La lettera di papà

La lettera di papà

Marino Peiretti è un signore di Varese che, in materia di pedagogia, la sa lunga, tanto lunga che ha pubblicato una lettera dove esplicita i motivi per i quali non ha fatto svolgere al figlio, “come ogni anno”, i compiti estivi, a suo dire dannosi.

Pubblicata su un giornale nazionale, la lettera di papà Peiretti, ha suscitato un pandemonio di critiche e di insulti. Peccato, perché papà Peiretti ha pienamente ragione, ha semplicemente sbagliato epoca!

Certo che l’estate è fatta per il riposo, per gli amici e per le passeggiate.

Il punto che questo padre ingenuo non coglie è che, dai mitici anni Settanta in poi, anche il periodo scolastico è fatto per il riposo, per gli amici e per le passeggiate!

Parlo a ragion veduta e vi assicuro che, dalla terza media, così come da molti licei, escono con voti altissimi ragazzi convinti che la prima guerra mondiale risalga al sedicesimo secolo, che Brindisi sia una città veneta e che dire “How are you?” significhi conoscere la lingua inglese.

Possiamo immaginare quali sforzi siano stati necessari per ottenere simili risultati!

Possibile che, dopo non aver studiato durante l’inverno, sia tanto gravoso compilare il minuto libretto dei compiti estivi? E se lo fosse, sarebbe proprio un male insegnare ad un figlio ad affrontare un microscopico sacrificio?

Papà Peiretti, a sostegno della sua tesi, cita le vacanze dei professionisti “seri”, incappando nel medesimo errore: è vero che molti di loro in vacanza altro non fanno che riposare, ma ha idea della mole di lavoro svolta da un avvocato il cui studio funziona davvero, da un medico che non si limiti a fare il burocrate o semplicemente dal proprietario di una piccola impresa?

Il riposo assoluto ha un senso quando è stato preceduto da una fatica intensa, ma quando la fatica non c’è stata, che significato può avere? 

Pare però che l’estate senza l’ombra di un libro serva al signor Marino per fare il padre… altri spazi durante la brutta stagione non ci sarebbero… dove va e che fa papà Peiretti d’inverno? Si ritira in monastero? Sospende le sue facoltà e i suoi doveri di genitore? Delega il suo ruolo ad una scuola di cui mostra di non fidarsi totalmente? E davvero dieci minuti al giorno insieme a suo figlio impegnato nella grammatica italiana, sarebbero di ostacolo all’esercizio della sua opera educativa? 

Gli insegnanti, da parte loro, gli han risposto duramente accusandolo di aver apportato, con quella letteraccia, un grave danno alla istituzione scolastica, minandone l’autorevolezza. Ed eccomi di nuovo a difendere papà Peiretti!

Eh no – povero papi! – la scuola non l’ha mica distrutta lui, la scuola l’avete picconata voi docenti e la picconate ogni giorno con il vostro lassismo e la vostra inettitudine.

L’autorevolezza della scuola va a farsi friggere non per la lettera stonata di un paparino “fuori tempo”, ma quando promuovete il bravo insieme al negligente, quando fate sciopero a quarantotto ore dall’apertura dell’anno scolastico, quando staccate il Crocifisso, quando accettate d’esser falsi ma “politicamente corretti”, quando vi piegate alle richieste di genitori idioti che pretendono il dieci laddove il figlio si merita il quattro, quando scrivete sul diario dei bambini di prima elementare che forse ci sarà sciopero, ma non lo sapranno fino al momento in cui non saranno davanti alla porta della scuola perché “che sciopero sarebbe se non arrecasse disagi?”, quando non spiegate o spiegate male e svogliatamente o quando, e capita più spesso di quanto si immagini, semplicemente non fate lezione! 

Se i risultati sono quelli da me descritti, e purtroppo lo sono perché testimoniati dai test e dall’esperienza quotidiana, i primi responsabili siete voi docenti. Non altri!

Di chi è la colpa se, con due o tre ore settimanali di inglese, ripetute per otto anni, escono ragazzi incapaci di sostenere una conversazione elementare? Di chi la responsabilità se all’Università hanno dovuto istituire corsi di italiano per italiani che, usciti dal liceo, non sanno scrivere il passato remoto del verbo avere?

Siete mal pagati, è vero, ma cosa fate durante tutte le ore nelle quali avete davanti i nostri figli? Come impegnate il tempo nei tanti rientri pomeridiani? Come riuscite a non insegnare niente a ragazzi che sono con voi trenta o quaranta ore a settimana?

Ci vuole un’incompetenza assoluta per farli uscire da un ciclo di studi di otto anni (e, non raramente, di tredici!) incapaci di scrivere una lettera, di indicare il proprio Paese su una cartina, di dividere per dieci!

A questa incompetenza assoluta contribuiscono anche i genitori, che temono come la peste il piccolo impegno estivo? Forse, anzi sicuramente si. Però il danno grosso lo fate voi, durante l’autunno, l’inverno e la primavera… ed è esattamente quanto sfugge a papà Peiretti che, a ragione, ricorda che voi avete ben nove mesi per insegnare, omettendo però di dire l’essenziale e cioè che, nella maggior parte dei casi, semplicemente non lo fate.