Colombia: fine della guerra civile?

Colombia: fine della guerra civile?

C’è un altro referendum domani, oltre a quello che si svolgerà in Ungheria, in cui si giocherà il futuro di una nazione.

Il popolo colombiano dovrà infatti recarsi alle urne per votare, confermandolo o bocciandolo, l’accordo sottoscritto qualche giorno orsono a Cartagena, la località turistica più importante del Paese, situata nella costa caraibica, tra il governo del presidente Juan Manuel Santos e le F.A.R.C., l’organizzazione clandestina di matrice comunista.

Lunedì 26 settembre, nel tardo pomeriggio, di fronte a 2500 invitati, tra cui 12 capi di Stato della regione e il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, si è celebrato un atto di grande e suggestiva teatralità. Sul palco i rappresentanti del governo e i leader della guerriglia, tutti vestiti, così come il pubblico, con una camicia bianca, a simboleggiare la pace raggiunta. Dopo gli interventi (“Benvenuti alla democrazia”, esclamava Santos rivolgendosi al leader guerrigliero; “Costruiamo la pace”, affermava a sua volta Rodrigo Londoño “Timochenko” – di cui si è colto un breve sussulto di timore al rombo di due aerei da caccia che volavano a bassa quota…), la firma del protocollo d’intesa di 297 pagine e l’esecuzione dell’Inno alla gioia di Ludwig Van Beethoven.

La firma del patto di pacificazione, dopo 52 anni di guerra civile, è stata preceduta da diversi anni di trattative (già in passato più volte avviate ed interrotte), avvenute questa volta a l’Avana con la mediazione del governo cubano, di quello norvegese e coll’intervento di Papa Bergoglio.

Una guerra civile devastante, che ha provocato 220mila morti, 45mila desaparecidos e un esodo di circa 6 milioni di persone, soprattutto campesinos, dai luoghi occupati dalle F.A.R.C., potrebbe ora trovare una soluzione politica, che si fonda però su condizioni non ancora del tutto definite, ma che gli interlocutori si sono impegnati a individuare e a rispettare.

Garanti dell’adempimento degli accordi saranno, oltre a una rappresentanza governativa, alcuni organismi internazionali, ONU in prima fila. Anche l’Unione Europea ha avuto un ruolo nelle negoziazioni, avendo destinato 600 milioni di euro per l’esecuzione del trattato e, al contempo, avendo sospeso temporaneamente le F.A.R.C. dalla lista delle organizzazioni terroristiche.

La guerriglia ha accettato la deposizione delle armi; questo accadrà in alcune zone da lei controllate – definite di “normalizzazione” – con la rinuncia del governo ad intervenirvi; lì avverrà dunque progressivamente la concentrazione dei guerriglieri, attualmente stimati in numero di 7mila, e la graduale consegna degli armamenti. Oltre a ciò, saranno rivelati all’esercito i luoghi di dislocazione, nei campi e nelle foreste, delle mine piazzate dalla guerriglia, che, dal 1990, hanno provocato circa 11.550 tra morti e feriti, di cui 7mila circa fra i militari e 4mila circa fra i civili.

Secondo impegno assunto da “Timochenko” è quello di porre fine al traffico di droga, di cui la guerriglia – e anche la controguerriglia paramilitare clandestina – si è abbondantemente alimentata – ed arricchita – dalla metà degli anni Ottanta.

A sua volta, il governo si è impegnato a varare una riforma agraria che consenta un’equa distribuzione della terra, migliorando così le condizioni di estrema povertà della classe campesina e a garantire l’istituzionalizzazione delle F.A.R.C., attraverso il riconoscimento ad essa di una rappresentanza parlamentare, a partire dal 2018 e fino al 2026, di 5 scranni al Senato e di 21 alla Camera.

Infine, si è convenuto che le misure giudiziarie nei confronti degli appartenenti alla guerriglia accusati di reati gravi, ove condannati, dovranno essere scontate in strutture speciali fuori dalle mura carcerarie, anche se, su questo punto, non si sono ancora raggiunti accordi precisi, soprattutto in merito all’estensione dei limiti di non punibilità delle diverse condotte criminose.

Sono quest’ultimi i due aspetti che più hanno infiammato il dibattito politico e su cui si fonda il partito del “No” all’accordo, capeggiato dall’ex presidente e attuale leader del Centro democratico, d’ispirazione conservatrice, Alvaro Uribe.

Si è infatti osservato che la prospettata non punibilità non solo dei delitti politici “propri” (quali “sedizione” e “rivolta”, con l’esclusione di quelli di sangue e connotati da violenza alle persone), ma anche di quelli “impropri” (ossia un delitto non politico, ma connesso con uno strettamente politico) porterebbe alla improcedibilità dei reati di narcotraffico, che potrebbero facilmente ricadere nella categoria, amnistiabile, dei delitti strumentali al mantenimento della guerriglia.

Inoltre, l’idea di concedere impunità o infliggere pene blande a chi ha provocato morti e disastri umanitari è cosa che suscita generale perplessità, senza contare che, a stretto rigore – nulla essendo diversamente previsto – potrebbero accedere ai seggi parlamentari i più importanti – e compromessi – leader della guerriglia, pur se in stato detentivo. Ciò apparirebbe come una beffa agli occhi di tanti colombiani, vittime di atti di criminalità comune perpetrati dalle bande terroristiche, dai sequestri di persona agli stupri e alle estorsioni sistematiche realizzate nelle aree territoriali controllate dalle F.A.R.C.

E’ sul punto del traffico di stupefacenti che si concentrano, però, le maggiori obiettive difficoltà di questo accordo: attualmente, nel paese ci sono circa 100mila ettari coltivati a coca (160mila, secondo la Casa Bianca), sempre in aumento negli ultimi anni. Smantellare la struttura del traffico, dalla produzione alla distribuzione, appare un compito titanico, reso ancor più complicato dalla morfologia del territorio, che comprende aree di difficilissimo controllo.

Anche ammesso che i vertici delle F.A.R.C. impongano le condizioni stabilite, nessuno scommetterebbe un peso sul conseguente successivo scioglimento delle dinamiche legate al traffico. Analisti esperti del problema hanno già stimato che il 40% delle persone coinvolte nel business, comunque legate principalmente alla guerriglia, continueranno ad operarvi, dati gli stratosferici margini di guadagno assicurati.

Resta l’esito del referendum, che allo stato attuale appare nettamente orientato verso la ratifica del trattato; su un 50% dei votanti – tale è l’afflusso medio – oltre la metà è favorevole all’accordo, contro il 30% circa del fronte del “no”. Indubbiamente, su questa valutazione pesano, paradossalmente, i successi militari che l’ex presidente Uribe conseguì una decina d’anni orsono nella lotta contro le F.A.R.C., che furono ricacciate in zone marginali del Paese e lontano dalle grandi città, che, dunque, subirono sempre meno la minaccia terroristica e le sue conseguenze rispetto alle zone agricole. 

A ciò si aggiunga che la fine della guerriglia delle F.A.R.C. rappresenta un’ipoteca non solo politica, ma anche economica per il destino della Colombia (basti pensare alle sistematiche estorsioni subite dalle imprese ubicate nelle aree di estrazione mineraria controllate dalle F.A.R.C.), che avrebbe le carte in regola per sperare in una crescita economica che già si è manifestata negli ultimi anni, pur con le difficoltà legate alla svalutazione della moneta nazionale rispetto al dollaro avvenuta nell’ultimo anno. La pacificazione del Paese, sia pur con tutte le problematiche, difficilmente risolvibili, legate al narcotraffico, costituirebbe una spinta in più sulla strada dello sviluppo economico ed industriale.