Guerra civile libica. L’Italia invia la Folgore in aiuto del governo Serraj

Guerra civile libica. L’Italia invia la Folgore in aiuto del governo Serraj

E così, le truppe italiane tornano in Libia. Dopo il riaccendersi delle tensioni provocate dalla conquista della mezzaluna petrolifera e dei suoi porti da parte delle truppe del generale Haftar, al servizio del governo di Tobruk, non si è fatta attendere la risposta piccata dei governi occidentali. I quali, ovviamente, sostengono il governo di Tripoli, retto da Al Serraj, diretta emanazione dell’Onu. Anche l’Italia ha dovuto fare la sua parte. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, all’unisono con la collega della Difesa, Roberta Pinotti, ha garantito, previo lo scontato assenso del Parlamento, l’invio di 300 uomini. Cento di questi saranno personale medico, mentre 200 saranno paracadutisti della Folgore. La zona prescelta per l’allestimento del presidio sanitario italiano in terra libica sarà la zona di Misurata. Per non destare dubbi e sospetti circa eventuali intenti guerrafondai, l’operazione si chiamerà “Ippocrate”.

Ma facciamo un passo indietro. Da dove nasce questa esigenza di mandare truppe? Che il governo imposto dall’Occidente, ossia quello di Tripoli, sia in netta difficoltà, è evidente già da tempo. Ma gli eventi nell’ultima settimana sembrano essere precipitati. Il generale Haftar, fedelissimo al governo di Tobruk, che controlla la parte orientale della Libia, appoggiato dall’Egitto, ha preso il controllo dei principali porti della “mezzaluna petrolifera”, ossia Zueitina, Ras Lanuf, Brega e Sidra, sino a quel momento controllati da Tripoli. Come promesso dallo stesso Haftar, gli stessi già sono stati riconsegnati alla NOC (National Oil Corporation), che ha ripreso le esportazioni del greggio verso l’estero. Ma una sconfitta così netta e veloce inflitta al governo di Tripoli ha messo in allarme i paesi occidentali che, ricordiamoli, al momento hanno le truppe schierate in terra libica per “combattere l’Isis” nel golfo di Sirte.

Bastano le parole di Martin Kobler, rilasciate al quotidiano La Stampa, per capire che aria tira. “Il petrolio appartiene a tutti i libici”, lasciando sottintendere che i libici sono solo quelli che fanno riferimento al governo di Tripoli. O basta leggere il comunicato congiunto dei governi di Francia, Italia, Germania, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito, nel quale si legge che la cosa importante è che non vengano danneggiate le infrastrutture energetiche libiche o compromesse le esportazioni. Insomma, al momento Tripoli garantisce meglio i governi occidentali, quindi occhio, Haftar, a fare interessi che non siano i “nostri”.

Nel frattempo, però, un’altra bella notizia arriva dalla Libia. Ci avverte Kobler – sempre lui, che tra le altre cose è inviato Onu – che vi sono 235mila immigrati pronti a salpare dalle coste libiche. Fa sorridere che un tale avvertimento arrivi proprio mentre il Parlamento  e l’opinione pubblica si apprestano a mettere in cima alle rispettive agende il tema della nuova missione in Libia. Tra questi immigrati, non fa nulla per nasconderlo il buon Kobler, potrebbero persino annidarsi “terroristi” in fuga. Come ti sbagli, risponde il governo italiano! Intanto noi siamo pronti a inviare le truppe come richiesto, possibilmente senza fiatare.

Secondo lo stesso Kobler, terrorismo e immigrazione sono i sintomi dell’assenza di uno stato unitario in Libia. Bene. Ma visto che l’Isis a breve verrà sconfitto, come pensano di riportare l’unità in un paese dove truppe straniere continuano a mettere i loro stivali a terra in difesa di una sola delle due (per modo di dire, in realtà sono decine) delle parti in causa? E’ la solita arroganza yankee che già ci è costata molto, in termini di libertà e sicurezza dell’area mediterranea. Ma a noi Italiani cosa interessa esattamente in questo momento? A nostro modo di vedere, un intervento militare italiano in Libia dovrebbe avere quale unico ed esclusivo scopo quello di bloccare l’immigrazione in uno dei principali punti di partenza e creare un corridoio per il rimpatrio di coloro che sono già arrivati. Installare ospedali da campo, al solo fine di apportare militari per i machiavellici contorcimenti diplomatici dei nostri governanti, non ci giova. Se deve essere intervento militare, deve essere serio, sovrano, ma soprattutto deve avere finalità che abbiano un qualche interesse nazionale. Senza inutili ipocrisie.