Quando i giovani cacciavano i segretari. Appunti sul nostro futuro

Quando i giovani cacciavano i segretari. Appunti sul nostro futuro

Se è vero, come è vero, che l’Italia è uno dei Paesi anagraficamente più vecchi del mondo, il fatto che il peso politico dei giovani sia nullo non è comunque da attribuire a questa premessa. Non soltanto, perlomeno.

Nel riflettere su quanto poco incisiva sia la galassia giovanile, non solo sul piano decisionale – più comprensibile, se pensiamo che le élite gerontocratiche hanno sempre mantenuto ben saldi i propri posti ai vertici – ma addirittura nel contesto più schiettamente politico, ci accorgiamo che qualcosa che tocca c’è, ma non è facile da capire. 
Un tempo, durante i tanto vituperati “anni di piombo”, tra e oltre i tragici fatti di sangue che non ci mancano assolutamente, esisteva una sintassi politica ben nota a una larga schiera di giovani. Chi da una parte, chi dall’altra, la gioventù nazionale sapeva ciò che intendeva ottenere. Molto meno come, ma è un discorso che, purtroppo, vale ancora oggi e non può essere un’accusa specificamente rivolta ai militanti di qualche decennio fa. In un modo o nell’altro, però, tra le differenze ideologiche laceranti di quegli anni, l’impegno giovanile era assai radicato e non di rado costituiva una vera e propria avanguardia culturale e politica, al  traino della quale – volenti o meno – si accodava spesso e volentieri il mondo della politica “adulta”. Questo valse per entrambi gli schieramenti. 
Pensiamo all’esempio che giunse da destra attraverso i fatti immediatamente successivi alla cosiddetta battaglia di Valle Giulia. Per neutralizzare un pericoloso – agli occhi della dirigenza – progetto di “convivenza politica” tra giovani considerati di destra, che avevano occupato Giurisprudenza alla Sapienza, e giovani di sinistra, che nella stessa università si erano impadroniti di Lettere senza scontrarsi, ma addirittura collaborando, fu costretto a mobilitarsi il Movimento Sociale Italiano che, capitanato da Almirante in persona, si preoccupò di sabotare quell’”idillio” andando ad attaccare gli studenti di sinistra. 


Da sinistra, invece, il cosiddetto Movimento studentesco fu alla guida di numerose manifestazioni operaie e non, prendendosi l’incarico di esserne il megafono o perlomeno l’ala rumorosa che “bucava lo schermo”, per usare un linguaggio facilmente intuitivo. Il mondo giovanile di sinistra – al pari di quello di destra – fu poi spesso in polemica aperta con quelli che avrebbero potuto e dovuto essere i loro rappresentanti adulti; da ricordare la famosa cacciata di Lama, segretario della CGIL, che nel 1977 fu costretto a  sospendere un comizio – teatro, ancora una volta, La Sapienza – a causa della forte contestazione degli autonomi. In quell’occasione, il servizio d’ordine del PCI di scorta a Lama gridava all’indirizzo degli autonomi: “Via, via la nuova borghesia!”, sintomo di una situazione decisamente conflittuale tra i due mondi.

E adesso come ci siamo ridotti? L’influenza dei giovani si è ridotta ai minimi livelli storici. Tramontata l’idea di una rivoluzione – nera o rossa che sia – è calato il sipario anche sulle velleità politiche più “riformiste” dei giovani. Siamo arrivati al punto che il giovanilismo è incarnato addirittura da Matteo Renzi, uno che è politicamente giovane quanto il suo mentore Andreotti (l’attuale premier era infatti iscritto al PPE, erede diretto della DC). 
E con la rappresentazione mediatica dell’equazione “giovane = Renzi” siamo arrivati al capolavoro del potere, per riprendere una definizione spesso usata da Diego Fusaro. Ma i veri giovani, in tutto questo, che fanno? Languiscono in uno stato d’animo a metà tra il disinteresse e la frustrazione, incapaci di ragionare sull’oggi perché privi di una progettualità politica, mancante a causa della scomparsa di ogni senso di comunità. Perché – e questo è il dato di fondo ineludibile – il giovane di oggi è irreversibilmente solo, colpito così duramente dalla sindrome terribile dell’individualismo che fa di lui il centro del suo stesso mondo.

Se quindi è al centro del mondo, è anche inutile che il giovane acquisisca e sviluppi quella sintassi politica di cui i suoi coetanei degli anni di piombo erano dotati. Riunioni, assemblee, congressi, federali, banchetti, volantinaggi, attacchinaggi… sono tutte parole che non significano più nulla per il giovane del 2016. Uno spettacolo desolante, se pensiamo che qualche decennio fa esse erano soltanto le basi da cui partire per discutere. Il lessico elementare, ormai scomparso. Inutile, comunque, rimpallarsi le responsabilità dell’attuale situazione o cercare una spiegazione monocausale.

È più costruttivo riflettere su come procedere verso un riavvicinamento dei giovani alla politica. Un riavvicinamento che potrebbe non avvenire mai, se i giovani stessi non prendono coscienza della propria condizione e del fatto che la loro attuale situazione sia determinata dal contesto politico. Per molti di loro, la parola “politica” è associata agli intrallazzi, ai giochi sporchi di potere, alla lotta di correnti interne e di personaggi che, per il loro modo di fare, sono percepiti come troppo lontani, non interessanti.


E se da questo punto di vista hanno ragione da vendere, sbagliano invece nella scelta del disinteresse consapevole dell’altro mondo; disinteresse che ha ricadute sul loro mondo. 
I giovani devono ritrovare quell’entusiasmo per ciò che li circonda, quella volontà – ora annichilita – di conoscere e di affrontare l’esterno. Oggi molti di loro preferiscono adottare approcci nichilistici, violentemente caustici e provocatori, dietro i quali si nasconde – neanche troppo bene – il vuoto della volontà dovuto alla mancata comprensione di se stessi e degli altri.

L’incomunicabilità umana diventa il presupposto dell’incomunicabilità politica. Allora bisogna che si riprendano in mano le redini della propria vita e si cominci a prendere possesso delle piccole cose: delle scuole, dei quartieri, dei luoghi di socialità da tempo abbandonati o lasciati a un divertimento vacuo. I giovani – soprattutto i nostri – devono riprendersi uno spazio vero e concreto nelle comunità locali per poi tornare ad avere un ruolo nella comunità nazionale. Uscire dai vecchi recinti del dogma, abbandonare il velleitarismo, chiudere Facebook e cominciare a parlarsi e a parlare agli altri mondi. Ne va di un futuro migliore.