Voucher, cronaca di ordinario sfruttamento

Voucher, cronaca di ordinario sfruttamento

L’ultima frontiera dello sfruttamento made in Italy ha un nuovo nome: Voucher. Cancellati i cosiddetti Co.Co.Co., oggigiorno il precariato trova la sua piena legittimazione giuridica attraverso la creazione del “buono lavoro”. Nato, almeno apparentemente, con l’obiettivo di scoraggiare il dilagante fenomeno del lavoro nero nel comparto agricolo, il voucher è diventato inesorabilmente un subdolo mezzo per incentivarlo.

Ma cosa sono esattamente i buoni-lavoro? Essi sono tagliandi, cartacei o telematici, utilizzati per retribuire un’ora di lavoro. Possiedono un valore nominale pari a 10 euro, dei quali 7,5 finiscono al lavoratore, mentre il resto confluisce nelle casse dell’Inps e dell’Inail per la previdenza sociale e l’assicurazione contro gli infortuni. Non esiste alcuna tipologia contrattuale che regolamenti per davvero i voucher, ma ciononostante, in un mercato del lavoro “flessibile e dinamico”, il loro utilizzo ha interessato quasi 1 milione e mezzo di lavoratori nel 2015.

I voucher sono stati introdotti in Italia nel 2008, in continuità con l’esperienza di altre nazioni europee. Ma, a differenza di quanto accaduto in diversi Paesi del Vecchio Continente, in cui il loro utilizzo è rimasto confinato ad alcuni ambiti specifici, come quello dei lavori domestici, dell’assistenza ai bambini, del giardinaggio, in Italia, la riforma Fornero prima e il Jobs Act dopo ne hanno esteso i settori di applicazione ad ogni ambito lavorativo e committenza.

Nessun controllo, nessun limite sul loro effettivo utilizzo. Nel giro di pochi anni, i voucher, si sono tramutati in nuovi strumenti di sfruttamento dei lavoratori precari, facilitando la copertura di prestazioni di lavoro irregolari e consolidando svariati fenomeni di evasione contributiva e fiscale.

Nel frattempo, nel silenzio generale della politica, stiamo assistendo alla nascita di un nuovo ceto sociale: il popolo dei voucher, dei nuovi precari che, nonostante lavorino, vivono appena sopra la soglia di sussistenza, o addirittura al di sotto. Un universo composito, quello dei voucheristi, costituito da camerieri, operai, braccianti, ma anche professori o pensionati, uniti da un solo denominatore comune: lo sfruttamento esasperato, che espone questa “categoria” ad un reale rischio di esclusione sociale cronica. Non hanno diritto alla malattia, alla maternità, ad un salario dignitoso o ad accedere ai meccanismi degli ammortizzatori sociali. Quasi fossero dei numeri da utilizzare unicamente ai fini della produzione, migliaia di individui sono testimoni delle più svariate negazioni delle più basilari conquiste civili che sinora hanno fatto la differenza tra un cittadino occidentale e un operaio-schiavo dei regimi del Sud del mondo.

La questione dei voucher è sociale, ma anche economica. Dovevano scoraggiare e contrastare – si era detto – il sommerso, ma sono divenuti una paradossale garanzia utile ad eludere i controlli: chi lavorava in nero è rimasto nella medesima condizione, mentre chi prima poteva contare su una qualunque tipologia di contratto da precario, si è visto offrire gli ancor più convenienti, per gli imprenditori, “ticket-lavoro”; perdendo, di fatto, quei pochi diritti garantiti.

Analizziamo qualche dato: dai numeri elaborati dall’Inps si evince che, nel periodo compreso tra gennaio e luglio di quest’anno, sono stati venduti oltre 84 milioni di voucher, con un incremento del 36,2% sullo stesso periodo del 2015. Tali cifre e percentuali consentono di valutare adeguatamente la vera entità dei dati positivi, circa l’incremento occupazionale registrato nel secondo trimestre, diffusi dall’Istat il 12 settembre e accolti entusiasticamente dal governo Renzi come prova dell’effettiva “efficacia” del Jobs Act. Quello che realmente emerge, è il rapporto diretto che sussiste tra l’espansione dei voucher e il miglioramento dei dati sull’occupazione: chi percepisce un salario tramite i buoni (definiti la “nuova frontiera del precariato” dal presidente dell’Inps Tito Boeri) viene incluso dall’istituto di statistica nella categoria degli occupati.

Ma il mutamento che stiamo attraversando va oltre la mera rimozione del contratto, inteso come forma di tutela per il lavoratore. Nel contesto odierno, la precarietà ha effetti devastanti sulla nostra sicurezza e sulla nostra fiducia per il futuro. La sicurezza è uno dei pilastri essenziali per ogni individuo, perché è condizione indispensabile per la sopravvivenza. Ed è per questo che essere precari, oggi, significa convivere quotidianamente con incessanti pressioni e processi di destabilizzazione, capaci di trascinare l’individuo verso un’esistenza incerta e instabile, incentrata sul presente. Vivere da precario significa essere condannati alla vessazione, essere privati della possibilità di auto-determinare la quotidianità e la propria identità. Se un tempo vivere in condizioni di incertezza era prerogativa delle classi meno abbienti o di coloro i quali possedevano un basso livello di istruzione, oggi niente e nessuno viene risparmiato dal vortice infernale del precariato. Il popolo degli “esclusi” si espande giorno per giorno.

Dietro ai voucher si cela subdolamente la forma più estrema del fenomeno del precariato. Una piaga sociale che persiste, senza concedere alcuna possibilità di riscatto. C’è un’intera generazione in bilico tra lo sfruttamento, la percezione di deprivazione e, in alcuni casi, il senso di “invidia” nei confronti di chi possiede una stabilità maggiore.

L’ossessionante propaganda mediatica, calata dall’alto sui cittadini, tesa a dimostrerà la necessità di una radicale flessibilizzazione del mercato del lavoro, è stata largamente confutata dalla realtà quotidiana.

Nel Jobs Act questi aspetti sono ancora più evidenti. Siamo nuovamente al cospetto di misure volte ad ampliare a dismisura il ricorso al precariato, allontanando definitivamente il miraggio di un lavoro stabile e di una vita normale per le giovani generazioni.