Draghi d’Europa

Draghi d’Europa

Pochi giorni sono trascorsi dal discorso di Mario Draghi a Trento durante il ritiro del premio De Gasperi, assegnato ai “costruttori d’Europa”.

Discorso di peso, sebbene passato quasi completamente inosservato agli occhi del grande pubblico. Di peso perché Draghi, contrariamente al proprio mandato di banchiere centrale, non si è limitato a toccare quei temi che gli potrebbero spettare di competenza – politica monetaria, inflazione, etc… – ma si è anzi diffuso in considerazioni politiche a tutto campo sulla struttura e l’avvenire dell’Europa.

Apprendiamo quindi che, probabilmente, in Europa è in corso una nuova fase, in cui le banche e i banchieri centrali non si limitano più a dirsi indipendenti – leggi anche irresponsabili – visto che ormai l’indipendenza dalla politica di questi organismi è considerata un fatto assodato. Forse da Trento, sommessamente, Draghi suggerisce qualcos’altro, cioè che, se la politica non può mettere becco negli affari delle banche centrali, l’inverso è tuttavia possibile.

Invece di spiegare le ragioni per cui la sua BCE sia ben lontana dal raggiungere i propri obiettivi di politica monetaria – in primo luogo, un’inflazione stabile al 2% – vista la stagnazione dei salari e la conseguente tendenza deflazionistica; invece di nominare l’euro come potenziale fattore di crisi, mentre proprio in questi giorni il premio Nobel Joseph Stiglitz pubblica un nuovo libro in cui l’euro è considerato sacrificabile rispetto al bene dell’Europa; invece di fare un raffronto con la FED statunitense, che quantomeno nel proprio statuto, oltre alla stabilità monetaria, contempla come fine ultimo del proprio operato la crescita economica; invece di fare, insomma, ciò che dovrebbe essere di sua competenza, il bravo Draghi è salito sulla cattedra della buona creanza politica.

Con la flemma e la calma che lo contraddistinguono, Draghi, pur nominando i vari momenti di criticità che in questo momento affronta il processo di globalizzazione a livello mondiale, ha difeso a spada tratta il modello di società liquida, piatta e senza frontiere, di cui la UE e altri organismi sovranazionali sono alfieri e banditori. Ha spiegato, quindi, che il libero mercato, l’assenza di confini e frontiere, l’esproprio delle autorità nazionali delle proprie prerogative da parte di autorità sovranazionali, che sembrano stimate essere intrinsecamente e inevitabilmente più efficienti, o semplicemente, con una sfumatura morale, “migliori” proprio perché sovranazionali, sono tutte condizioni irrinunciabili per uno sviluppo vero e continuo.

A cosa poi questo sviluppo corrisponda, Draghi stesso lo riconosce candidamente nell’aumento del PIL e nella diffusione della democrazia liberale.

Democrazia liberale di cui il libero mercato, globale e apolide, viene definito elemento costitutivo e imprescindibile, arrivando ad una circolarità inestricabile: è, infatti, allora il mercato un mezzo o un fine in se stesso? Ampliare il libero mercato è un mezzo per raggiungere benessere, o è, invece, un fine a sé stante a cui dovrebbero puntare le democrazie-liberali per autoperpetuarsi?

Dalle parole del governatore sembrano trasparire entrambi gli aspetti, una confusione frutto di un universo mentale in cui la politica si confonde con la politica economica, il PIL col concetto di progresso, il termine di nazione con quello di “mercato locale”. Un universo mentale per il quale non esistono centri d’attenzione e d’interesse, se non quelli per tutto quanto possa essere riconducibile ad un interesse materialmente esprimibile.

In questo universo mentale, si muovono i premiati “costruttori dell’Europa”,come se l’Europa, da millenni cuore della civiltà, abbisogni di una manciata di ragionieri per potersi edificare.

Procedendo nelle proprie argomentazioni, il governatore (e governatore di cosa, verrebbe da chiedersi: di una banca o di un continente?) ha anche prospettato e rilanciato l’azione europea su alcuni punti molto sentiti dalle parti di Bruxelles, Strasburgo e Francoforte, ossia immigrazione, sicurezza e difesa.

Seguendo la banale stilizzazione delle nazioni europee deboli se sole e forti se unite, il governatore in pectore delle forze armate europee ha perorato la causa del progetto di un esercito comune europeo e di una politica comune europea di gestione dei confini esterni dell’Unione.

Traducendo: la fine della sovranità nazionale, essendo, dal solco di Romolo sul Palatino, la sovranità la capacità di porre in essere un confine e l’autorità di costituire una forza armata.

Il tutto, ovviamente, al comando di organismi sovranazionali sempre più “integrati”, stigmatizzando, con citazioni degasperiane, l’approccio intergovernativo di gestione delle questioni europee.

Non quindi un’Europa costruita dal libero gioco e dal libero accordo delle sue varie capitali, che in rappresentanza dei propri popoli si accordino di volta in volta liberamente su politiche comuni e di collaborazione, quanto un’Europa diretta dall’alto, che moltiplichi al cubo gli attuali poteri della Commissione, del Parlamento Europeo e degli altri organismi comunitari, capaci di imporre su tutto il continente il proprio avviso, con volontà unica e uniforme rispetto alle voci e le esigenze delle singole comunità nazionali.

Inutile dire che, se un progetto confederale dell’Europa -per non dire imperiale, visto che con i tempi che corrono si cadrebbe nell’anacronismo – non ci trova ciecamente contrari viste le occasioni di cooperazione che potrebbe arrecare, il progetto di Draghi, che è un progetto di annichilimento delle nazioni, di epocazione delle sovranità, di riduzione della politica a strumento del mercato, di materialismo imperante, non può che trovare un deciso rifiuto da parte nostra.

P.S. Oltre a Draghi, al convegno trentino-degasperiano si trovava anche l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che si è premunito di parlare di economia ben di più del governatore, il tutto a rimarcare un interessante scambio di ruoli. Notevole, poi, che, sotto il nome del padre del democristianismo, si ritrovino un ex-PCI e un ex-Goldman Sachs. I miracoli del libero mercato…