Giovanni delle Bande Nere, storia di un condottiero italiano

Giovanni delle Bande Nere, storia di un condottiero italiano

Ludovico de’ Medici, per la storia Giovanni delle Bande Nere, è sicuramente una delle figure più affascinanti del nostro panorama nazionale; come possa essere tuttora relegato in qualche breve trafiletto sulle inquiete vicende toscane di quegli anni, resta ancora uno dei grandi e frequenti misteri della nostra storiografia. Probabilmente, la precoce morte, sopraggiunta a soli ventotto anni, gli ha impedito una piena investitura nel ristretto olimpo degli eroi nazionali, così come l’aver combattuto lealmente e fedelmente al servizio delle fila pontificie non ha di certo favorito l’affermazione del suo mito, in particolare tra quegli storici che fanno del laicismo esasperato di stampo giacobino l’asse portante delle proprie ricerche, ancor prima della verità storica e dell’effettiva caratura del personaggio da esaminare.

Resta, tuttavia, la realtà, ben più significativa di qualsiasi riconoscimento postumo, di un personaggio affascinante e straordinario, che ha riempito con il suo nome e le sue gesta eroiche le cronache e i principali fatti d’arme del tempestoso Cinquecento italiano, insieme ai più grandi protagonisti della storia europea, come il grande imperatore Carlo V, con cui tramontava, in attesa di nuove e luminose albe, il sogno di una nuova unità continentale nel segno della Cristianità.

Giovanni nasce a Forlì il 6 aprile del 1498 da Caterina Sforza e Giovanni di Pierfrancesco Medici detto il Popolano, morto nel settembre dello stesso anno e dal quale assumerà presto il nome, lasciando per sempre quello di battesimo, Ludovico. Dopo anni di intense cure e premure, nel 1509 muore anche la madre Caterina, che lascia il gravoso incarico di seguire il figlio tanto amato a Iacopo Salviati e sua moglie Lucrezia de’ Medici, figlia di Lorenzo il Magnifico, che lo terranno in casa con sincero amore ed affetto fino all’età di 17 anni. Già dall’adolescenza dimostra un carattere ed un temperamento sanguigno ed irascibile, tanto da essere allontanato per due anni dalla città a soli 12 anni, a causa del mortale ferimento di un tal Beccaccino durante una rissa.

Nel 1513, con l’elezione a Papa di Giovanni de’ Medici, figlio del Magnifico, con il nome di Leone X, la sua vita sembra finalmente incanalarsi nella giusta direzione; il Pontefice, a cui sarà sempre fedele, infatti,  lo conduce a Roma, garantendogli protezione ed affetto e facendolo partecipare alle prime piccole imprese belliche. Guicciardini nel 1517 ha già modo di esaltare senza riserve le grandi virtù militari del giovane Giovanni nella conquista del castello di Sorbolungo, durante la guerra di Urbino: “…lo conquistò da solo, perché gli altri commilitoni si ritirarono e non lo seguirono”.

Quando gli viene indicato dai suoi soldati un vecchio combattente, a detta di molti particolarmente abile nelle armi, replica così: “se fosse davvero un uomo dabbene or non sarebbe vivo”. O ancora, informato di un sacerdote che a causa del freddo aveva usato un crocifisso ligneo per riscaldarsi, si recò subito da lui e sentendosi rispondere che lo avrebbe ancora fatto per necessità anche con un dipinto della Madonna, gridò a voce alta: “Ah, poltrone” e con una pugnalata gli staccò metà del collo! Tanto per non avere dubbi su quale fosse il suo temperamento.

Fu quindi protagonista  di innumerevoli fatti d’armi e d’eroismo che qui possiamo solo sommariamente ricordare, visto che le sue Bande Nere, listate a lutto e così denominate dalla morte dell’amato Papa mediceo Leone X, avevano assunto una notorietà ed un’aurea mitica che scavalcavano ampiamente i confini della penisola per abbracciare larga parte dell’Europa. Nel 1523 le truppe francesi di Francesco I scesero nuovamente in Italia, questa volta alla conquista dei feudi lombardi caduti sotto il dominio di Carlo V; a Rebecca Giovanni assalì quattro compagnie di francesi, fra le quali primeggiava il notissimo Baiardo. Giovanni con i suoi soldati ne uccise 500 e si appropriò di ben 700 cavalli, mentre i francesi, sconfitti, ripiegarono in patria. Nel 1524 occupò Abbiategrasso, costringendo alla fuga 6000 svizzeri, tanto da attirare la sincera ammirazione del Guicciardini, che ne lodò sia “l’ardire per il quale avanzava tutti gli altri” sia “la prudenza e la saggezza degne di un grande capitano”.

L’apice della sua fama e delle sue gesta eroiche giunse, tuttavia, poco prima della sua fine; nell’ottobre del 1526, infatti, Giorgio di Frunzberg, al servizio dell’imperatore Carlo V, mosse con i suoi 15000 lanzichenecchi da Bolzano, pronto a marciare su Roma. Giovanni, fedele alla sua tattica militare, lo impegnò dapprima in piccole scaramucce, quindi irruppe rapidamente con i suoi soldati. Alle Grazie, presso Stiglia, sbaragliò e uccise 4000 lanzi. Le truppe nemiche, visto il suo ardire, il coraggio e l’impeto sconvolgente, lo apostrofarono così: “Gran diavolo”. Il 24 novembre fra Borgoforte e Governolo, dopo un’intera giornata passata in prima linea, venne duramente colpito da un falconetto, una delle prime forme di artiglieria moderna.

Dopo oltre venti ore di viaggio venne portato a Mantova, dove verrà visitato dal grande medico dell’epoca, Mastro Abramo; verificata la gravità della ferita, decise di amputare la gamba già infetta, mentre Giovanni “con fermissimo volto prese la candela in mano per far lume a se medesimo”, sopportando il dolore con sovrumana resistenza. Il 30 novembre 1526 morì segnando, molto probabilmente, anche il destino delle libertà italiane; è opinione diffusa, infatti, che se Giovanni non fosse venuto a mancare, la presa di Roma del 5 maggio 1527 sarebbe stata evitata, così come diversa sarebbe stata la sorte di Carlo V. Scrive lo Young: “Così morì all’età di ventotto anni il più gran condottiero italiano del XVI secolo, del quale è stato detto che, se fosse vissuto di più, avrebbe cambiato la storia d’Italia, mentre l’imperatore Carlo V sarebbe stato privato di molta della sua gloria”.

Le sue imprese e le sue gesta saranno immortalate nel monumento marmoreo antistante piazza San Lorenzo e nella sala dedicatagli dal figlio Cosimo I, futuro Granduca di Toscana, presso Palazzo Vecchio. La sua storia divenne così mito e leggenda, fino alla riapertura delle tombe medicee nel 1857, quando fu trovato orgoglioso e fiero nella sua armatura nera, con la gamba amputata e la visiera dell’elmo abbassata!

Un condottiero italiano che ha riempito la sua breve esistenza di valori eroici e cavallereschi, scrivendo pagine di storia che fanno parte, per sempre, del nostro patrimonio nazionale, del nostro essere italiani. L’epigrafe del Bovio non potrebbe quindi concludere meglio il nostro ricordo: “Giovanni de’Medici è qui posto, duce di supremo valore, il quale colpito presso il Mincio fece crollare più che i suoi i fati d’Italia”.

Bibliografia: Francesco e Tommaso Guerrieri, Giovanni delle Bande Nere, Edizioni Polistampa