissione della ‘ndrangheta nel delicato processo di smaltimento di macerie e amianto annidato tra i cumuli di detriti. Numerosi sono stati i subappalti finiti nelle mani di ditte legate alle cosche, in particolare il clan dei Grande Aracri di Cutro, le cui infiltrazioni nella ricostruzione in Emilia sono venute alla luce nel corso di un’operazione dei carabinieri ribattezzata Aemilia e terminata a gennaio con oltre 200 indagati e  117 richieste di custodia cautelare, tra le quali figurava il nome di Augusto Bianchini (nome chiave della ricostruzione emiliana), imprenditore di San Felice e titolare dell’omonima azienda sottoposta a misura interdittiva antimafia dalla Prefettura di Modena, con conseguente esclusione dalla “White List” delle società che possono operare nell’ambito dei cantieri post-sisma in Emilia-Romagna. Bianchini è  finito in manette per concorso esterno in associazione mafiosa per la sua stretta collaborazione con Michele Bolognino, ritenuto capozona della cosca Grande Aracri per l’Emilia.

Tante, troppe le stranezze, le mistificazioni, le ambiguità che hanno caratterizzato la fase post-sisma emiliana guidata dall’allora commissario straordinario Vasco Errani.

Degno di nota, infine, è il tragicomico caso della società Dueaenne  di Bruna Braga, moglie di Augusto Bianchini (proprio lui!), che ha continuato ad operare nelle zone interessate dal sisma, nonostante il sopracitato blocco disposto dal Tribunale e dalla Prefettura. È stato sufficiente modificare il nome della società!

In Emilia, dunque, la ricostruzione è stata contaminata da negligenze e malaffare. Delle “mirabolanti” gesta di Errani, narrate, in pompa magna, dalle parti di palazzo Chigi, non rimane altro che un desolante eco, ormai troppo flebile per ammaliare le coscienze di chi, nel terremoto, ha perduto ogni cosa, ma non la capacità di riflettere .

Non abbiamo la presunzione di proporre in poche righe soluzioni concrete, ma non possiamo tollerare che una simile tragedia venga condizionata da squallidi diktat politici. Ad oggi, la sola cosa di cui si ha estrema necessità è l’individuazione di una figura che sia al di fuori del sistema dei partiti e che non abbia nulla a che fare con i vari giochi di potere che, ormai da troppo tempo, caratterizzano la scena istituzionale nostrana. Una persona scelta per competenze, non per appartenenza politica.

Ma tutto questo, in Italia, appare come mera utopia.

(Foto Corriere di Bologna)