Paolo Di Canio, il caso grottesco del Duce tatuato

Paolo Di Canio, il caso grottesco del Duce tatuato

Giustizia è fatta, una volta di più: Paolo Di Canio, l’allenatore di Premier League ed ex calciatore della Lazio dalle note simpatie di “ultradestra” (chiamiamola così, per semplificare), è stato licenziato da Sky, la televisione a pagamento del magnate Murdoch, per aver svolto il suo lavoro di commentatore sportivo indossando una maglietta a maniche corte che lasciava scoperto il tatuaggio DUX tra il gomito ed il bicipite.

Di Canio avrà certo pattuito una congrua buonuscita, e sa difendersi da solo. Né è il caso di promuovere gruppi del tipo “Io sto con Di Canio” o “Je suis Paolo” , o chiedere improbabili boicottaggi della televisione del miliardario australiano, i cui numerosi giornali, in giro per il mondo, sono in genere orientati al centrodestra liberale.

Qualche ragionamento, tuttavia, occorre farlo, o, come dicono i pensosi progressisti, è necessario riflettere sul caso. A Di Canio non viene contestata imperizia nel lavoro svolto, non gli si imputano ingiurie od offese ad alcuno, e neppure di avere espresso opinioni politiche. Solo di avere un braccio, il destro, su cui è tatuata una parola “proibita”. Proibita ? Ma non siamo nel migliore e nel più libero dei mondi possibili? Non è la libertà di pensiero – immaginiamo anche di tatuaggio -una sacra conquista della nostra splendida civiltà? Forse la semplice parola DUX è un reato, a norma della legge Scelba e delle numerose disposizioni che reprimono in Italia un solo pensiero, una sola idea, quella, in qualunque modo, collegabile alla parola, Dux, che evoca un uomo, Benito Mussolini, un’ideologia, il fascismo, una guerra, civile e mai terminata.

A questo punto, l’umile scrivano si permette di parlare in prima persona, il che è contrario alle buone regole. Ho iniziato a simpatizzare per il vecchio MSI a tredici anni, e poi vi ho militato più o meno sino all’estinzione di Fiuggi. Ho talmente radicato lo spirito del ribelle (o del bastian contrario…) che sono riuscito ad essere in minoranza anche all’interno della minoranza, in quanto le convinzioni, le letture e gli studi, peraltro assai mal visti in quell’ambiente, mi portarono ben presto sulle posizioni di uomini come Beppe Niccolai e Pino Rauti.

Ventenne, ero impiegato in un’azienda metalmeccanica dell’estrema periferia genovese, e commisi il terribile errore di partecipare ad uno sciopero di un’ora indetto dalla CISNAL in occasione dell’assassinio del ragazzo missino romano Mario Zicchieri. Venne organizzato uno sciopero contro di me, si mobilitò il locale comitato antifascista, con canti partigiani a squarciagola ed occupazione degli uffici. I datori di lavoro mi “consigliarono” di licenziarmi, regalandomi alcuni mesi di stipendio. Rimasi disoccupato per un anno, il che non mi permise però di frequentare maggiormente l’università, poiché un vecchio compagno di liceo, di Lotta Continua, mi denunciò come “fascista” e rischiavo grosso ogni volta che varcavo il portone della facoltà di Lettere e Filosofia.

Un giornale della mia città, in cui stavo per entrare come praticante, non mi assunse: veto “politico” da parte di un direttore che, alcuni decenni dopo, sarebbe diventato berlusconiano. Nella mia carriera successiva, di funzionario direttivo pubblico, la mia testarda appartenenza ha costituito un ostacolo mai ammesso, ma sempre frapposto alle ambizioni. In generale, ho trascorso la vita ascoltando gente che diceva: “Lei è una brava persona, ma…”,oppure, “Strano, possibile che uno come lei sia…”.

Acqua passata, e comunque sono tra quelli che ha accettato il gioco. Non rimpiango e non mi compiango.

E però… Premesso che ben altre sono state le sofferenze, le prevaricazioni, le violenze fisiche e morali, le discriminazioni subite da tanti altri, ciò non toglie che troppi italiani siano vissuti e vivano tuttora da stranieri in patria. Peggio, da proscritti, da malvagi, gente su cui è calata un’inappellabile condanna morale pronunciata da farabutti.

Chi, come Giampaolo Pansa, giornalista e scrittore di lungo corso e non certo di destra, ha scritto libri per descrivere la verità sulla guerra civile e la vita difficile dei superstiti e delle famiglie, è stato espulso con ignominia dal circolo degli Intellettuali Virtuosi e Progressisti, nonché dal novero dei Venerati Maestri, rischiando anche l’aggressione fisica in più occasioni.

Organizzare eventi pubblici continua ad essere, per certe sigle o circoli culturali, una fatica di Sisifo fatta di rifiuti da parte dei proprietari dei locali a pagamento per paura di ritorsioni, diniego assoluto delle sale pubbliche, contaminate dalle idee impure e dalla stessa presenza fisica dei richiedenti, estenuanti trattative con la Digos, comunicati dell’ANPI locale, finta indignazione a comando dei politici di sinistra (e non solo, talvolta), gazzarra dei “ragazzi” – loro sono sempre ragazzi – dei cosiddetti centri sociali, ben pagata guardia rossa delle istituzioni.

Morale della favola, anzi, morali della favola: primo, l’unico nemico delle nostre società politiche è “quella” idea, “quella” visione della vita, declinata ovviamente nei differenti linguaggi del presente e nelle distinte sensibilità di ogni nazione; secondo, l’interdetto è applicato da tutte le forze, politiche ed economiche. Sky, che ha licenziato Di Canio per manifesto tatuaggio, è del tutto indifferente alla nostra storia nazionale, e se ne stropiccia delle opinioni politiche dei collaboratori: teme, come gli albergatori che non affittano la sala ai politicamente scorretti, le reazioni isteriche dei nuovi mazzieri di Facebook e Twitter e, di conseguenza, le lamentele dei clienti pubblicitari, anch’essi, peraltro, completamente disinteressati al merito, ma esclusivamente all’eventuale mancato ritorno dei loro investimenti.

La politica di centrodestra, per quieto vivere, conformismo, oppure per dimostrare di essere immune dal contagio, non ha fatto, né fa nulla per opporsi alle prepotenze del circo dei nostalgici delle guerre civili ed ideologiche. Quanto alla sinistra politica, sopra la panca, la capra campa. Prosperano da settant’anni su alcune ben orchestrate menzogne, con grande dispiego di mezzi economici, cattedre universitarie e occupazione delle casematte della cultura (Gramsci docet). La guerra l’hanno vinta i partigiani che hanno liberato le città; i repubblichini, definizione spregiativa per i combattenti della Repubblica Sociale, erano dei torturatori e dei sicari al soldo dei tedeschi; i partigiani comunisti hanno portato la libertà e la democrazia ai connazionali; gli italiani hanno scelto liberamente la forma repubblicana; la Costituzione è l’esito di tali processi storici, per cui è intangibile, non solo nei principi fondamentali, se non per nostra insindacabile iniziativa, ed è la più bella del mondo.

Sappiamo tutti, innanzitutto lo sanno loro, che su questi assiomi vivono, che si tratta di balle. Sanno anche, – ed è per questo che non si lasciano sfuggire nulla, neppure il tatuaggio di uno sportivo – che sotto la panca, la capra crepa. Per questo è più fastidioso il silenzio del cosiddetto centrodestra rispetto agli strilli preregistrati della sinistra, che fa il mestiere suo e presidia il territorio di cui si è appropriata.

Ciò su cui è necessario attirare l’attenzione è piuttosto la prima parte della morale, ossia che l’unico, vero nemico rimasto al trionfante progressismo liberale, condito in tutte le salse, da quelle del rosso antico al radicalismo borghese sino al liberismo classico è il variegato mondo degli identitari, dei sovranisti e degli avversari del mercato misura di tutte le cose, oggi chiamati con disprezzo populisti, ma che sono prontissimi a definire senz’altro fascisti appena il pericolo diventasse reale. Chi controlla il passato controlla il presente, chi controlla il presente possiede il futuro. Lo capì il Grande Fratello, che organizzò la neolingua e il bispensiero, dominati dalla sinistra intellettuale al servizio della destra del denaro e degli affari, che si incontrano allegri nel centro, la palude politica, o, più propriamente, la governance, cioè l’amministrazione dell’esistente “in nome e per conto”.

La corazza da infrangere è durissima, ed oltre la corazza c’è lo spesso carapace di un sistema che ha vinto, rivinto e si è consolidato, assorbendo o cooptando tutti. Non proprio tutti: all’appello mancano gli ultimi resistenti, l’altro ieri fascisti, poi sovranisti/identitari, oggi populisti. Naturale che il sistema reagisca e si strappi le vesti, o meglio, ripetiamo, finga di strapparsele, se un ragazzo alza il braccio destro o un ex-calciatore mostra, pur senza ostentarlo, un tatuaggio con “quella” parola. Le madri del passato definivano “parole del gatto” le parolacce, in genere legate alla sfera sessuale, e schiaffeggiavano i figli che osavano pronunciarle, rendendole, in fin dei conti, più interessanti e liberatorie per noi ragazzini. Non diversamente, da oltre settant’anni, ci impediscono di pensare, pronunciare parole o canzoni, compiere certi gesti, esprimere alcune opinioni: ora sappiamo che è disdicevole anche un tatuaggio.

La lezione da trarre è duplice, ed in fondo assai positiva: hanno paura, una fifa blu, delle idee “scorrette”, per questo reprimono tutto, con l’aiuto dei loro manovali della bassa cucina politica e degli impiegati d’ordine del sistema di comunicazione. Tuttavia, sono i più forti, per cui è del tutto stupido ostentare gesti, parole, attitudini che possano dare luogo alle loro reazioni, alla repressione ed al loro disgustoso aggrottare di sopracciglia moralistico. Ci vogliono tutti con il braccio di Di Canio, o come i ragazzini dalla testa rasata con scarponi e bomber: riconoscibili e quindi facilmente neutralizzabili, sempre colpevoli, a prescindere. Anche per questo, dobbiamo andare oltre il Novecento, che è alle nostre spalle da ben sedici anni, e pensare in grande, verso idee che possano travolgere, in un giorno non troppo lontano, quella gente, quel mondo, quella mentalità. Prendiamo atto che la guerra delle parole, come quella dei simboli, è stata perduta da due generazioni. C’è da attrezzarsi per una guerra più grande e più nobile, per liberarci della menzogna di un potere – esso sì – davvero dittatoriale e totalitario, che pretende di controllare anche le menti; il potere della finanza, delle cricche riservate, di chi possiede le tecnologie che ci pervadono e dominano, degli illuminati ben nascosti nei loro grattacieli.

Non dobbiamo più cadere nel tranello di essere come loro ci vogliono. Le ingiustizie subite che ci bruciano sulla pelle appartengono alla storia, spesso alla più ignobile, e qualche volta oltrepassano il grottesco, come nel caso di Paolo Di Canio… Non è il caso di aiutarli a fare il loro sporco lavoro: passiamo oltre.

Dobbiamo, prima o poi, sconfiggerli. Importerà davvero poco, quel giorno, se leveremo o meno il braccio destro. Anzi, non lo faremo per nulla: come capì Einstein, ai problemi di un vecchio modo di pensare si pone rimedio con un nuovo modo di pensare. Quel giorno, a mio parere strettamente personale, il diritto di esprimere qualsiasi idea politica e di esporre qualunque bandiera dovrà essere la prima delle libertà. Chi ha subito l’odio, vissuto l’esclusione, sperimentato la repressione, sentito sulla carne quanto brucia la menzogna e la discriminazione non le deve praticare a sua volta.

Cari tirapiedi di Sky, e voi, sacrestani della pessima politica e della cultura da opera buffa, non ci fregherete per un tatuaggio, non ci fermerete attribuendoci tutto il male della terra o chiamando “fascismo” qualsiasi cosa non piaccia a voi. Noi andiamo per la nostra strada e, come l’albatros di Baudelaire, principe delle nuvole abituato alla tempesta, ridiamo dell’arciere.

Se ci odiate tanto, è segno che abbiamo buone, ottime ragioni: non le sprechiamo giocando con il mazzo di carte truccate da voi.