L’arte degenerata si “arricchisce”. Al Guggenheim Museum arriva… un gabinetto d’oro.

L’arte degenerata si “arricchisce”. Al Guggenheim Museum arriva… un gabinetto d’oro.

L’arte, sostengono alcuni, è soggettiva. Ma il rispetto per l’istinto creativo dell’uomo, riteniamo, impone dei limiti che non possono essere valicati. Eppure, l’arroganza degli “artisti” contemporanei si fa spesso beffe di ogni confine fra creatività e cattivo gusto, arrivando a delle vette di squallore difficilmente immaginabili.

E così, è notizia di cronaca l’arrivo – salutato dagli applausi entusiasti della critica – di una nuova opera d’arte al Guggenheim Museum di New York, nota istituzione fondata dall’omonima famiglia ebraica: un water completamente in oro, che verrà anche messo a disposizione dei visitatori del museo.

Peraltro, la paternità di questa “preziosa” opera spetta – purtroppo – a un italiano, Maurizio Cattelan, che alcuni anni fa aveva platealmente annunciato il proprio addio all’arte ma che, pare, è malauguratamente ritornato sui propri passi.

Dunque, la notizia – seppure curiosa – non riesce a farci sorridere. Una latrina d’oro, protetta da guardiani, su cui i visitatori del prestigioso museo potranno felicemente accomodarsi per espletare i propri bisogni… artistici.

Si tratta di un esempio degradante di quella che, anni addietro, si aveva ancora il buonsenso di definire “arte degenerata” (entartete Kunst): opere grottesche, partorite dalla mente instabile di “artisti” operanti nel mondo occidentale ma che, spesso, traggono ispirazione o retroterra culturale da contesti extra-occidentali e primitivistici.

Il gusto del deforme, del brutto o del volgare elevato ad opera d’arte non è del resto una novità, ed ha peraltro una precisa finalità di ordine – in senso lato – politico: svilire le possibilità superiori dell’Uomo e porre in risalto, invece, le sue tendenze inferiori, animali, grottesche.

Il tutto, con un preciso scopo sovvertitore: affermare che l’arte è di tutti e per tutti, a prescindere dalle capacità e dal senso estetico, e che “democraticamente” il Bello non esiste, ma può essere sostituito da qualsiasi cosa, arbitrariamente, senza limiti.

Tutti, insomma, possono essere artisti: basta concepire un’idea provocatoria, chiassosa, originale, per essere subito applauditi come “creativi” ed innalzati ad un immediato successo mediatico.
In quest’ottica non c’è da stupirsi, dunque, se anche una latrina possa essere concepita come opera d’arte.

Dietro la promozione di opere degenerate, quindi, vi è un programma ben preciso: cancellare il senso estetico, volgarizzare l’espressione artistica, ridurla a semplice espressione – o rigurgito – dei sensi animali ed eliminarne ogni carattere superiore.

Si giunge, così, al pieno annichilimento artistico, in cui anche il nulla – un quadro vuoto, un piedistallo senza statua, una bicicletta rotta, un buco nel muro, un foglio bianco – viene elevato al pari del Botticelli, di Michelangelo, di Fidia, di Dante. Anche l’arte, quindi, corre senza posa lungo il piano inclinato della civiltà, moltiplicandosi e degradandosi verso la distruzione finale: il silenzio.

Sì, perché al di là delle provocazioni che l’arte degenerata partorisce vi è solo un punto estremo: tutto è arte, nulla è arte. Morte della bellezza, anzi esilio della bellezza dal mondo. Un water tutto d’oro è il trono più adatto a queste patetiche Muse.