Michelangelo: scolpire con pennello e scalpello (Prima parte)

Michelangelo: scolpire con pennello e scalpello (Prima parte)

Dopo Caravaggio e Raffaello, il terzo artista scelto per parlare di arte cristiana è Michelangelo Buonarroti. Si tratta probabilmente di uno degli artisti più completi che la storia abbia mai conosciuto: pittore, scultore, architetto e, saltuariamente, per diletto personale, anche poeta. In questa sezione, si approfondirà il Michelangelo pittore, nella prossima lo scultore.

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Per trattare questo “primo tipo” di Michelangelo, l’analisi non può che partire da un capolavoro dell’arte in generale, probabilmente la più maestosa opera mai realizzata: Il Giudizio Universale (1535 e 1541). Insieme alla volta della Cappella Sistina (1508 -1512), sarà l’incarico più importante e gravoso che l’artista dovrà affrontare nel corso della sua lunga carriera. Per decorare la Cappella saranno in totale dieci gli anni che serviranno a Michelangelo per ultimare i lavori. Dieci anni a gloria e memoria della Cristianità tutta, della potenza del Papato e dell’Onnipotente.

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Come si può facilmente notare, molte sono le differenze con La Disputa del Sacramento di Raffaello, sopra riproposta. L’ordine e il rigore geometrico nel disporre le figure scompaiono; la scena è caotica, più di 400 sono infatti i personaggi dell’affresco nella Cappella Sistina. Essi si muovono, si agitano in turbinii vorticosi. Nelle due mezze lune più in alto, indaffarati angeli portano gli oggetti della Passione di Cristo: Croce, Corona di Spine e Colonna della Flagellazione.

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Neanche in Cristo regna la calma. Egli agita potente il braccio destro e con un gesto perentorio giudica irrevocabilmente chi è destinato ad ascendere al Cielo e chi invece a precipitare all’Inferno. La Madonna al suo fianco è quasi intimorita, non può intervenire nella scena, essa è rassegnata alle Scelte che il Figlio sta compiendo. Tutt’attorno stanno santi e beati, raggruppati disordinatamente, incerti sull’esito del Giudizio, rispettosi dell’Onnipotenza divina.

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Si osservino tra essi: San Lorenzo con la graticola, San Bartolomeo con la propria pelle, San Pietro con le chiavi del Paradiso e San Giovanni Battista con il tipico mantello di cammello.
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Sulla sinistra una moltitudine di donne non identificabile si accalca e si dimena; sulla destra, al contrario, spiccano altre figure sante ben riconoscibili: San Sebastiano con le frecce e Santa Caterina con la ruota dentata; sotto, Simone di Cirene con la Croce. Al di sotto della Beatitudine Celeste sta una schiera di angeli annuncianti La Fine dei Tempi. È qui, sulla Terra, che si sentono i veri effetti del Giudizio Finale.

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Sulla sinistra i corpi degli eletti risorgono e ascendono al Cielo,  sospinti da un’invisibile forza che li proietta verso la Salvezza.

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Sulla destra è invece inesorabile la caduta dei dannati: si aggrappano al Cielo, ma la Sentenza è stata ormai pronunciata. Essi precipitano, appesantiti dai peccati, verso la sede di Lucifero.

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Caronte, il traghettatore, colpisce con il proprio remo le anime malvagie, indirizzandole verso Minosse, colui che determinerà in quale cerchio infernale dovranno dannarsi per l’eternità. Evidenti sono i richiami alla Divina Commedia dantesca, un tributo al Sommo Poeta.

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È forse proprio quest’ultima sezione quella più straordinaria. I volti si riempiono di emozioni, trasmettendo tutta la drammaticità della discesa. I potenti e voluminosi corpi michelangioleschi si struggono per la Decisione, ma nulla essi possono. È questo un timbro dell’autore, la possanza volumetrica delle forme è un tratto distintivo di tutte le opere dell’artista di Caprese. Sculture dipinte, quelle raffigurate da Michelangelo sopra l’altare della Cappella, vigoroso eco della sua altra attività, quella di marmista, che verrà approfondita nella prossima pubblicazione.

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