Appassionato encomio della maternità

Appassionato encomio della maternità

Lungi dall’avere la benché minima intenzione informativa, queste righe rappresentano una semplice, e allo stesso tempo sacrale, esaltazione della maternità, quella autentica, naturale, quella che lega indissolubilmente il figlio alla madre attraverso imprescindibili elementi biologici oltreché affettivi.

Viviamo nell’epoca dell’incertezza, in cui la stessa condizione naturale per la procreazione, l’unione eterosessuale, è messa in discussione; viviamo nell’epoca del rovesciamento, in cui non sono i genitori a servire i figli, ma i figli servono gli egoismi di certi “genitori” non generanti, bensì acquistanti; viviamo nell’epoca del mercatismo scellerato e primeggiante, in cui prima viene il profitto e solo dopo la persona.

In questo catastrofico vortice postmoderno, il rapporto madre-figlio rischia di cadere indissolubilmente nell’oblio del relativismo etico occidentalista. Non si avranno ora trattazioni di qualsivoglia specie a favore della maternità, di esse se ne possono trovare a bizzeffe ben più approfondite di quanto io sia in grado di fare; qui, come detto, si favorirà l’appassionato elogio di quanto più umano possa esistere al mondo.

Tutto inizia nove mesi prima del parto: comincia dal congiungimento di due corpi distinti, i quali, insieme, giungono al coronamento di un amore che ha come fine naturale la nascita della prole. Inizia con due individui che si uniscono, prosegue con due individui uniti: sì, perché per nove mesi il rapporto è a due, il padre scompare momentaneamente, rimangono solo la madre e il figlio, che è ora una terza entità, una terza volontà, indipendente, ma, insieme, inscindibilmente legata alla madre generatrice. Come tale, è già una nuova vita, un nuovo essere, in potenza una persona interamente realizzata. In quei nove mesi di scambio simbiotico, i corpi e le anime di queste due entità ben distinte, ma legate saldamente, vanno ad influenzarsi irrimediabilmente. Un passaggio viscerale di amore e affetto, sentimenti inesprimibili e forse addirittura imperscrutabili per un uomo, che dall’esterno non può che ammirare il frutto di quello che è anche opera sua, ma che da lui è distante tanto quanto lo è la sua capacità di comprenderlo completamente. Ahinoi, oggi, quello che è un privilegio unicamente femminile, viene trasformato da onore esclusivo a onere escludente.  Si è qui per affermare il valore altamente umano dell’opera procreatrice della donna, non come “macchina da riproduzione”, modo in cui il femminismo odierno accusa i celebranti della maternità di intendere il ruolo della donna, bensì come massimo grado a cui un Uomo, in senso ampio, può tendere: il dare la vita. Il più completo atto d’amore che possa esistere viene oggi infangato da schiere di millantatori progressisti, il cui unico progresso a interessargli veramente è quello del portafoglio e dell’egoismo.

“Dare incondizionatamente”: questo è la maternità, l’offerta totale della donna al nascituro, un atto di altruismo disinteressato, senza pretese e senza richieste. Un connubio di attaccamento fisico e spirituale, magnifico, poetico nella sua essenza, autocelebrativo nella sua propria smisurata grandezza.

Che si può dire di fronte ad una donna incinta? Come è possibile voltarsi e non sentire il ribollire ardente dell’amore materno? Come non essere turbati positivamente da tale dimostrazione di potenza vitale? Nell’ordine: non si può dire nulla, bisogna tacere ed ammirare; non si può fare, a meno che non siate vuoti di spirito e d’anima; impossibile, posto che anche voi abbiate perso umanità e venduto il vostro essere al sordo soldo dell’indifferenza modernista.