Il capitalismo è roba da compagni

Il capitalismo è roba da compagni

Sinistra radicale e Capitale sono sempre stati in costante relazione tra loro. Un tempo, il rapporto era più rarefatto, occultato ad arte dalla strumentalizzazione della mobilitazione imponente di quella che una volta era chiamata “classe operaia”.

Oggi, però, venendo meno quel collante politico di classe (per restare su una terminologia vintage), anche a causa del progressivo indebolimento del potere sindacale, emerge sempre più chiara l’adesione della sinistra radicale all’agenda del capitalismo della nuova economia dei potentati globalizzati.

Ridimensionate, infatti, per diverse ragioni, le proteste popolari legate alle istanze dei diritti dei lavoratori, tra le fila dei “compagni” è stata avviata una sostituzione di parole d’ordine tale da far emergere gli occulti (un tempo) rapporti tra coloro che si definivano in passato comunisti e i programmatori di un nuovo ordine economico-sociale massificato sul piano del mero consumo.

E così, in modo del tutto parallelo, se l’imperativo del terzo millennio è “consumare tutti, consumare di più”, ecco che la sinistra autonomista comincia a parlare di migranti – termine politicamente corretto per indicare gli stranieri – matrimoni omosessuali, liberalizzazione delle droghe cosiddette leggere, e via elencando. Va detto che questi temi erano già presenti – in misura più o meno accennata, a seconda dei casi e dei contesti della variegata “geopolitica” nazionale – ma è innegabile che abbiano conosciuto un progressivo sviluppo a partire dagli anni 80, e cioè all’inizio della parabola discendente delle lotte operaie e della conseguente frattura tra le “avanguardie” della sinistra e il sindacalismo democratico (con il quale i rapporti non erano comunque idilliaci, vedi il caso della famosa cacciata di Lama, in pieno 1977) e in generale con tutto quel mondo di lavoratori che cominciava a percepire un certo benessere generalizzato ed edonista, tipico della cosiddetta “Milano da bere”: l’altro lato della medaglia rispetto alle stesse avanguardie rosse.

Oggi, dunque, assistiamo a rivendicazioni di tipo diverso. Sono recenti gli scontri tra estrema sinistra e forze dell’ordine a Ventimiglia. Giorni fa alcuni “No Borders”, etichetta che ben sintetizza il senso del cambiamento sopra riportato, hanno fatto irruzione nell’aeroporto di Malpensa per tentare di bloccare un volo, in realtà in partenza da Torino, con a bordo alcuni clandestini da rimpatriare in Sudan.

È evidente che questo forte impegno in una lotta che ha come slogan “No borders, no nations, stop deportation” è funzionale alle esigenze di un mercato che trova il proprio fine ultimo nell’abbattimento di ogni frontiera, non solo doganale, e di ogni differenza socio-culturale, vista come limite di mercato, e quindi come mancato profitto, in favore del consumo totalmente globalizzato e massificato.

L’utente-consumatore integrale deve avere anche una integrale libertà di movimento (le migrazioni, il meticciato programmato) che gli permetta di consumare nel posto Y ciò che consuma nel luogo X.

Lo stesso dicasi per quel progetto, non meno subdolo, finalizzato alla creazione dei “matrimoni” gay, dei quali le unioni civili sono solo il grimaldello politico, un primo prudente passo verso la sua adozione e accettazione a livello sociale. Creare più famiglie dotate della medesima autorità istituzionale è la tecnica che chi di dovere utilizza per abituare i futuri consumatori integrali al fatto che tutto è possibile a livello economico, perché tutto – o quasi – lo è a livello di riconoscimento legale e giuridico. La stessa ideologia gender, che in molti tentano di ridimensionare o addirittura negare, è quella che sta dietro al progetto di ristrutturazione familiare: se ciascuno, fin da bambino, può essere tutto e diverse cose nel corso del tempo, allora non c’è ragione di impedire un consumo generalizzato, anche e soprattutto di prodotti specificamente (ri)pensati come unisex, in vista delle nuove “libertà”.

E la sinistra radicale, supportata in varia misura da quella moderata, si adegua, invocando i diritti civili, nuove libertà di movimento, in nome di una bislacca abolizione del concetto di nazione, che è il paravento fornito per l’occasione. Un tempo, Marx invocava l’unione di tutti i lavoratori. Chissà se sarebbe contento di sapere che i suoi lontanissimi eredi predicano l’unione con i migranti, mentre accettano il Jobs Act.