Vecchia storia, nuova tassa.

Vecchia storia, nuova tassa.

Il comitato esecutivo dello scorso 6 Settembre del Banco Popolare ha deliberato una manovra che si intitolava così, con tanto di caps lock: “MANOVRA +25 EURO SU SPESE FISSE DI LIQUIDAZIONE DEI C/C”.

Il significato è molto semplice: a partire dal prossimo 31 dicembre, i correntisti del Banco Popolare si ritroveranno a pagare una maggiorazione di 25 euro come “spese fisse di liquidazione”.

Ma il Banco Popolare non è l’unico istituto ad applicare tale maggiorazione. Ad esso si aggiungono, infatti, Unicredit e Ubi Banca; il primo, in particolare, ha imposto un aumento del canone di 5,7 e 12 euro, a seconda del conto corrente, e lo ha giustificato scrivendo “alcuni interventi legislativi e/o regolamentari (…) hanno determinato dei costi e minori ricavi per la Banca, che costituiscono un giustificato motivo per un aumento”.

Ubi Banca è, invece, la più diretta e forse più sincera tra gli enti, richiedendo un aumento del costo di gestione del conto corrente motivandolo in questa maniera: “aumento motivato a cause delle spese sostenute dal gruppo Ubi per il Fondo di garanzia dei depositi e gli oneri sostenuti dal gruppo creditizio per il finanziamento del Fondo Nazionale di Risoluzione”.

In parole spicce, è successo che queste tre banche hanno fatto ricadere sui loro correntisti i costi per aiutare Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e CariFerrara, ovvero i 4 istituti piddini del centro Italia, tutt’altro che sani, tramite dei prelievi forzosi mascherati da imposte di gestione del conto corrente. Ora vi starete chiedendo: “Ma è legale questa roba?” La risposta è sì, almeno secondo le indicazioni dell’Arbitro Bancario Finanziario, dietro le quali si rifugiano i gruppi bancari sopracitati, il quale afferma laconicamente che: “il giustificato motivo è l’unica condizione sostanziale (…) affinché possa essere modificato unilateralmente un negozio giuridico in regolare svolgimento”.

E’ anche vero, però, che tutte le condizioni di contratto “devono essere accettate e redatte in forma scritta, e se non pattuite devono essere restituite”, cosa che non è stata fatta dagli istituti di credito menzionati, i quali si sono limitati solamente ad una comunicazione unilaterale verso il cliente, del tipo “ehi, va che ci servono più soldi e li prendiamo a te, che ti piaccia oppure no”.

Quindi, se siete tra le vittime di questo prelievo forzoso, fate richiesta alla banca del vostro contratto e, se nelle condizioni previste da esso non è concessa la possibilità di modifiche una tantum previa comunicazione, allora potrete richiedere il rimborso.

La morale della storia è che la BRRD è stata raggirata ed è stata offesa l’intelligenza dei correntisti di banche sane, i quali si sono ritrovati a pagare il salvataggio di banche non di loro competenza, e tutt’altro che sane.

Concludendo, siamo sfociati nel ridicolo. Correntisti costretti ad avviare pratiche per ottenere giustizia e il rimborso di soldi di loro proprietà rubati da chi dovrebbe tenerli al sicuro. Una banca dovrebbe avere lo scopo di tenere i nostri risparmi in sicurezza ed eventualmente sfruttarli per farli crescere; è questa – come noto – la sua funzione primordiale. Invece, adesso, è come se affidassimo le chiavi di casa nostra a un amico perché possa bagnare le piante mentre siamo lontani dalla nostra abitazione. Solo che, al nostro rientro, non solo le piante non sono state bagnate, ma ne manca pure qualcuna! Voi vi fidereste ancora di quel vostro “amico”? Io no.