Donald Trump e Hillary Clinton, il primo scontro televisivo

Donald Trump e Hillary Clinton, il primo scontro televisivo

Ho seguito il primo round televisivo dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti, celebratosi nello stato di New York, nel salone dell’Università di Hofstra, a New Hempstead. Trasmesso in diretta dalla CNN in lingua spagnola, il dibattito – durato un’ora e mezzo, alla presenza d’un pubblico che non poteva manifestare alcuna reazione, e seguito da cento milioni di telespettatori statunitensi – si è svolto su tre temi generali: benessere, direzione del Paese e sicurezza.

Scontato che la CNN spagnola abbia preceduto e poi commentato l’evento con un cliché totalmente pro-Clinton, data l’evidente simpatia della comunità latina nei confronti dell’ex segretaria di Stato (più in realtà per scelta del meno peggio che per intima convinzione); sono stati infatti intervistati diversi strateghi democratici e repubblicani ispanoamericani, sicuri e determinati i primi, un po’ timorosi – qualcuno addirittura anti-Trump – i secondi. La stessa traduzione simultanea in lingua spagnola ha testimoniato l’evidente scelta strategico-aziendale del network. Professionale la traduttrice della Clinton, capace di trasmettere con un linguaggio chiaro e deciso ed in tempo reale gl’interventi della candidata democratica; impacciato, con una voce ridicola e sempre in ritardo il traduttore del candidato repubblicano, di cui si faticava a seguire il senso del discorso.

I sondaggi, che al momento danno una sostanziale parità (42/43%) con un 10% d’indecisi, insistono sull’analisi del voto. Più middle-high class quello della Clinton, più working class quello di Trump, più istruiti gli elettori della prima, più popolari e (ma sì, dai, diciamola tutta) “ignoranti” quelli del secondo. E lo svolgimento del dibattito ha ben rispecchiato questa realtà. Sorridente e compita come una nonnina che elenca gli ingredienti della torta alla “prova del cuoco”, lei; serio, più teso, grintoso fino all’arruffonaggine, lui, sempre pronto ad interrompere la rivale, che però, pur dimostrandosi politicamente più formata – lasciamo perdere i giudizi di valore, sfonderemmo porte aperte – si è lasciata trascinare sul piano della rissa, ossia dove lui voleva portarla.

“Trump non ha mostrato la sua dichiarazione dei redditi” – “La mostrerò quando la Clinton tirerà fuori le 33.000 mail che ha nascosto”. E lei ad accusarlo di aver scarso rispetto per le donne e per le minoranze etniche (come se questo lo pregiudicasse elettoralmente). E ancora, lui propone meno tasse per non strozzare le aziende, mentre lei non vuole abbassarle; lui chiede di rivedere gli accordi Nafta col Messico, che con un’imposizione fiscale più favorevole attira lavoratori ed imprese, e sulla criminalità, a differenza della Clinton, che parla di razzismo giudiziario contro neri e latinos, dichiara “Legge ed ordine”.

“Non possiamo continuare ad essere i gendarmi del mondo”, ha affermato ieri notte Trump, e così dicendo giustifica un disimpegno che a tanti piace, perché significa meno noie, meno tasse, più attenzione ai problemi interni, che sono anche quelli delle strade più pulite, dei trasporti più efficienti, di un minor interventismo statale, e quindi di una minore burocrazia. Lui gioca sul terreno più favorevole, quello della percezione che la piccola borghesia ha dei problemi del Paese e della scarsa fiducia che l’americano medio ha nella classe politica. E rispetto ad Obama, la cui popolarità è precipitata, l’immobiliarista arruffone, grezzo e politicamente scorretto, rappresenta la discontinuità. Lui lo sa, e ha pure compreso che, continuando a gigioneggiare e alternando sparate a cose di comune buon senso, potrebbe addirittura farcela.