MSI: alcune lezioni dal passato

MSI: alcune lezioni dal passato

Quando nell’Area della cosiddetta “Destra Radicale” si discute della storia del Movimento Sociale Italiano, in genere ci si divide appassionatamente tra critici feroci e esaltatori nostalgici, con i primi che evidenziano i compromessi ideologici, giunti, a loro parere, fino al rinnegamento delle origini, e i secondi che guardano alla storia di questo partito come a una sorta di età dell’argento (dopo l’età dell’oro del ventennio fascista), durante la quale l’Area era (quasi) unita. Non manca neppure una zona grigia, intermedia, di coloro che vedono alternarsi e bilanciarsi pregi e difetti. Non intendiamo qui sviscerare i nodi di questa polemica, ma più semplicemente prendere spunto dalla storia missina per imparare qualche lezione utile per il futuro sul piano pratico, se non altro perché l’MSI è stato egemone nell’Area sul piano elettorale e numerico. Più che sull’ideologia, questo ha avuto conseguenze sulla forma mentis, sulla psicologia e le “abitudini politiche” di un mondo umano che va oltre i limiti quantitativi e temporali del partito stesso.

ELETTORALISMO. Una prima “abitudine politica” è stata quella di subordinare tutto o quasi, al successo elettorale. Tendenza in parte inevitabile, dal momento che solo le dimensioni elettorali impedirono, in alcune occasioni, la messa fuorilegge del partito (o almeno, così si è ritenuto da più parti). Essendo presente in Parlamento, era solo il dato numerico a dare peso e voce al partito. L’inseguimento del fluttuante consenso elettorale prese il sopravvento, fino a sacrificare altre posizioni meno appariscenti ma che sarebbero state più solide e anche più remunerative sul medio-lungo termine. L’arroccarsi su posizioni reazionario-conservatrici negli anni della contestazione studentesca e della violenza dell’estrema sinistra era infatti conveniente in termini elettorali immediati, ma ebbe anche conseguenze negative, come il perdere forza nel mondo studentesco (dove l’estrema destra era tradizionalmente solida e attiva) e determinare un’emorragia di ottimi attivisti confluiti in movimenti extraparlamentari (di alto livello ideale e attivistico e dei quali tratteremo in altra occasione). Sempre in questo contesto si situa il mancato sfruttamento strategico della rivolta di Reggio Calabria. Tutta la retorica marxista sulla lotta di classe e sulla rivolta del proletariato non può nascondere l’imbarazzante evidenza: in una Italia per definizione “democratica e antifascista”, la più grande rivolta di popolo nella seconda metà del XX Secolo ebbe connotati nazionalrivoluzionari. L’MSI colse i frutti della rivolta a livello locale, ma – sempre in questa ottica elettoralistica e limitata – non colse il vero potenziale di quella rivolta di popolo che, se alimentata e diretta nel modo adeguato, avrebbe potuto infiammare altre regioni e destabilizzare realmente il Sistema. Ci sono occasioni storiche che un movimento militante deve saper cogliere al volo, perché si presentano senza preavvisi e l’unico modo di coglierle è quello di farsi trovare sempre pronti sul piano militante. “Non sapete né il giorno né l’ora”.

IL BUNKER. Una seconda “abitudine” è quella definibile come “difesa del bunker”. In molte città, la pressione congiunta di repressione poliziesca e violenza rossa costringeva le sezioni a chiudersi in sé stesse, a barricarsi nelle sedi, a scontrarsi col nemico più numeroso all’esterno e a svolgere la propria vera attività all’interno. Anche questo era in parte inevitabile, ma troppo spesso la sindrome da bunker si è trasmessa nel tempo, anche quando non era più giustificata. In molte città, resistere e sopravvivere fu realmente una bella vittoria tattica, resa possibile dal coraggio fisico e dalla tenacia degli attivisti, ma alla vittoria difensiva deve seguire, prima o poi, anche l’offensiva – e questa è tante volte mancata, quasi che sconfiggere l’ondata rossa ormai declinante fosse l’obiettivo finale. Anche la tendenza a chiudersi in torri d’avorio intellettuali e culturali deriva spesso da questa sindrome: il bunker da materiale tende a farsi mentale! Per vincere, un movimento, proprio come una squadra, non può limitarsi alla difesa: deve essere pronta anche al contropiede.

GUERRA DI POSIZIONE. La politica fino al 1989 vedeva gli stessi partiti, gli stessi politici, gli stessi slogan, gli stessi simboli, contendersi una società apparentemente fin troppo stabile e monotona. Cambiamenti che avvenivano negli anni, oggi avvengono nel corso di mesi, se non altro per motivi tecnologici. La lentezza da deserto dei tartari di certi partiti poteva essere comprensibile allora, ma certo non lo è nel tempo di internet, che richiede, anche a livello locale, azioni e manovre rapide e immediate contro l’invasione etnica, la devastazione sociale e la disintegrazione familiare e personale attuata dall’ideologia del gender.

APPROSSIMAZIONE IDEOLOGICA E CORRENTI. In effetti, parlare di MSI sul piano ideologico equivale a parlare di un arcipelago: tradizionalisti e socializzatori, evoliani e cattolici, reazionari e rivoluzionari, ecc. La nefasta divisione in correnti era il vero punto debole dell’MSI, una debolezza che un movimento militante non può permettersi. L’unità del partito, quando si realizzava, era dovuta più a aspetti umani e sentimentali che ideologici. Se la mancanza di una rigidità ideologica rendeva più semplice reclutare attivisti e attirare votanti, ciò rendeva anche più difficile dare una finalità strategica ben definita a tutta la propria attività. Un movimento rivoluzionario avrebbe richiesto una chiarezza dottrinale e una compattezza ideologica decisamente maggiori, almeno tra i quadri. Non basta essere uniti perché si parte dalla stessa storia passata; occorre anche essere diretti verso gli stessi obiettivi futuri. L’approssimazione ideologica si può in parte tollerare nelle strutture parallele, non nell’organizzazione madre.  

Naturalmente questa non è assolutamente una analisi completa di un partito che agiva in un contesto politico e sociale diverso da quello attuale. Certi difetti erano presenti in forma anche maggiore tra gli avversari e, per contro, si dovrebbero approfondire anche i punti di forza del partito – il coraggio fisico di certi militanti, la fedeltà all’idea dei veterani e una “produttività” attivistica e culturale dell’ambiente giovanile che ha colpito positivamente persino studiosi antifascisti come Antonio Carioti. Più semplicemente e concretamente, dobbiamo imparare dalla storia di quegli anni a non ripetere certi errori nella nostra lotta per la Ricostruzione Nazionale.