Naturalmente aggressivi

Naturalmente aggressivi

Le moderne società del benessere e del consumo hanno metabolizzato taluni ideali dell’epoca dei Lumi, ritenendoli indispensabili al corretto trascorrere della vita in seno ad una comunità che voglia definirsi civile. L’aver posto la Ragione al di sopra di ogni fede e di ogni istinto sembra aver dato pace a tutti coloro che trovano più rassicurante vivere nel mondo di Utopia – una vecchia signora che ha ormai più di 200 anni, ma che conserva ancora il suo fascino – piuttosto che nel mondo reale. È risaputo che Rousseau predicava la teoria del buon selvaggio, secondo la quale l’essere umano nasce buono ed è poi la società ad educarlo alla violenza e all’aggressività, a corrompere insomma la sua natura buona e pacifica.

Ebbene, la scienza ha ormai da tempo dimostrato quanto questo ideale sia una totale assurdità. Scienziati di fama internazionale – citiamo ad esempio Konrad Lorenz e Irenaus Eibl-Eibesfeldt – hanno ampiamente dimostrato che non solo il buon selvaggio non è affatto così “buono” come lo dipingono le teorie progressiste, ma che tali ideali possono anche danneggiarlo. Abbiamo citato Eibl-Eibesfeldt, ne approfittiamo quindi per spendere qualche parola circa il concetto di aggressività, da lui esposto in modo efficace nel suo libro di etologia umana Amore e odio.

Partiamo da un presupposto: finora non è stata data una sola dimostrazione convincente che un gruppo umano sia del tutto esente da aggressività. Né sembrano distinguersi in ciò i popoli primitivi dai popoli civilizzati. L’uomo in ogni cultura ha la tendenza ad abbigliarsi – soprattutto coi vestiti tradizionali e le uniformi – in modo da sembrare più grande e impressionante, accentuare la muscolatura e mettere in risalto le spalle. Le comunità umane tendono a eroicizzare l’aggressività – lo fanno anche i pacifisti – attraverso i racconti di guerra e antiche saghe e leggende. Gli stessi blasoni rimandano ad animali aggressivi, facendo ampio uso di aquile, leoni, draghi, ecc.

Anche l’uomo inoltre ha la tendenza innata a difendere il proprio territorio, di qualsiasi estensione o natura esso sia. L’aggressività che viene attivata allorquando deve respingere un intruso – in una casa, in una piazza o in una nazione, poco importa – è la stessa che ha permesso a molti popoli di espandersi e crescere anche in aree inospitali. Non sono stati forse i popoli più aggressivi e determinati a spingere gli altri in territori marginali?

Senza tuttavia andare a cercare episodi di tale portata, andiamo per un attimo ad analizzare i nostri più banali comportamenti di tutti i giorni. Ci accorgiamo che, in molte circostanze, abbiamo la tendenza a difendere i nostri “confini”, a mantenere le distanze dagli estranei, sia a livello individuale che di gruppo. È anche divertente, oltre che edificante, andare a sbirciare fra i più reconditi istinti dell’essere umano. Lo psicologo americano Robert Sommer ha fatto un esperimento nelle biblioteche: se qualcuno si sedeva ad un tavolo già occupato, anche se ce n’erano di liberi, la persona che vi era già seduta si spostava. Se non poteva spostarsi, iniziava inconsciamente ad “erigere” delle barriere, magari ponendo fra sé e il nuovo arrivato un righello, o dei libri. Difende – perché i suoi geni glielo “ordinano” – la sua piccola cittadella con delle “fortificazioni”.

Senza volerlo, scarichiamo l’aggressività sfogandoci in qualche modo: sbattiamo una porta, gridiamo, a volte possiamo persino lottare. E quanto minori occasioni abbiamo di consumare nel quotidiano questa pulsione, tanto più pronti siamo a reagire a stimoli che scatenano l’aggressività. Ha quindi ragione Lorenz quando afferma, contro i fautori dell’ipotesi della frustrazione, che “un’educazione estremamente permissiva produce notoriamente uomini estremamente aggressivi”. E anche Eibesfeldt: “si sa che la repressione degli istinti ha per effetto fenomeni degenerativi del meccanismo fisiologico dell’aggressività, in quanto una certa disponibilità all’aggressione rimane tuttavia, ed è tanto più pronta ad approfittare delle occasioni che si presentino quanto più a lungo sia stata impedita la possibilità di abreagirla”.

Inutile quindi tentare di sopprimere, soprattutto nei giovani, l’aggressività. Occorre però controllarla e dargli il giusto indirizzo affinché non sfoci in sterile e pericolosa violenza, ma nelle competizioni sportive, nell’attività fisica, nella lotta per la difesa della patria e della comunità minacciata. Incanalare, insomma, l’aggressività verso obiettivi sani e, perché no, che possano avere anche una valenza morale. Perché l’essere umano non nasce buono, ma è quello che è: il risultato di una lunghissima selezione, che l’ha portato ad essere di sicuro l’animale più intelligente, ma certamente non il meno aggressivo.