Il Concilio Vaticano II e la Sacra Liturgia

Il Concilio Vaticano II e la Sacra Liturgia

Più di cinquant’anni orsono si chiudeva a Roma il Concilio Vaticano II. Già nella mente di Pio XII, fu poi indetto da Giovanni XXIII a soli tre mesi dalla sua elezione. L’evento fu piuttosto inaspettato, finendo per identificarsi con la speranza che una stagione di grandi cambiamenti, che lo stesso Pontefice non esitò a definire di nuova pentecoste, potesse farsi largo anche nella Chiesa.

Il Vaticano II, apertosi nel 1962, fu un concilio pastorale, dettato dalle esigenze di aggiornare il cammino della Chiesa nel mondo, con l’intenzione di ribadire, con forme più aderenti ai tempi, l’insegnamento delle Sacre Scritture, la Tradizione della Chiesa ed il suo Magistero.

Sebbene non di natura dogmatica, il Concilio fu seguito con attenzione non solo dai cattolici, ma anche dai cristiani “separati”, dai non credenti e da tutti i maggiorenti delle altre religioni.

La sua propensione ecumenica fu segnata dalla partecipazione di 3.000 tra cardinali, vescovi e patriarchi. Interessante sapere che tra loro vi fu anche il futuro Pontefice Karol Wojtyla, allora Arcivescovo di Cracovia.

Dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale, Roma tornava dunque ad occupare il posto  principale sul proscenio del mondo.

Molti furono i temi trattati: si andò dall’unità dei cristiani fino alla definizione dei rapporti con la contemporaneità e le questioni interne alla Chiesa.

Con l’elezione di Paolo VI, il 21 giugno 1963, il Concilio si confermò lo strumento per attuare una riforma nella Chiesa, intesa come rinnovata fedeltà a Cristo ed insieme omaggio alla genuina Tradizione.

Nulla di scismatico, eretico o temerario, dunque, si collocò sotto traccia nelle intenzioni di chi lo volle.

Anzi, a tal proposito, Giovanni XXIII, motivando l’indizione del Concilio, così si esprimeva:

Il concilio vuole trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti.

In questi termini, il Concilio sarebbe stato il viatico per una rinnovata missione della Chiesa nel mondo, secondo una pastoralità coerente alla dottrina, così come ribadito da Paolo VI interpretando il pensiero del suo predecessore:

<<alla parola programmatica “aggiornamento” non voleva attribuire il significato che qualcuno tenta di darle, quasi essa consenta di relativizzare secondo lo spirito del mondo ogni cosa nella Chiesa: dogmi, leggi, strutture, tradizioni, mentre fu così vivo e fermo in lui il senso della stabilità dottrinale e strutturale della Chiesa da farne cardine del suo pensiero e della sua opera».

I documenti conciliari oggetto di studio furono tantissimi, e riguardarono diverse tematiche: Divina Rivelazione, Liturgia, Chiesa, Sacerdoti, Religiosi e Laici.

A distanza ormai di decenni, anche se l’impresa non appare semplice, in molti si fa largo la comprensibile tentazione di tracciarne un primo bilancio.

In realtà, stando a quanto osservato dal card. Ratzinger, per favorire una maggiore comprensione del fenomeno, occorre suddividere il periodo del post-concilio in tre fasi:

ci sarebbe stata così una prima fase di euforia, durata fin verso il 1968, seguita da un periodo di disillusione (1970 – 1980),  e infine gli anni ‘80, che rappresenterebbero un momento di sintesi e di equilibrio.

Attenendoci con particolare scrupolosità al tema della Sacra Liturgia, vale la pena ribadire che ci furono degli antefatti apparentemente insospettabili, poi utilizzati per modificare la liturgia della Messa di sempre.

Ribadita l’ecclesiologia centralizzante della Chiesa, secondo lo sforzo di rinnovamento abbracciato sin dall’inizio dai Padri Conciliari, nell’intento di valorizzare la cultura del luogo si passò a favorire l’emergere dell’esperienza della diversità delle chiese locali.

In verità, questo protagonismo si era avvertito già prima del Concilio, attraverso la vivacità delle giovani chiese che, in materia di Liturgia e sull’introduzione della lingua volgare in luogo del latino, per tutta la fase preparatoria della riforma liturgica ricevettero il sostegno della Commissione per le missioni con la seguente motivazione:

Dalla Sacra Scrittura apprendiamo che tutte le lingue sono ordinate alla lode di Cristo: questa lode si realizza al massimo grado della liturgia; in tale ambito, l’uso di una lingua di culto comprensibile a tutti i fedeli radunati è legge enunciata dall’Apostolo. La diversità di costumi e di riti, sempre esistita nella Chiesa, ha mostrato in modo straordinario la ricchezza dell’unità della Chiesa.

Malgrado la commissione centrale, nel marzo del 1962, avesse adottato la riforma sulla Liturgia nel senso auspicato dalla Commissione per le missioni, la stragrande maggioranza dei Padri conciliari, capeggiata dal card. Ruffini, restò favorevole all’uso del latino, ritenendolo linguaggio tradizionale della Chiesa e, al tempo stesso, strumento più che mai attuale per garantire l’unità dei cattolici.

Al riguardo, appare opportuno richiamare quanto stabilito nel Concilio di Trento:

“se qualcuno dicesse che dev’essere condannato il rito della Chiesa Romana, nel quale parte del Canone e le parole della Consacrazione sono pronunciate a bassa voce, e qualora dicesse che la Messa deve essere celebrata soltanto in lingua volgare… sia scomunicato.”

A questi timori, tuttavia, rimediavano diversi articoli della Costituzione sulla Liturgia. L’articolo 36, per esempio, assicurava la salvaguardia della lingua latina, mentre l’articolo 54 garantiva tutti i fedeli che avessero voluto cantare o dire in latino le parti della Messa che li riguardavano. L’articolo 116 tutelava invece il canto gregoriano, escludendo tassativamente, così come ribadito all’art 23, ogni innovazione che non venisse stabilita per il bene della Chiesa.

Eppure, i cambiamenti non si fecero attendere, a cominciare da tutte quelle nuove applicazioni pastorali del postconcilio, che in tema di liturgia andarono a colpire l’usus antiquior del Rito.

Sembrerebbe allora piuttosto naturale, posta la contrarietà dei Padri Conciliari, chiedersi come mai furono possibili rimaneggiamenti alla Messa Tridentina. A fortiori, va tuttavia chiarito che molte innovazioni furono introdotte nelle commissioni dominate dagli esperti consiglieri, più noti come periti, giunti a Roma al seguito dei Padri Conciliari con il compito di interpretare ed applicare quanto stabilito dai documenti conciliari.

Questa situazione aveva preoccupato non pochi eminenti presuli, i quali denunciarono il pericolo di una interpretazione equivoca dei documenti conciliari. Uno di questi era il card. Heenan:

“Il soggetto più discusso fu la riforma liturgica. Sarebbe più corretto dire che i Vescovi avevano l’impressione che la Liturgia fosse stata completamente messa in discussione; è chiaro che era stata loro data l’opportunità di discutere soltanto i principi generali.”

Per procedere alla riforma liturgica così come stabilito entro il perimetro tracciato dalla Costituzione Sacrosantum Concilium, Paolo VI istituì il Consilium ad Exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia.

Il Consilium, presieduto da mons Bugnini, arrivò ad elaborare il nuovo Ordo Missae, promulgato da Paolo VI già nel 1969.

Lo stesso Arcivescovo Annibale Bugnini così presentava la riforma da lui stesso curata:

“La riforma liturgica è una delle principali conquiste della Chiesa Cattolica, e ha la sua importanza ecumenica.”

Ora, considerando il principio cardine su cui si fonda la liturgia: lex orandi, lex credendi, secondo cui la legge della preghiera è la legge della fede, tante e complesse furono le motivazioni di una presa di distanza dal nuovo Rito. I cardinali Ottaviani e Bacci inviarono al Santo Padre un esame critico del nuovo messale:

“Il nuovo Ordo Missae (…) rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i ‘canoni’ del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del mistero.”

La Santa Messa Tridentina, chiamata così perché durante il Concilio di Trento (1545 – 1563) si stabilì una commissione per esaminare il Messale Romano, rivederlo e rispristinarlo “secondo l’usanza e il rito dei Santi Padri”, ha senza dubbio alcuno rappresentato la più venerabile forma di lode a Dio, nello spirito della quale si forgiarono milioni di cattolici.

Occorre inoltre precisare che la Messa del Rito Romano non è stata la risultante di uno studio condotto tra i membri di una commissione, come nel caso nel Nuovo Rito, bensì lo spontaneo sorgere di preghiere e definizioni liturgiche alle quali, solo molto dopo, fece seguito una codificazione che ci è stata tramandata attraverso i Libri Liturgici.

Fatto di per sé piuttosto naturale, se è vero che, stando a quanto affermato dal professore Owen Chadwick: Le liturgie non sono fatte, esse crescono nella devozione dei secoli.

Anche oltre il recinto religioso si registrarono forti opposizioni e appelli per il ripristino della Messa Tradizionale, basti pensare a quello che è noto come “l’Indulto di Agatha Crhistie”: la quale, raccogliendo decine di eminenti firme, riuscì ad ottenere da Paolo VI il mantenimento della “Messa in latino” per l’Inghilterra ed il Galles.

La Messa Tradizionale, spiritualmente collegata all’Ultima Cena del Signore, rivolto con i Suoi discepoli ad oriente verso Gerusalemme, positura poi ripresa nell’orientamento degli altari e nell’offerta della Messa dal sacerdote in persona Christi, si è conservata nei secoli tra mille difficoltà.

Dal periodo della cattività, in cui il Santo Sacrificio veniva perpetuato nelle catacombe per fuggire le persecuzioni contro i cristiani, fino a quello della bellezza dei sacri riti che sancivano le incoronazioni dei sovrani nelle grandi cattedrali medievali, la Liturgia è sempre stata rivolta a Dio, e a Lui solo.

E’ tuttavia con la Controriforma che desumiamo l’odierno messale per la celebrazione Vetus Ordo, epurato durante il Concilio di Trento soltanto degli aspetti più superflui, per ovvi motivi, salvo per quei riti esistenti da oltre due secoli (esempio per tutti quello ambrosiano), e promulgato con la Bolla Quo Primum da S. Pio V, il Papa di Lepanto e della scomunica comminata ad Elisabetta I d’Inghilterra.

“Sommamente conviene che uno solo sia il rito di celebrare la Messa, secondo la norma e il rito dei Santi Padri, affinché tutti e dovunque adottino e osservino le tradizioni di santa Chiesa Romana, Madre e Maestra, raccomandando che se qualcuno avrà l’audacia di attendervi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati apostoli Pietro e Paolo.”

Un cammino, dunque, non esente da ostacoli e sofferenze, tramandatoci a prezzo di sangue sin dai primi secoli.

I solenni apprezzamenti per il Rito Romano non mancarono nemmeno da parte del Beato John Henry Newman, uno degli elementi di punta del Movimento di Oxford, convertitosi poi al cattolicesimo:

“Nulla è sì consolante, sì penetrante, sì emozionante, sì travolgente come la Messa, nel modo in cui è celebrata da noi. Potrei attendere alla Messa continuamente e non esserne stanco. Non è semplicemente una formula di parole, è una grande azione, la più grande azione che ci possa essere sulla terra. E’… l’evocazione dell’Eterno.

Egli si rende presente sull’altare in carne e sangue, davanti al quale gli Angeli si prostrano e i demoni tremano.”

Insomma, per dirla con padre Faber, la Santa Messa Tridentina “è la cosa più bella da questa parte del cielo.”

Ciononostante, la riforma non generò dei cambiamenti solo in senso formale. L’abbandono del latino e del canto gregoriano, del canone recitato sottovoce in ossequio al Sacrificio ed al trattenimento del Mistero, unitamente all’adozione della celebrazione versus populum, invece del consueto versus Deum, si aggiunsero via via alla consuetudine di ricevere l’Eucarestia  nelle mani, venendo meno la salvaguardia delle Particola Sacramentata, e non più in ginocchio, eliminando la prostratio, segno del pentimento e dell’invocazione di misericordia del peccatore.

Con buona pace, naturalmente, anche di Luigi IX, che non di rado soleva dire:

“Nella Messa Iddio si immola, e quando Dio si immola anche i Re si inginocchiano sul pavimento.”

Orientati ad est, al sorgere del sole, metafora cosmica della Risurrezione del Cristo, dell’offerta sacrificale di se stesso (Cristo sacerdote, altare e vittima), ma anche riproposizione dell’Ultima Cena, per quasi due millenni gli altari delle chiese cattoliche rappresentano il sancta sanctorum del Santo Sacrificio, in uno spirito di adorazione solenne ad Dominum, mentre la balaustra, delimitazione del santuario, diventa il prolungamento naturale della sacra mensa, ove i fedeli in ginocchio vengono nutriti del santo corpo e del preziosissimo sangue del Signore.

Tuttavia, benché non fosse stabilito da nessun documento, l’apertura conciliare fu intesa anche nel senso della distruzione degli altari, modificandoli con la collocazione di tavoli a guisa di un  Sacrificio, non più come mistero, ma come pasto all’uso protestante.

A questo proposito, così si esprimeva Calvino:

“Dio ci ha dato un tavolo intorno al quale dobbiamo festeggiare, non un altare sul quale deve essere offerta una vittima: non ha consacrato sacerdoti per offrire dei sacrifici, ma ministri per distribuire il sacro banchetto.”

La demitizzazione del Sacrificio, assieme alla celebrazione versus populum del sacerdote e all’utilizzo della lingua volgare, come disse mons. Hughes, cominciarono a condizionare i fedeli che, avendo iniziato a pregare come i protestanti, iniziarono a credere come i protestanti.

Tutte tappe che appaiono molto simili a quelle che sanciscono la nascita della Chiesa d’Inghilterra di Enrico VIII.

Anche allora i riformatori distrussero gli altari sacrificali sul modello del Golgota, sostituirono il latino con l’inglese nella liturgia, abolirono la consustanziazione, stabilirono la celebrazione a voce alta in modo che fosse udita dal popolo, imposero la Comunione amministrata sulle mani come pane ordinario distribuito da uomini ordinari, evitando che fosse intesa come unica specie nel Corpo e nel Sangue di Cristo.

L’aver introdotto, per dirla eufemisticamente, alcune riforme di stampo protestante, nella errata convinzione di ridurre le distanze tra il pensare della Chiesa e quello del mondo sempre più secolarizzato, ha generato non poca confusione.

Anche la separazione dei tabernacoli dagli altari, a memoria di un discorso pronunciato da Pio XII ad Assisi nel 1956, rappresenta una diminutio del legame inscindibile di un’unica realtà:

“Separare il Tabernacolo dall’Altare è separare due cose che per origine e natura devono restare unite.”

Concetto, peraltro, ribadito nell’ Istruzione sulla Liturgia del 1964:

“Il SS. Sacramento deve essere conservato in un Tabernacolo solido e a prova di furto, al centro dell’Altare maggiore o su un altro Altare, se questo è particolarmente prominente e distinto. Dove esista una lecita usanza, e in casi particolari, che devono essere approvati dall’Ordinario locale, il SS. Sacramento può essere conservato in qualche altro luogo della chiesa; ma deve essere un luogo molto speciale, nobile, e deve essere ornato in modo conveniente.”

Dal 7 luglio 2007, Benedetto XVI, nel tentativo di tenere unite le diverse anime della Chiesa, con motu proprio Summorum Pontificum ha restituito dignità al Rito Romano.

All’articolo 5 possiamo leggere:

“Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962. Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del Vescovo a norma del can. 392, evitando la discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa.”

Un rito che, tuttavia, stenta ancora ad essere agevolato dall’episcopato diocesano, che sembra paradossalmente più intento ad interpretarlo come una “reazionaria” manifestazione preconciliare e pre-sessantottina.