Rai: leggende e verità sulla TV pubblica

Rai: leggende e verità sulla TV pubblica

Nei mesi passati, si è molto discusso della decisione del governo Renzi di addebitare il canone Rai direttamente sulla bolletta dell’energia elettrica. Stando alle dichiarazioni del Presidente del Consiglio, tale procedura ridurrebbe notevolmente l’evasione e colpirebbe i “furbetti”; inoltre, il canone ha subito una leggera riduzione. La decisione non poteva non scatenare molte polemiche da tutti i fronti e ciò ha contribuito alla diffusione di una pesante disinformazione, frutto dei vari luoghi comuni che sempre più trovano spazio sui social network.

E’ opinione diffusa, in particolare negli ambienti della destra post-berlusconiana, che i soldi del canone servano unicamente per stipendiare quei personaggi che, per oltre vent’anni, hanno campato sull’anti-berlusconismo, oppure, spostandosi nel mondo ateo-anticlericale, che vengano usati per trasmettere la Santa Messa della domenica mattina, in un ipotetico contrasto alla laicità dello Stato. In parole povere, chiunque contesta il canone obbligatorio è convinto che esso finanzi le trasmissioni che non gli piacciono.

In realtà, il canone Rai rappresenta un investimento cui tutti i possessori di apparecchi televisivi devono obbligatoriamente contribuire, per far ricavare un utile e, quindi, ulteriori entrate al proprietario, lo Stato. A differenza delle TV (e in generale delle aziende) private, in cui gli investimenti sono effettuati dai soci azionisti, in Rai gli investimenti vengono appunto dalla riscossione della tassa che, tramite i vari sponsor, si trasforma in un guadagno pubblico. Il fine, quindi, non è quello di fare un torto a questa o quella opinione, ma di investire su personaggi popolari che fanno audience e che, quindi, fanno aumentare il fatturato grazie alla pubblicità. Visto in questi termini, quindi, il canone sembrerebbe, oltre che obbligatorio, anche etico, legittimando lo Stato alla riscossione anche coatta dello stesso.

Vi è tuttavia una differenza importante tra la Rai e le altre aziende pubbliche: queste ultime, infatti, pur essendo di proprietà statale, pretendono il pagamento se e solo se si usufruisce del servizio da esse offerto. Chi usa Trenitalia, Alitalia (fino al 2009), o Tirrenia (fino al 2012) compra il biglietto, chi usa le autostrade paga il pedaggio, chi necessita di una proprietà pubblica per iniziative varie paga l’affitto, etc… Quindi, pur essendovi molti enti pubblici, essi devono il fatturato principalmente ai pagamenti volontari dei clienti che ne fanno uso; talvolta, anche lo Stato (socio di maggioranza) contribuisce al finanziamento di tali aziende, ma bisogna ricordare che esse sono vitali per la società e l’economia di tutto il popolo, anche di chi non è direttamente un utente; se le ferrovie o le autostrade non funzionano, il Paese si blocca: un discorso che non vale assolutamente per la Rai. La liberalizzazione delle frequenze ha tolto alla Rai quel ruolo di pubblica utilità che possedeva fino a qualche decennio fa, prima dell’avvento di Mediaset. Ad esempio, il diritto all’informazione (anche se di fatto è meglio sorvolare su questo punto) è ormai garantito da molte emittenti private o dal web, togliendo il monopolio alla tv pubblica. E, fatto salvo per pochi casi, la qualità del servizio Rai è incomparabilmente inferiore a quello di molte televisioni private e delle tv a pagamento. La domanda, quindi, è la seguente: è moralmente giusto pagare una tassa per un servizio di cui non usufruiamo perché non ci piace o non ci serve? Alla luce di quanto detto poc’anzi sul meccanismo delle aziende statali, ovviamente la risposta è no. Ma allora come sopperire alla mancanza di investimenti derivanti dall’abolizione dell’obbligatorietà del canone? Innanzitutto, si dovrebbe offrire un servizio migliore, trasmissioni di interesse che invoglino il cliente ad abbonarsi (come le pay-tv, ben più care ma molto più seguite); inoltre, occorrerebbe dare allo Stato quel ruolo dirigenziale che aveva prima dell’avvento di Berlusconi, in modo tale che sia la Rai, e quindi lo Stato stesso, a decidere i palinsesti senza piegarsi ai voleri dei privati; infine, cosa più importante, occorre che la Rai smetta di essere una tv faziosa, che veicola l’opinione pubblica verso il pensiero unico.

Infatti, ciò che spinge molti abbonati a protestare sono proprio quelle trasmissioni in cui le idee dominanti vengono inculcate nei telespettatori senza possibilità di replica o critica: si veda, ad esempio, il Festival di San Remo, un tempo fiore all’occhiello dell’industria dello spettacolo italiana, in cui ormai la musica passa quasi in secondo piano per lasciare spazio a propaganda “gender”, a discorsi sul cosmopolitismo, alle favole sulla bellezza dell’Europa unita e sulle brutture del fascismo.

I casi sono due: o si procede all’abolizione totale del canone e la Rai si rassegna a procacciarsi i soldi sul mercato privato; oppure, si renda il canone volontario, e al contempo si offra una programmazione che attiri più telespettatori possibile, si renda la Rai concorrenziale e si faccia sì che almeno la tv pubblica sia neutrale dal punto di vista ideologico.